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1leftarrow blue.svgVoce principale: Caso di Sciacca.

Secondo caso di Sciacca
parte del caso di Sciacca
Castello1.jpeg
Il castello de Luna a Sciacca
Data1529 - 1530
LuogoBivona e Sciacca
CausaScacco subito da Sigismondo de Luna da parte di Giacomo Perollo
EsitoMorte dei due nemici Sigismondo II de Luna e Giacomo Perollo
Schieramenti
Forze armate della famiglia De Luna
Bravi del conte de Luna
Arbëreshë di Giorgio Comito
Forze armate della famiglia Perollo
Truppe inviate dal viceré di Sicilia
Truppe inviate dal marchese di Geraci
Truppe inviate dai principi di Castelvetrano e Partanna
Comandanti
Sigismondo de LunaGiacomo Perollo
Federico Perollo
Voci di battaglie presenti su Wikipedia

«Sono quasi due secoli, che la città di Sciacca fu lagrimevole teatro, ove si rappresentò l'infausta tragedia del caso di Giacomo Perollo, commesso da Sigismondo Luna, Conte di Caltabellotta. Il tempo, [...] se non ha estinto affatto a' nostri tempi la sua ricordanza, l'ha in sì fatta maniera alterata, che non più rassembra, qual veramente si fu.»

(Francesco Savasta, Introduzione de Il famoso Caso di Sciacca, 1726[1])

Il secondo caso di Sciacca, talvolta citato anche come terzo[2][3][4], fu la parte conclusiva del violento conflitto combattuto tra le famiglie nobili di Sicilia dei de Luna e dei Perollo tra il 1455 ed il 1529, denominato "caso di Sciacca"[5]. Le principali fasi del conflitto vennero combattute nei territori della città feudale di Bivona[6] e della città demaniale di Sciacca[7], entrambi attuali comuni italiani della provincia di Agrigento in Sicilia, nei mesi estivi del 1529[8][9][10].

Oltre a Sigismondo II de Luna e Giacomo Perollo, veri protagonisti del conflitto, il secondo caso di Sciacca vide coinvolte diverse personalità, dai parenti dei due nemici al corsaro Sericono Bassà, da papa Clemente VII all'imperatore Carlo V[11].

Il caso si concluse definitivamente, alla fine del febbraio 1530, con la morte di Sigismondo de Luna, sopravvenuta dopo più di sette mesi da quella del nemico Giacomo Perollo[12].

Indice

Contesto storicoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sicilia spagnola.

Il XVI secolo, in Sicilia, fu caratterizzato dalle continue discordie tra i signori feudali dell'Isola[13]. Essendo abitate da parecchi signori, molte città demaniali venivano insanguinate dalle lotte causate dalla brama di predominio di ciascun signore che, approfittando soprattutto della debolezza del governo, voleva imporsi nelle città, sfoggiando lusso e potenza[13].

Sciacca, città portuale della Sicilia sud-occidentale, era la dimora di numerose e potenti famiglie nobili del tempo: su tutte, predominavano la famiglia Perollo (famiglia di origine francese, che aveva acquistato un ruolo preminente già dal XIII secolo) e la famiglia aragonese dei De Luna, che aveva possedimenti anche in altre zone della Sicilia (Bivona, Caltabellotta, Caltavuturo, Castellammare del Golfo)[13].

Nei primi decenni del Cinquecento la famiglia Perollo era diventata ancora più potente grazie ai buoni uffici di Giacomo Perollo, signore di Pandolfina, che vantava una grande amicizia con Ettore Pignatelli, viceré di Sicilia (insieme a lui, durante la fanciullezza, paggio alla corte del Re di Spagna)[13].

Essendo stato più volte deputato di Sciacca al Parlamento siciliano, godeva di un gran seguito, sia fra il popolo, sia fra numerose famiglie patrizie[13].

Altre famiglie, tuttavia, non sopportando gli atteggiamenti e le ricchezze dei Perollo, tramando contro di loro, gli contrapponevano i de Luna, in particolar modo Sigismondo de Luna, "il più potente dei Signori della zona"[13], figlio di Gianvincenzo de Luna[14] (barone di Bivona[15], conte di Caltabellotta e di Sclafani, stratigoto di Messina, presidente del Regno e signore del porto di Castellammare del Golfo[16]) e marito di Luisa Salviati[17], figlia di Jacopo Salviati e di Lucrezia de' Medici[18].

Il casus belliModifica

Il primo scontro

«e, come se si dovesse preparare, non ad un conflitto qualsiasi, ma ad una guerra, ordina al suo fido cavaliere di onore Marco Lucchesi, ben noto a quei di Bivona per le sue qualità di forte e prode cavaliere, di partire per Bivona onde reclutare il fior fiore dei forti e valorosi montanari, ed entrare con essi loro a Sciacca come per metterla in stato d'assedio. Ma quei di Perollo, ai quali non sfuggivano le mosse tendenziose del De Luna, ben presto ne furono a conoscenza, e senza porre tempo alcuno, in ordinanza armati, tennero l'agguato ai Bivonesi, prima che fossero arrivati a Sciacca. Ed infatti, ordirono una segreta imboscata, per la quale, non appena spuntarono i Bivonesi capitanati da Marco Lucchesi, quei dei Perollo all'improvviso diedero lo assalto. Non pochi dei Bivonesi caddero al primo fuoco, ma gli altri, guidati dal coraggioso Marco Lucchesi, si ritirarono per munirsi di posizione più sicura, per evitare colpi dei nemici, e mettere in salvo la vita. Trovata una migliore posizione di difesa, con intrepido coraggio pugnarono i Bivonesi, vendicando così lo affronto ricevuto al primo scontro; ma pure vi perirono sette dei Bivonesi, e fra essi il più valoroso, Calogero D'Onda, molto caro al conte, e molti altri rimasero gravemente feriti. Sbrigato il Lucchesi da un tal fatto d'armi, con tutta quella gente che gli rimaneva, si portò per altra via a Sciacca, per isfuggire dei nuovi scontri prima di riceverne l'autorizzazione del conte»

(Giovan Battista Sedita, Cenno storico-politico-etnografico di Bivona, 1909[19])

Il primo scontro tra le due fazioni avverse avvenne quando una trentina di bravacci del conte Luna, recandosi da Bivona a Sciacca, furono oggetto di un agguato ordito da una schiera di armigeri del Perollo[20].

I bravi dei de Luna, nonostante i feriti (tra cui il bivonese Calogero Unda, "molto dal conte Luna stimato"[21]), riuscirono a raggiungere Sciacca per rinforzare il numero degli armati della famiglia aragonese; il loro numero elevato fece sì che i Perollo chiedessero la mediazione tra i due signori, Giacomo Perollo e Sigismondo de Luna, dell'arciprete di Sciacca don Gabriele Salvo[20].

La pace venne promessa, ma tale patto fu vano, poiché, non molto tempo dopo, un episodio scatenò una vera e propria guerra tra i due: dopo che un tentativo di Sigismondo andò a vuoto, Giacomo Perollo riuscì a liberare, senza riscatto, il barone di Solunto, rapito in precedenza dal pirata barbaresco Sinam Bassà (detto Sericono o anche "il Giudeo"[22]), ed altri dieci cristiani[20].

Lo scacco subito da Sigismondo peggiorò ulteriormente il rapporto tra i due signori; ad aumentare il rancore di Sigismondo, inoltre, erano soprattutto le continue dimostrazioni di forza e gli atteggiamenti sprezzanti ("fino a beffeggiarlo e a definirlo pazzo") di Giacomo Perollo nei suoi confronti[20].

Fasi del conflittoModifica

Le prime fasiModifica

Le prime fasi del conflitto furono caratterizzate da continui omicidi ed intimidazioni: Gianvincenzo de Luna tentò invano di uccidere Giacomo Perollo; Girolamo Ferraro, nobiluomo che aveva pronunciato parole di pace dinanzi a Sigismondo de Luna, venne ucciso; alcuni servi del conte de Luna vennero bastonati; un bravo del Perollo, Cola Stornello, venne trovato morto (ucciso perché "aveva detto dinanzi alla casa de Luna che la sua spada tagliava oro e seta"[20]); un bivonese, di cui si conosce solo il nome (Matteo) ferì l'arciprete di Sciacca don Salvo in quanto ritenuto partigiano di Giacomo Perollo; Francesco Sanetta, capitano di giustizia di Sciacca, fece irruzione nella casa di Sigismondo, insieme ad alcuni bravi dei Perollo, per cercare armigeri del nemico[20].

Una riunione tenuta in Caltabellotta il 18 giugno 1529 (a cui, verosimilmente, partecipò anche Gianvincenzo de Luna) decretò la svolta del conflitto: Sigismondo, infatti, "decise di abbreviare i tempi per lo scontro risolutivo"[20] e dispose che tutti i suoi sostenitori si radunassero a Bivona per raggiungerlo, in seguito, proprio a Caltabellotta[20].

Il primo scontro a SciaccaModifica

La notte del 19 giugno 1529 si introdussero furtivamente a Sciacca cento armati dei de Luna, "pronti ad agire al momento più opportuno"[20]. Alcuni giorni dopo avvenne uno scontro tra i due schieramenti opposti: nell'occasione persero la vita due armigeri del Perollo, e ciò rivelò la presenza di un elevato numero di seguaci di Sigismondo de Luna[20].

Pertanto il Perollo fece intervenire direttamente l'amico Ettore Pignatelli, viceré di Sicilia: quest'ultimo inviò a Sciacca Geronimo Statella, barone di Mongerbino, scortato da una compagnia di fanti[23].

Il comandante Statella, in qualità di capitano di giustizia, qualche tempo prima aveva catturato a Bivona tale Bastiano Napoli, bravo di Gianvincenzo de Luna, e nonostante le proteste del conte (che in seguito a questo episodio "riteneva lesi i suoi diritti di mero e misto impero"[23]) lo fece impiccare in paese, causando le proteste e le minacce del popolo che lo costrinsero a scappare via da Bivona[23].

Lo Statella giunse a Sciacca il 14 luglio: bandì dalla città alcuni esponenti delle famiglie Amato, Fontanetta e Lucchesi, amici dei de Luna, condannò a morte altri uomini nemici dei Perollo; infine, ordinò a Sigismondo de Luna di allontanarsi da Sciacca e di sciogliere le sue truppe (che assommavano a circa 400 fanti e 300 cavalieri)[23].

 
Panorama di Bivona: al centro dell'immagine (fuori dal centro abitato), Cozzu di li furchi

Girolamo Statella a BivonaModifica

Durante il viaggio di ritorno verso Messina, Girolamo Statella passò a Bivona il 16 luglio 1529: qui fece impiccare venti bravi del conte de Luna, tra cui Giorgio Grasta. All'impiccagione fece seguito l'insurrezione dei bivonesi, ed ancora una volta lo Statella fu costretto a fuggire dal paese montano e a dirigersi nuovamente verso Sciacca[23]. Di seguito viene riportata una descrizione dell'episodio tratta dall'opera Cenno storico-politico-etnografico di Bivona di Giovan Battista Sedita, datata 1909[24]:

«Indi lo Statella passò da Bivona, ove il primo che gli capitò fra le mani fu Giorgio Grasta, capo di una squadriglia, e molto protetto dal Conte e con Grasta poi altri 19 uomini.
Avuti costoro nelle sue mani, nello stesso giorno 16 luglio, li fece pubblicamente impiccare su forche appositamente erette in una collina a pochi passi del paese (il tanto memorando Cozzu di li furchi[25]). Volendo poi eseguire con molti altri lo stesso esempio, non gli riuscì, poiché si ammutinarono i Bivonesi, e postisi in armi, costrinsero quel carnefice più che severo capitano, a fare ritorno a Sciacca donde era venuto.»

La strage di SciaccaModifica

 
Immagine storica di Sciacca, città demaniale assediata durante il conflitto

Allontanatosi da Sciacca, Sigismondo si stanziò con il suo piccolo esercito nel feudo Verdura, presso la foce dell'omonimo fiume, a circa dieci miglia ad est della città portuale[23]. Lo Statella gli ordinò nuovamente di sciogliere le truppe, entro domenica 22 luglio 1529: in caso contrario, Sigismondo sarebbe incorso nel delitto di lesa maestà. Temendo l'attacco nemico, Giacomo Perollo inviò il figlio Federico a Messina, presso il viceré Pignatelli; Federico Perollo partì con sessanta cavalieri per chiedere altri rinforzi, ma il de Luna attaccò prima del previsto[26].

La sera del 19 luglio Sigismondo ed i suoi uomini entrarono furtivamente a Sciacca; all'alba, una volta circondate le abitazioni del Perollo e dello Statella, il de Luna ordinò l'attacco. Girolamo Statella venne ucciso dall'albanese Giorgio Comito, capo di una squadriglia al servizio di Sigismondo[26]: il Comito, "capo de' greci"[27] (gli arbëreshë di Sicilia[28]), compì una personale vendetta[29]:

«e finalmente lo stesso Statella fu ucciso con un colpo di stocco al cuore da quel Comito che lo Statella pochi giorni innanzi voleva dal Conte consegnato alle mani. Ed indi precipitano dall'alto della torre il cadavere del B.ne Statella, che, piombato il cranio sui sassi, e fracassato, gli uscì fuori il cervello che poi fu raccolto e seppellito da tal Marco Rappa.»

Giacomo Perollo si rinchiuse tra le mura del suo castello (il cosiddetto "castello vecchio", oggi praticamente scomparso), insieme con i suoi uomini: Sigismondo, pertanto, ordinò l'assalto al castello. Il 20 luglio la costruzione venne assalita ben quattro volte, ma tutti i tentativi risultarono vani. Le salme dei guerrieri "più valorosi" e quelle dei nobili vennero portate a Bivona, come ordinato dal de Luna[26].

Il Perollo seppe difendersi anche il giorno seguente, 21 luglio, in cui persero la vita numerosi assalitori, tra cui il bivonese Antonio Di Noto[26], "giovane molto valoroso e tenuto in gran conto dal De Luna", ed il trapanese Giovanni Lipari, "uomo d'incredibile valore"[30].

Il 22 luglio 1529 Sigismondo de Luna ordinò l'abbattimento delle porte del castello[26]: nell'occasione fece adoperare otto pezzi di artiglieria, facenti parte del sistema difensivo della città di Sciacca[31]:

«[...] a forza di buoi li fa portare nella strada di rimpetto al tanto forte ed inespugnabile castello del B.ne Perollo. E così le genti del Conte coi cannoni si diedero ad abbattere la torre, che subito diede segni di cedere, e di andare in frantumi. Il Perollo allora, visto il caso disperato, fa inalberare la bandiera sui merli della torre, in segno di pace.»

Sigismondo de Luna avrebbe accettato la proposta di pace avanzata dal nemico solo se egli "gli fosse venuto innanzi, genuflesso, a domandare perdono e baciargli il piede"[32]. A causa della gravosità della proposta del conte Luna, Giacomo Perollo rifiutò e l'assalto si rinnovò anche il giorno seguente[26].

La morte del PerolloModifica

L'uccisione di Giacomo Perollo

«[...] Il Calandrini [...] corse d'un subito laddove era Giacomo: si unirono pure con esso Onofrio Imbeagna, e molti altri de' principali amici del conte; e [...] primo d'ognuno il suddetto Calandrini, e poi tutti gli altri dierongli per dietro molte stoccate; né mai lo lasciarono di ferire se non finirono d'ucciderlo, cascando Giacomo morto [...] Usarono poi contra il corpo morto tutti quegli atti di crudeltà, che forse l'istessa barbarie de' più crudeli tiranni avrebbesi arrossita di fare, poicché molti [...] se ne bevevano il sangue, ed altri gli strappavano co' denti le carni. Così dunque Giacomo Perollo barone di Pandolfina, e regio Portolano della città di Sciacca, chiarissimo per lo splendore de' suoi antenati, e per le sue gloriose azioni, terminò la sua vita il lunedì 23 del mese di luglio ad ore 22 nell'anno 1529.»

(Francesco Savasta, Il famoso Caso di Sciacca, 1726[33])

Il 23 luglio 1529 gli uomini di Sigismondo de Luna riuscirono ad abbattere la torre e la porta di San Pietro, entrando nel castello del Perollo e uccidendo tutti coloro in cui si imbattevano[26].

Giacomo Perollo riuscì a sfuggire e a nascondersi in una casa privata[26] (di un certo Luca Parisi[32]): tradito da un suo seguace, Antonello Palermo (a cui Sigismondo aveva promessa "tutta l'ingente somma che il B.ne aveva seco portato"[32]), il Perollo venne scoperto ed ucciso da Calogero Calandrino[26].

Ma Sigismondo de Luna non fu pago della morte del nemico[34]:

«[...] il Conte Luna, avutone in potere il cadavere, barbaramente e vigliaccamente lo fa legare alla coda di un cavallo, e gli fa girare tutte le vie della città, sia come trofeo, sia per spaventare la cittadinanza tutta, che a lui incondizionatamente, per timore, si era resa. Saccheggiò inoltre le altre case di tutti i Perollo e dei maggiori di loro aderenti, facendo strage di quanti capitavano nelle mani di tal belva furente e delle sue genti.»

La notizia dell'uccisione del barone, "preceduta e seguita da tanti eccessi, da tanto eccidio e da tanto massacro"[34] giunse agli amici del Perollo[35] e allo stesso Federico (figlio di Giacomo), che apprese quanto successo lungo la strada che da Messina portava a Sciacca[36]). Quest'ultimo, che si trovava insieme con un contingente di truppe che gli aveva affidato il viceré, avvertì l'amico Pignatelli dei "gravissimi avvenimenti intercorsi"[26] e, aggregati alcuni uomini armati inviatigli dal marchese di Geraci tra Caltanissetta e Polizzi, il 29 luglio 1529 si mise in marcia alla volta di Sciacca[37], giurando di "uccidere il De Luna e strappargli dal petto il cuore"[34].

La battaglia di Valle di SangueModifica

 
Battaglia di Valle di Sangue, combattuta tra Bivona e Castronovo di Sicilia

Sigismondo de Luna, sapendo le mosse degli avversari grazie all'ausilio delle proprie spie segrete, "temendo di non potere far fronte allo esercito regio"[38], si ritirò con tutti i suoi uomini (più di mille uomini, dei quali ben 130 erano feriti) a Bivona[37], "sua città, che avrebbe saputo magari apprezzare i tanti eccessi, a cui si era abbandonato"[38].

Tra Sciacca e Bivona, giunto al fiume Verdura, morì Onofrio Imbeagna, uno degli uccisori del Perollo, già gravemente ferito durante l'assalto[38].

Il conte Luna giunse a Bivona il 1º agosto e fece fortificare le difese del castello e del paese: fece formare trincee, preparare fortini, parapetti e fossati[39].

Il 2 agosto Federico Perollo e il suo esercito giunsero a Sciacca, non trovando, tuttavia, il nemico. Il barone attese, pertanto, l'arrivo dei rinforzi inviati da Messina dal viceré Pignatelli[37]; ma la truppa regia, capitanata dai due ministri di giustizia Nicolò Pollastra e Giovanni Riganti (giudici della Gran Corte Criminale, che ricevettero pieni poteri dal viceré), dovendo passare da Bivona prima di giungere a Sciacca[36], dopo aver oltrepassato Castronovo, si imbatté nell'esercito del conte Luna[40]:

«Era l'alba dell'11 agosto 1529 quando l'esercito regio era arrivato nello ex feudo Leone, luogo tra Castronovo e Bivona, quando i capi di esso esercito fecero scorrere innanzi 100 uomini a cavallo, tanto per ispiare le strade quanto per iscovrire gli andamenti del nemico, che non improbabilmente, come in effetti era, poteva tener lo agguato in quelle contrade di proprietà di esso nemico. Ma, pervenuti a poco più di 2 miglia di distanza, e proprio in quella insenatura, che da questo piglia oggi il nome di Valle di sangue, tutto ad un tratto si videro circondati ed assaliti all'improvviso.»

Dei 100 cavalieri mandati in avanscoperta dai due ministri di giustizia, trenta furono uccisi[37], altri furono feriti mortalmente, altri ancora corsero ad avvisare il resto dell'esercito[40], che stazionava nel feudo Leone[37], attuale territorio nei pressi di Filaga, frazione di Prizzi.

Venuti a conoscenza dell'accaduto, Pollastra e Riganti decisero di raggiungere Sciacca "per altra via"[37]: non appena vi giunsero, costituirono un esercito di 1.000 fanti e 1.000 cavalieri (inclusi i guerrieri di Federico Perollo) e partirono per Bivona[37].

Informato delle intenzioni degli avversari, Sigismondo de Luna, consapevole della forza del nemico, deliberò di fuggire[37].

L'assedio di BivonaModifica

«Arrivato l'esercito nel territorio di Bivona l'istesso giorno del 13 agosto, prima di entrare in quella terra fu compartito in tre squadroni: uno di 600 cavalli fu dato sotto la cura di Gian Paolo[41] per essere molto espero nell'esercizio militare; un altro di 400 cavalli fu posto sotto la condotta d'un valoroso comandante spagnuolo; ed un altro di mille fanti veniva guidato da quelli giudici. S'inoltrarono dunque ordinatamente infino a Bivona ed ivi pervenuti circondarono tutta la terra, ed il castello al di fuori, contro il quale incominciarono da due parti a dare l'assalto.»

(Francesco Savasta, Il famoso Caso di Sciacca, 1726[42])

Giunte a Bivona il 13 agosto 1529, le truppe regie si divisero in tre squadroni[37]: fu Gian Paolo Perollo, nipote di Giacomo e capo di una schiera di 600 cavalieri, "il primo ad avanzarsi col seguito dei suoi fin dentro la medesima terra, ove fece subito disfare tutti quei ripari che il conte aveva innalzati"[43].

Inoltratosi nella residenza del de Luna all'interno del castello e notata l'assenza di Sigismondo e dei suoi parenti, fece buttare a terra le porte; indi, "salendo ancora sopra la sommità della torre, con fare grande strage di tutti quegli che segli facevano innanzi, v'inalberò di propria mano le bandiere colle armi dell'Imperadore"[43].

I soldati che davano l'assalto all'altra parte del castello, vedendo la bandiera con l'insegna imperiale sulla torre, si riunirono con il resto della truppa che stazionava intorno al paese[44]; insieme con i regi ministri, assicuratisi che il paese fosse in potere delle proprie milizie, entrarono a Bivona[45]:

«Federico Perollo, che con Gian Paolo era entrato nel castello, subito si fece vedere ad un balcone di esso; ed accompagnato poi da molti nobili e da una squadra de' suoi più valorosi, si pose a girare tutte le camere e tutti i luoghi più reconditi di detto castello, per ritrovare il conte: ma tutto fu vano. Quindi facendo più esatta diligenza, udirono da molti che già se n'era fuggito quel loro gran nemico, che tanto anelavano d'avere nelle proprie mani. Una tale notizia loro cagionò grandissimo dispiacere; onde accesi di maggior rabbia vieppiù s'infierirono contro i complici e fautori di Sigismondo.»

I regi ministri esercitarono "atti di una rigorosa giustizia"[44]: impiccarono numerosi bivonesi nella piazza principale del paese ed in diverse "parti della terra"; altri furono squartati ("e poi i quarti furono appesi ai muri delle case, lasciando nelle strade inondate di sangue le teste recise dei poveri giustiziati"[46]), cacciati in esilio, posti nelle carceri[44], spogliati "de' propri effetti"[45].

 
I ruderi del castello di Bivona, distrutto durante il saccheggio

Il saccheggio del castello bivoneseModifica

Dopo avere infierito contro i bivonesi, nella speranza che qualcuno "gli desse nelle mani il De Luna, o che almeno gli dasse a conoscere dov'era rinchiuso"[47], Federico Perollo fece saccheggiare il castello di Bivona, spogliando l'edificio ed il paese di tutte le loro ricchezze[48]:

«[...] fecero quindi spogliare il castello de' preziosi arredi e nobili utensili; e con tutto l'altro mobile, che in esso si ritrovava, consegnarono ogni cosa al regio fisco. Oh che lamenti si udirono dapertutto in quella miserabile terra la quale stava così strettamente custodita da ogni parte, che era un caso assai lagrimevole il vedere che molti dei bivonesi volevano salvarsi con la fuga, ma per le guardie che erano d'intorno a detta terra, non potevano uscire; onde erano forzati a restare, ed a sagrificare le loro vite al ferro vendicatore di una severa giustizia. Dopoché i Perollo insieme coi regi ministri ebbero dati questi passi in Bivona, alla fine le diedero il sacco, e vedendo che altro non gli restava da fare non avendo potuto avere nelle mani Sigismondo, risolsero di portarsi in Sciacca, per castigare i delinquenti.»

Il 17 agosto 1529 fecero ritorno a Sciacca[49], con "le spade e gli scudi tinti ancor del sangue degli inimici"[50].

Il ritorno a SciaccaModifica

Ritornati a Sciacca (17 agosto), i ministri Pollastra e Riganti, con sentenza del 13 settembre 1529, dichiararono Sigismondo de Luna ed i suoi uomini "colpevoli del delitto di fellonia e di lesa maestà"; nonostante la loro contumacia, Sigismondo ed i suoi vennero condannati a morte e subirono la confisca dei beni[49].

I giudici della gran corte criminale arrestarono numerosi nobili e plebei appartenenti alla fazione dei de Luna e li giustiziarono; emanarono in tutto il regno bandi di cattura contro tutti quelli che avevano prestato servizio a Sigismondo; inviarono a Messina, dal viceré, alcuni giurati saccensi accusati di connivenza con la famiglia de Luna[49].

Neanche la città di Sciacca fu esente dalla severa giustizia amministrata dai due ministri: fu condannata, infatti, al pagamento di un'ingente somma di denaro "per non aver prestato aiuto al capitano d'arme Girolamo Statella"; in seguito, la condanna venne abbonata dal viceré Pignatelli[51]. Di seguito, la dettagliata descrizione del Savasta[52]:

«[...] due di loro, cioè Filippo Montaliana, e Giovanni Maurici, furono trasmessi carcerati in un castello nella città di Messina, ove languirono, e penarono per lo spazio di tre anni, e dopo miseramente morirono. Agli altri due, che furono Baldassare Tagliavia, e Pietro Lorefice, siccome ancora a molti altri nobili, fecero tagliare le teste per mano di boja nelle pubbliche piazze: e fecero appiccare alle forche una gran moltitudine di plebei, che tutti furono a parte di quella ribelle sedizione. Molti altri nobili, che poterono aver nelle mani, e fra questi Girola,o Peralta barone di s. Giacomo, Bartolomeo Tagliavia, e Michele Impugiades, ed altri, che con sicurezza di far colpo entrarono a capo scoverto nella congiura contro del Perollo, furono per tutto il tempo della loro vita ritenuti in seno d'una oscura prigione. Posero pure in bando molte centinaja di uomini, e fra questi tutti quelli, che erano della famiglia Lucchesi insino al terzo grado. Fu pure posto in bando Clemente lo Piparo, Giovanni Amato, e Giovanni Vallelajo, il quale concorse a saccheggiare il castello [...]»

Il 4 ottobre 1529 i regi ministri Pollastra e Riganti, dopo aver trascorso quarantanove giorni a Bivona e a Sciacca, decisero di ritornare a Messina[53]. La mattina del giorno seguente (5 ottobre) i due partirono accompagnati da Federico Perollo e da suo fratello fra Domenico: scopo del Perollo era quello di ringraziare personalmente il viceré di Sicilia Ettore Pignatelli[54]. Il 15 ottobre furono licenziate le varie truppe accorse in aiuto dei Perollo, offerte dal marchese di Geraci e dai principi di Castelvetrano e Partanna[54].

Sigismondo a RomaModifica

 
San Pietro in Vaticano in un antico dipinto

Partito dalla Sicilia il 13 agosto, dopo "un lungo e disastroso viaggio"[55], Sigismondo de Luna giunse a Civitavecchia[56]; indi, si diresse verso Roma[49]. Il conte Luna fuggì da Bivona con la moglie, i tre figli e con i suoi uomini più fidati, portando con sé tutto ciò che delle sue ricchezze riuscì a raccogliere prima della fuga[57]:

«[...] Giunto alla Verdura, trovò pronto il solito naviglio, che permanentemente tenea colà, ed in pieno giorno il 13 agosto 1529 s'imbarcava, dirigendosi per la volta di Civitavecchia, donde poi si recò a Roma, lasciando così esposta, quel traditore, tanta povera gente[58] alle furie ed alla vendetta dei terribili nemici. Fu in ciò fortunato il De Luna, perché, nel medesimo tempo in cui il naviglio salpava la spiaggia della Verdura, l'esercito regio era di passaggio da quel feudo, diretto per Bivona, ma che non vi fece caso alcuno, essendo lungi dal sospettare che su quel legno potevasi trovare il De Luna.»

A Roma Sigismondo cercò la protezione e l'ausilio di papa Clemente VII, suo cugino acquisito[59]. La moglie Luisa Salviati, infatti, era figlia di Lucrezia de' Medici (figlia di Lorenzo il Magnifico e pronipote di Cosimo il Vecchio), nipote di papa Leone X (che nel 1520 favorì le nozze tra Sigismondo e Luisa, avvenute tre anni dopo[18]) e cugina di papa Clemente VII[60][61].

Carlo V e Clemente VIIModifica

«[...] il conte Sigismondo [...] paventava per l'orridezza degli eccessi esecrandi commessi di comparire alla presenza del sommo Pontefice Clemente VII suo zio: nulladimeno animato dalla contessa sua moglie, si portò insieme con essa innanzi al vicario di Cristo, e si pose a suoi piedi genuflesso: e furono allora sì grandi i lamenti, le lagrime e i singhiozzi del conte, e della contessa, che impietosirono l'interno delle viscere di Clemente. Costui da tanta tenerezza vinto, dopo aver aspramente inveito contro di Sigismondo, gli promise di chiedere alla benigna grandezza dell'Imperatore Carlo V per grazia la sua liberatoria, allora però che lo dovea coronare, lo che sarebbe stato fra pochi mesi. Respirò l'afflittissimo conte alle promesse del sommo Pontefice, e confortato da una tale speranza, incominciò da indi in poi lieto a frequentare i congressi de' nobili di quella gran città che è capo del mondo.»

(Francesco Savasta, Il famoso Caso di Sciacca, 1726[55])

Scopo di Sigismondo de Luna era quello di ottenere il perdono e la grazia di Carlo V, tramite l'autorità pontificia di Clemente VII[59]. Da pochi mesi era stata conclusa la pace di Barcellona tra Clemente VII e Carlo V (29 giugno 1529)[62], in conclusione della guerra che vedeva contrapposti gli Asburgo alla Lega di Cognac[63]: in base a tale accordo, Carlo V sarebbe stato incoronato imperatore dallo stesso pontefice[62].

Considerata la gravità delle azioni commesse dal nipote, Clemente VII deliberò di attendere un'occasione propizia per sperare in una risposta favorevole di Carlo V; nel frattempo, Sigismondo de Luna cominciò a frequentare gli ambienti nobili di Roma.

L'occasione si presentò il 24 febbraio 1530, giorno in cui a Bologna il Papa avrebbe dovuto incoronare l'Imperatore[64]:

«[...] nella chiesa Arcivescovile di Bologna, [...] assisi insieme in un medesimo trono l'Imperatore, ed il Pontefice, nel punto stesso che stava per coronarlo, sospese la funzione, ed interpose le sue più fervorose preghiere per ottenere grazia al conte Sigismondo Luna suo nipote. Udito dall'Imperatore l'odiato nome di Sigismondo Luna, subito il suo cuore si riempì tutto di sdegno, e gli occhi suoi si accesero in maniera, che sembravano due fiammeggianti carboni. Chiuse allora sopraffatto dalla collera, alla risposta la bocca; e riflettendo all'atrocissimo caso, del quale era assai bene informato, s'inorridì per un pezzo, non potendo articolare parola. Indi prese respiro, e rivoltosi al Pontefice, glielo raccontò brevemente, e dopo con accenti gravi, e severi negò assolutamente al sommo Vicario di Cristo, innanzi del Concistoro dei Cardinali, ed alla presenza d'un mondo la grazia di perdono al conte Sigismondo Luna.»

Il Pontefice non volle replicare all'Imperatore e proseguì la funzione dell'incoronazione; partì nuovamente per Roma con l'animo "afflittissimo"[65].

Due giorni dopo, il Papa si presentò nuovamente da Carlo per richiedergli la grazia "con suppliche più umili e più fervorose"[66]: l'Imperatore, riconoscendo la grandezza di Clemente VII, "il primo fra gl'Imperatori, e regi del mondo"[67], concesse la grazia a Gianvincenzo de Luna, padre di Sigismondo, a Luisa Salviati e a Pietro, Giulio e Giacomo (moglie e figli di Sigismondo)[59]. Sigismondo, invece, rimase "senza più speranza di perdono"[67]: Carlo V addirittura decretò che "per mano d'un boia gli sia tagliata su d'un palco la testa onde ne resti un'eterna infamia al suo nome"[68].

Il suicidio di Sigismondo de LunaModifica

Giunto nuovamente in Roma, papa Clemente VII informò i nipoti della decisione di Carlo V. Sigismondo de Luna, che attendeva ansiosamente la notizia della possibile grazia ricevuta tramite l'ausilio del suo zio pontefice, non appena seppe del decreto imperiale pronunciato contro di sé, "si sgomentò in maniera, che divenne tutto freddo, e mezzo morto"[69].

Persa ogni speranza ed in preda al rimpianto e alla disperazione, Sigismondo, "furibondo ed impazzito", corse precipitosamente per le vie di Roma[69]; infine, raggiunse il Tevere e vi si buttò, morendo annegato[69][70][71].

La notizia della sua morte scosse l'intero ambiente familiare[72]:

«La nuova d'una tal disperata morte di Sigismondo cagionò grandissimo orrore, e spavento a tutta Roma, anzi a tutto il mondo: ed avendola sentita il sommo Pontefice, con dolorose lagrime deplorò una tanta disgrazia del suo nipote. Indi subito si portò a consolare l'afflittissima contessa, che per così funesto avviso, tutta vestita a duolo piangeva amaramente la perdita dello sposo da lei tanto teneramente amato. Tale insomma fu il fine del conte D. Sigismondo Luna.»

Con la morte del de Luna, ebbe definitivamente fine il secondo caso di Sciacca, che vide la morte dei due nemici protagonisti del conflitto: Sigismondo II de Luna e Giacomo Perollo[12].

ConseguenzeModifica

«[...] Sigismondo, [...] che tante lagrime e tanto sangue fece spargere alle due consorelle "Sciacca e Bivona", che, prima e dopo di lui, ebbero sempre dei cordialissimi rapporti.»

(Giovan Battista Sedita, Cenno storico-politico-etnografico di Bivona, 1909[12])

Il "deplorabile stato" della città di SciaccaModifica

Alla fine del conflitto, la città demaniale di Sciacca restò in uno stato "assai deplorabile, provando essa sola fra tutte le città del regno più vivo il dolore delle sue piaghe, e più sensibile l'amarezza delle sue miserie. Poicché rimase spopolata nella moltitudine de' suoi abitatori, distrutta nella magnificenza delle sue fabbriche, ed impoverita nell'abbondanza delle sue ricchezze"[73].

La popolazione passò dai circa 25.000 abitanti numerati nel 1328 (sotto Federico III) a circa 35.000 nel 1459, fino a giungere ad appena 12.000 abitanti nel periodo successivo alla guerra civile tra i Luna e i Perollo[74]. Per questo motivo, il popolo saccense elevò tristemente il seguente canto[11]:

(SCN)

«Casu di Sciacca, spina di stu cori di quantu larmi m’ha fattu ettari!
Iddi si lazzariaru comu cani
di Sciacca ‘un ni rimasi ca lu nomu!»

(IT)

«Caso di Sciacca, spina di questo cuore! quante lacrime mi ha fatto versare!
Loro lottavano (feroci) come cani
di Sciacca non ne è rimasto che il nome!»

(Canto popolare saccense)

Nel 1575, a causa della peste sopraggiunta in Sicilia il 23 maggio (causata da una nave proveniente dall'Oriente), la città di Sciacca perse 5.000 persone, arrivando a circa 7.000 abitanti nel gennaio 1576, quando cessò il contagio. La peste sopraggiunse nuovamente a Sciacca nel 1625 (28 ottobre), il male essendo "portato dalla città di Palermo da un tale di Ragamazzo, nativo di Sciacca"[75]. Nel mese di gennaio 1629 "si vidde il male sudetto infierire con tutta forza"[76]: nel mese di agosto morirono altre 5.000 persone e più[77].

«Onde nell'anno 1716, in tempo che regnava in Sicilia la real maestà di Vittorio Amodeo, essendosi fatta la numerazione delle anime di tutte le città e terre del regno, si ritrovò, che in Sciacca solo se ne contavano in circa nove mila.»

(Francesco Savasta, Frase conclusiva de Il famoso Caso di Sciacca, 1726[77])

I beni feudali dei de LunaModifica

 
Il palazzo ducale di Bivona, residenza di Pietro de Luna

«Non sia mai, beatissimo padre, che la clemenza d'un regnante resti abbattuta agl'impeti del senso: ma è forza, che abbia il suo dominio la ragione, quando le preghiere di chi intercede sono in effetto assoluti comandi e possono eseguirsi, senza violare il diritto della giustizia. Ritornino dunque nella mia pristina grazia i tre innocenti fanciulli, procreati da Lucrezia Medici vostra nipote; come pure D. Giovanni Luna loro avo[78], come vecchio e innocente ancora nel delitto del figlio, investendoli di nuovo dell'avito e paterno Contado: con condizione però, che siano pagati tutti gl'interessi patiti dalla casa Perollo, tanto per lo sacco dato al castello, ed agli altri palazzi de' Perolli, quanto per lo diroccamento del medesimo castello, e per l'incendio degli stessi palazzi: e dato il caso, che per l'avvenire non rispettassero la famiglia Perollo, che incorrano altra volta nella confiscazione de' beni. E mi dichiaro di lasciare nella mia disgrazia Sigismondo [...]»

(Francesco Savasta, Dialogo tra Carlo V e Clemente VII ne Il famoso Caso di Sciacca, 1726[67])

Grazie all'intercessione di papa Clemente VII, l'imperatore Carlo V reintegrò gli Stati paterni (contea di Caltabellotta, contea di Sclafani, baronia di Bivona) ai figli di Sigismondo de Luna, costretti, tuttavia, a soddisfare tutti i danni subiti dai Perollo e dai loro uomini[70].

Gianvincenzo de Luna, invece, venne inquisito perché accusato di avere autorizzato l'impresa di Sigismondo, suo figlio: solo in seguito il viceré di Sicilia, ricordandosi del sostegno ricevuto in diverse occasioni da Gianvincenzo de Luna[51], gli consentì di essere interrogato a domicilio da "un giovane ed inesperto mastro notaio"[70]. Il de Luna ricevette solamente una leggera condanna, "meno per complicità che per aiuto prestato ai rei dopo i fatti"[79].

I beni feudali di Gianvincenzo, che erano stati messi sotto sequestro, furono restituiti solamente qualche anno dopo, verosimilmente dopo che Carlo V concesse l'indulto ai figli di Sigismondo (5 dicembre 1533)[80].

In base a tali disposizioni, esecutoriate in Sicilia il 12 marzo 1534, a Gianvincenzo de Luna (curatorio nomine dei tre nipoti) vennero restituite le 500 onze di rendita, precedentemente sequestrate dal fisco[81]. Il 24 febbraio 1536 la Magna Regia Curia decretò la somma che i figli di Sigismondo dovevano rendere alla famiglia Perollo: 11.966,20 onze per risarcimento danni. I numerosi ricorsi presentati dai de Luna[82], tuttavia, fecero sì che si arrivasse ad una transazione (presso notar Giacomo Scavuzzo di Palermo) solamente il 28 giugno 1549[81]: in base a ciò, Pietro de Luna, figlio di Sigismondo e nuovo conte di Caltabellotta e Sclafani e barone di Bivona in seguito alla morte del nonno Gianvincenzo (avvenuta a Bivona nel 1547), risarcì Brigida Perollo (moglie vedova di Giacomo Perollo) e i suoi figli di 4.800 onze[83], pari a circa 24.000 fiorini[81].

Nel 1554, Carlo V elevò Bivona a ducato e a città, e Pietro de Luna fu il primo nobile siciliano ad acquisire il titolo di duca[84].

 
Arme antico della famiglia de Luna d'Aragona completo di tutti i fregi

La fine delle famiglie de Luna e PerolloModifica

In seguito alla morte di Gianvincenzo, a capo della famiglia de Luna vi era Pietro, primo duca di Bivona[85]. Egli tornò in Sicilia intorno alla metà degli anni quaranta del Cinquecento, ma non fece ritorno a Sciacca: fissò la sua residenza a Palermo[86]. Investito poi del titolo ducale da parte di Carlo V nel 1554, fissò la sua dimora nel palazzo ducale di Bivona, insieme con la sposa Isabella de Vega[84], figlia del viceré di Sicilia Giovanni de Vega[85]: da lei ebbe tre figlie ed un unico maschio, morto prematuramente[84]. Sposatosi in seconde nozze con Angela La Cerda, ebbe un figlio, Giovanni, che a sua volta, non avendo avuto alcun figlio dal matrimonio con Belladama Settimo e Valguarnera, causò l'estinzione della famiglia de Luna[87].

La famiglia Perollo, invece, "non durò così poco", ma restò "feconda per più d'un secolo e mezzo"[88]:

«Dopo viddesi mancare a poco a poco, ristretta in pochissimi suoi discendenti, lasciando, che con le loro grandi ricchezze si fossero maggiormente ingrandite molte nobili famiglie del regno, le quali imparentate con li signori Perolli, vennero a possedere i loro beni. Risplende però infino a questi nostri giorni nella persona del signor D. Francesco Perollo, cavaliere d'alto pregio, e di singolar merito, pur oggi la seconda volta senatore della città di Palermo, sua Patria, arricchito della preziosissima prole di due spiritosissimi suoi figliuoli maschi di minore età, D. Emmanuele, e D. Arcadio, [...] che donano all'istessa lor patria, ed a questa nostra città di Sciacca, anzi a tutto questo nostro regno, grandissime speranze di vedersi in loro egualmente risplendere e tutta la gloria de' virtuosi talenti del padre, e tutta la grandezza degli eccelsi pregi dei loro bisavoli.»

Cronologia degli eventiModifica

  • Giugno 1529: arrivo a Sciacca del corsaro Sericono Bassà; il barone Giacomo Perollo libera il barone di Solunto scatenando l'ira del conte Sigismondo de Luna
  • 19 giugno 1529: gli uomini del de Luna si introducono furtivamente a Sciacca
  • 14 luglio 1529: Girolamo Statella, giunto a Sciacca, ordina a Sigismondo di allontanarsi dalla città
  • 16 luglio 1529: lo Statella fa impiccare a Bivona venti uomini del conte de Luna
  • 19 luglio 1529: Sigismondo ed i suoi attaccano Sciacca; lo Statella viene ucciso dall'arbëreshë Giorgio Comito
  • 23 luglio 1529: morte di Giacomo Perollo
  • 1º agosto 1529: Sigismondo de Luna entra vittorioso a Bivona
  • 11 agosto 1529: battaglia di Valle di Sangue tra le truppe regie e quelle del de Luna
  • 13 agosto 1529: Sigismondo de Luna salpa dalla foce del fiume Verdura alla volta di Roma; Bivona viene saccheggiata dagli uomini del Perollo
  • 17 agosto 1529: i ministri regi Pollastra e Riganti fanno ritorno a Sciacca
  • 5 ottobre 1529: Federico Perollo ed i regi ministri ripartono per Messina
  • 24 febbraio 1530: Incoronazione di Carlo V a Bologna
  • 26 o 27 febbraio 1530: dopo che Carlo V gli rifiuta la grazia, Sigismondo de Luna si suicida, annegando nel Tevere

LetteraturaModifica

(SCN)

«Lu baruni Pirollu è pugnalatu di centu mani, senza rimissioni.
Veni com’un briganti ammanittatu
pirchì si cci av’a dari lizioni.
Poi veni d’un cavaddu strascinatu
davanti a tutta la popolazioni...
E lu baruni di li granni’mprisi
li strati ‘nsanguiniàu di stu paisi
»

(IT)

«Il barone Perollo viene pugnalato da cento mani, senza remissione.
Come un brigante viene ammanettato
perché merita una lezione.
Poi da un cavallo viene trascinato
davanti a tutta la popolazione...
E il barone famoso per le grandi imprese
insanguinò le strade di questo paese.»

(Vincenzo Licata, 'U caso di Sciacca)

Le continue lotte e battaglie tra le famiglie de Luna e Perollo sono il principale tema del romanzo dialettale 'U caso di Sciacca, scritto dal poeta saccense Vincenzo Licata (1906-1996) interamente in siciliano[11].

Anche Vincenzo Navarro, poeta di Ribera, compose a Sciacca un'opera letteraria sul conflitto tra i Luna ed i Perollo: si tratta di una tragedia, intitolata Giacomo Perollo[89].

MappeModifica

NoteModifica

  1. ^ Savasta, III.
  2. ^ Da alcuni autori, come Isidoro La Lumia e Giuseppe Licata, il conflitto venne denominato "terzo caso di Sciacca"; i primi due corrisponderebbero a quello che dalla maggior parte degli autori viene considerato il "primo caso di Sciacca".
  3. ^ La Lumia, 219.
  4. ^ Licata, 27.
  5. ^ Savasta.
  6. ^ Marrone, 53.
  7. ^ La Lumia, 218.
  8. ^ Savastapassim.
  9. ^ Marronepassim.
  10. ^ Seditapassim.
  11. ^ a b c Il Caso di Sciacca, su vincenzolicata.it. URL consultato il 21 agosto 2009.
  12. ^ a b c Sedita, 79.
  13. ^ a b c d e f Marrone, 142.
  14. ^ Marrone, 94.
  15. ^ Marrone, 92.
  16. ^ Marrone, 93.
  17. ^ Marrone, 140.
  18. ^ a b Marrone, 141.
  19. ^ Sedita, 57-58.
  20. ^ a b c d e f g h i j Marrone, 143.
  21. ^ Savasta, 189.
  22. ^ Savasta, 197.
  23. ^ a b c d e f Marrone, 144.
  24. ^ Sedita, 62.
  25. ^ Cozzo delle forche in italiano.
  26. ^ a b c d e f g h i j Marrone, 145.
  27. ^ Savasta, 254.
  28. ^ Comuni arbëreshë in Sicilia: Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela, tutti in provincia di Palermo; faceva parte dell'Arberia anche Biancavilla, in provincia di Catania.
  29. ^ Sedita, 65.
  30. ^ Sedita, 66.
  31. ^ Sedita, 66-67.
  32. ^ a b c Sedita, 67.
  33. ^ Savasta, 308.
  34. ^ a b c Sedita, 68.
  35. ^ La Lumia, 242.
  36. ^ a b La via mulattiera che da Messina portava a Sciacca era così tracciata: Messina-Catania-Caltanissetta-Castronovo-Bivona-Sciacca; cfr. Sedita, 72.
  37. ^ a b c d e f g h i Marrone, 146.
  38. ^ a b c Sedita, 70.
  39. ^ Sedita, 70-71.
  40. ^ a b Sedita, 72.
  41. ^ Gian Paolo Perollo.
  42. ^ Savasta, 334-335.
  43. ^ a b Savasta, 335.
  44. ^ a b c Marrone, 147.
  45. ^ a b Savasta, 336.
  46. ^ Sedita, 76.
  47. ^ Sedita, 75.
  48. ^ Savasta, 336-337.
  49. ^ a b c d Marrone, 148.
  50. ^ Savasta, 337.
  51. ^ a b Cancila, 115-124.
  52. ^ Savasta, 337-338.
  53. ^ Savasta, 340-341.
  54. ^ a b Savasta, 341.
  55. ^ a b Savasta, 342.
  56. ^ Sedita, 74.
  57. ^ Sedita, 73-74.
  58. ^ Il Sedita si riferisce agli abitanti di Bivona.
  59. ^ a b c Sedita, 78.
  60. ^ Vannuccipassim.
  61. ^ Per approfondire l'albero genealogico di Sigismondo de Luna e di suo figlio Pietro, vedi questa sezione.
  62. ^ a b Giordani, 2.
  63. ^ Rosa-Verga, 61-62.
  64. ^ Savasta, 342-343.
  65. ^ Savasta, 343.
  66. ^ Savasta, 343-344.
  67. ^ a b c Savasta, 344.
  68. ^ Savasta, 344-345.
  69. ^ a b c Savasta, 345.
  70. ^ a b c Marrone, 149.
  71. ^ Sedita, 78-79.
  72. ^ Savasta, 345-346.
  73. ^ Savasta, 349.
  74. ^ Savasta, 349-351.
  75. ^ Savasta, 350.
  76. ^ Savasta, 350-351.
  77. ^ a b Savasta, 351.
  78. ^ Id est Gianvincenzo de Luna.
  79. ^ Scaturro, 106.
  80. ^ Marrone, 149-150.
  81. ^ a b c Marrone, 150.
  82. ^ Furono respinti tutti i ricorsi presentati dai figli di Sigismondo de Luna; cfr. Marrone, 150.
  83. ^ Le 4.800 onze furono così suddivise: 1.800 onze entro sei anni (in sei rate di 300 onze annue), 3.000 onze tramite la soggiogazione di 210 onze annue su tutti i suoi beni feudali; cfr. Archivio di Stato di Palermo, Notar Giac. Scavuzzo, stanza I, vol. 3639, pagg. 386-397.
  84. ^ a b c Marrone, 152.
  85. ^ a b Marrone, 151.
  86. ^ Sedita, 347.
  87. ^ Marrone, 153.
  88. ^ Sedita, 348.
  89. ^ Vincenzo Navarro, su cilibertoribera.it. URL consultato il 29 agosto 2009.

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