Sessantotto

fenomeno socio-culturale degli anni '60
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Lavagna in una scuola occupata nel 1968.
Prime manifestazioni studentesche a Roma il 24 febbraio 1968.

Il Sessantotto (o movimento del Sessantotto) è il fenomeno socio-culturale avvenuto negli anni a cavallo del 1968, nei quali grandi movimenti di massa socialmente eterogenei (operai, studenti, intellettuali e gruppi etnici minoritari), formatisi spesso per aggregazione spontanea, interessarono quasi tutti i Paesi del mondo con la loro forte carica di contestazione contro gli apparati di potere dominanti e le loro ideologie. Lo svolgersi degli eventi in un tempo relativamente ristretto contribuì a identificare il movimento col nome dell'anno in cui esso si manifestò in modo più attivo.

Il Sessantotto è stato un movimento sociale e politico che ha profondamente diviso l'opinione pubblica e i critici, tra chi sostiene che sia stato uno straordinario momento di crescita civile che ha introdotto nella società alcuni mutamenti irreversibili (sviluppo dello spirito critico in ogni campo, superamento definitivo di diverse forme di moralismo, di autoritarismo, di emarginazione della donna e di altri settori della società) e chi al contrario sostiene che si sia trattato di un fenomeno di conformismo di massa, un'ondata eversiva che ha messo in pericolo la stabilità della società liberaldemocratica.

Contesto storicoModifica

 
Barbara Gittings, attivista per i diritti degli omosessuali, in una manifestazione alla Casa Bianca nel 1965.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Controcultura degli anni 1960.

Il movimento nacque originariamente a metà degli anni sessanta negli Stati Uniti e raggiunse la sua massima espansione nel 1968 nell'Europa occidentale col suo apice nel Maggio francese.

Nel 1964 a Berkeley, l'università californiana i cui aspetti elitari erano uno dei simboli della società statunitense, scoppiò una rivolta senza precedenti. Il contagio fu immediato. Nei campus americani la protesta giovanile mise insieme classi, ceti, gruppi, investì la morale e i rapporti umani. Gli studenti si schierarono contro la Guerra del Vietnam, a favore delle battaglie per i diritti civili e alle filosofie che esprimevano il rifiuto radicale verso un certo stile di vita[1]. Al contempo, alcune popolazioni del blocco orientale si sollevarono per denunciare la mancanza di libertà e l'invadenza della burocrazia di partito, gravissimo problema sia dell'Unione Sovietica che dei Paesi legati ad essa.

Diffusa in buona parte del mondo, dall'Occidente all'Est comunista, la «contestazione generale» ebbe come nemico comune il principio di autorità come giustificativo del potere nella società. Nelle scuole gli studenti contestavano i pregiudizi dei professori e del sistema scolastico scarso e obsoleto. Nelle fabbriche gli operai rifiutavano l'organizzazione del lavoro. Facevano il loro esordio nuovi movimenti che mettevano in discussione le discriminazioni all'etnia.

Gli obiettivi comuni ai diversi movimenti erano una radicale trasformazione della società sulla base del principio di uguaglianza, l'opposizione ai poteri costituiti in nome della partecipazione di tutti alle decisioni, l'opposizione al capitalismo e alla società dei consumi, la liberazione dei popoli sotto il giogo coloniale, la lotta al militarismo delle grandi potenze, l'eliminazione di ogni forma di oppressione sociale e di discriminazione razziale.

Movimenti giovanili anti-sistema: beat, hippy, provoModifica

Negli anni ‘50 del XX secolo si diffusero, nei giovani e non solo, nuovi modi di pensare, nuovi valori, nuove visioni della società, nuovi stili di vita. Non si trattò solo di evoluzione, ma di netta rottura col passato e con la cultura dominante, e di un impulso innovativo proiettato verso l’esterno e verso il futuro. Queste trasformazioni investirono sia l’arte, sia la cultura, sia il costume, con continui interscambi fra questi ambiti.

Il fenomeno beat balzò all’evidenza, inizialmente, nel mondo della cultura, soprattutto nella letteratura, ad opera di figure come Jack Kerouac, Lawrence Ferlinghetti, Lucien Carr, Allen Ginsberg, William S. Burroughs, Neal Cassady, Gary Snyder. Ci fu un processo di aggregazioni giovanili attorno a happening letterari incentrati su questi personaggi, ma in realtà tali poeti e scrittori descrivevano una realtà già esistente da alcuni anni, la beat generation, caratterizzata da stili di vita giovanili alternativi. I nuovi orientamenti e interessi spaziavano fra misticismo, approfondimenti di diverse culture (come le filosofie orientali), avvicinamento alla natura e allontanamento dalla società industriale avanzata, nuove forme di percezione ed esperienze psichedeliche, scelte di vita caratterizzate da rottura con la famiglia tradizionale, ricerca di esperienze comunitarie, liberazione sessuale. Gruppi di beat sorsero rapidamente anche in Europa e altrove.

A partire dalla metà degli anni ‘60, le aggregazioni giovanili di questo tipo presero il nome di hippy (mentre il termine beat si spostò principalmente a denotare un particolare tipo di musica ad esse collegata, che ebbe come principali riferimenti in Beatles e Rolling Stones). Si distinsero per costumi molto liberali e ampio uso di sostanze stupefacenti, soprattutto LSD, un allucinogeno che proprio in quegli anni fu immesso sul mercato con rapida diffusione e di cui si teorizzavano le doti di espansione della mente. Gli hippy non solo si aggregarono in realtà alternative (comuni), ma si proiettarono fortemente all’esterno in forme di protesta sociale e politica, principalmente contro la guerra in Vietnam e contro la discriminazione razziale.

I provo furono un movimento di controcultura sorto nei Paesi Bassi intorno al 1965. La loro battaglia era incentrata contro il consumismo e in difesa dell’ambiente, anticipando fortemente l’ambientalismo che diverrà un tema centrale nei movimenti giovanili solo diversi anni dopo. Attuavano manifestazioni, sempre nonviolente, di grande visibilità e spesso molto provocatorie.

Avevano come simbolo le biciclette bianche[2], sulle quali giravano in enormi gruppi per le città. Avanzavano una precisa proposta politica costituita dai Progetti bianchi: chiedevano la socializzazione dei mezzi di trasporto e delle abitazioni (segnalavano pubblicamente gli appartamenti sfitti da occupare - anticipando di molti anni il fenomeno degli squatter, organizzavano momenti di informazione popolare sui metodi contraccettivi. Il principale loro progetto politico era il Piano delle Biciclette Bianche, che prevedeva di abolire progressivamente il traffico motorizzato sostituendolo con quello ciclistico, utilizzando biciclette di proprietà pubblica (anticipando di molti anni le successive iniziative di car-sharing).

Nascita della «Nuova Sinistra»Modifica

Negli anni '60 nacque la Nuova Sinistra (New Left fu un termine coniato dal sociologo americano Charles Wright Mills) focalizzata non solo, come per la sinistra tradizionale, sulla disuguaglianza sociale e lo sfruttamento del lavoro, ma anche su problematiche coinvolgenti la persona nella società industriale avanzata, sull'alienazione, il disagio, l'autoritarismo, la disumanizzazione indotta dal mercato, dai consumi, dai mezzi di comunicazione di massa che incatenano la mente. Si cominciò ad andare al di là dei riferimenti ideologici classici della sinistra (Marx, Lenin), rivolgendosi alle più diverse forme di marxismo critico, e anche oltre il marxismo, al pensiero critico filosofico, sociologico, psicoanalitico. Non si considerava più solamente la fabbrica come istituzione totale alienante, ma anche la famiglia, la caserma, il carcere, l'ospedale psichiatrico. Ci si aprì a nuove vedute approfondendo il pensiero di Louis Althusser, Herbert Marcuse, Theodor Adorno, Max Horkheimer, Jürgen Habermas, Wilhelm Reich, Michel Foucault, Ronald Laing.

Della sinistra storica si valorizzavano orientamenti in passato minoritari, come l'anarchismo e il trotskismo. Il riferimento ideale all'URSS venne meno, e si condividevano invece posizioni del dissenso nei paesi dell'Europa Orientale; in parte ci si allineò col pensiero di Mao Zedong dopo la rottura Cina-URSS. Nuovi riferimenti furono la rivoluzione cubana e la lotta terzomondista di Ernesto "Che" Guevara. Divennero figure importanti anche pensatori e attivisti provenienti dai paesi in via di sviluppo, come Amilcar Cabral, Hosea Jaffe, Samir Amin. Nonostante i settori maoisti si ispirassero a Stalin, la maggioranza della nuova sinistra rifiutava il dogmatismo e il monolitismo dei partiti storici della sinistra. Si privilegiava la partecipazione diretta, la democrazia assembleare, la spontaneità e l'immediatezza dell'azione.

La maggior parte delle nuove organizzazioni, che furono numerosissime e in continua evoluzione (spesso con scissioni, fusioni, scioglimenti e rinascite), nacquero al di fuori della sinistra tradizionale, mentre alcune presero vita all'interno. In Italia fu il caso del Manifesto, un gruppo di importanti figure del PCI (Lucio Magri, Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Aldo Natoli, Valentino Parlato, Luciana Castellina, Lidia Menapace) che tramite l'omonima rivista da loro fondata aprirono un dibattito aperto e critico che portò alla messa in discussione del ruolo guida dell'URSS per i comunisti; per questo, dopo un processo interno, furono espulsi dal partito, e andarono a costituire una muova formazione che ebbe da subito alcune migliaia di aderenti.

La morte di Che GuevaraModifica

Nell'ottobre 1967 i militari boliviani annunciarono la morte di Che Guevara.

Leader della rivoluzione guerrigliera assieme a Fidel Castro a Cuba e poi, dopo la vittoria della rivoluzione, Ministro dell'Economia del nuovo regime socialista, si era allontanato dall'isola l'anno precedente per iniziare una nuova rivoluzione nelle montagne della Bolivia. Nella primavera del 1967 era stato reso noto un suo appello ai rivoluzionari del mondo, dal titolo Creare due, tre, molti Vietnam. Compito dei rivoluzionari, secondo Che Guevara, era affiancare il Vietnam con numerosi altri movimenti insurrezionali in tutte le aree del mondo, che vanificassero l'azione «di polizia» della superpotenza americana, garantendo la vittoria del Fronte nazionale di liberazione in Vietnam e la sconfitta dell'imperialismo statunitense. La morte da guerrigliero in territorio boliviano nel 1967 contribuì a fare di Che Guevara un simbolo della lotta contro ogni forma di oppressione. La sua tensione ideale ispirò lo spirito rivoluzionario che contraddistinse la protesta studentesca europea alla fine degli anni sessanta.

A partire dal novembre 1967, in diversi Paesi europei si diffusero agitazioni studentesche: dapprima concentrate nelle Università, che vennero occupate e dove il movimento tentò di dar vita a forme di «controeducazione alternativa» a quella ufficiale attraverso volantini ciclostilati, l'opposizione «extraparlamentare», come all'epoca veniva definita, progettava di investire progressivamente l'intera società a partire dalla base stessa.

Il movimento nel mondoModifica

Stati UnitiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Presidenza di Lyndon B. Johnson § Movimento contro la guerra del Vietnam.
 
Bob Dylan, uno dei personaggi chiave del movimento di protesta americano.

Negli Stati Uniti le lotte si polarizzarono contro la società dei consumi, contro la Guerra del Vietnam, nell'appoggio alle battaglie dei neri per il riconoscimento dei loro diritti civili e per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

Agli inizi degli anni '60 si sviluppò il movimento hippy, parola di gergo che voleva dire «uno che ha mangiato la foglia», in seguito ribattezzati «figli dei fiori», poiché la loro unica arma erano appunto i fiori. Gli hippy si battevano contro la guerra nel Vietnam. Si trattava di un sanguinoso conflitto che dal 1962 vedeva impegnati gli Stati Uniti, che combattevano l'unificazione tra Vietnam del Nord e Vietnam del Sud, poiché al Nord vi era un governo comunista, mentre al Sud vi era un governo filoamericano. Il timore americano era l'unificazione del Vietnam sotto un regime comunista, che si sarebbe potuto diffondere anche ad altri Stati asiatici. Nel Sud filoamericano, inoltre, vi era un nutrito gruppo di comunisti (i Viet Cong) che si battevano per l'unificazione del Vietnam e perciò, con l'appoggio del governo del Vietnam del Nord e della Cina, diedero vita ad atti di guerriglia. Gli Stati Uniti si ritirarono dal conflitto solo nel 1973, con gli accordi di pace di Parigi, a causa della sopraggiunta impossibilità di vincere la guerra, ma anche sull'onda delle proteste dell'opinione pubblica mondiale, oramai largamente contraria al conflitto. La guerra, tuttavia, si concluse il 30 aprile 1975 con la caduta di Saigon.

In America questo movimento si unì alle battaglie dei neri per la conquista dei più elementari diritti civili. Negli Stati del Sud, negli anni cinquanta era venuto maturando un movimento nero per l'eguaglianza, promosso dalle comunità di colore. Uno degli atti più significativi fu il boicottaggio degli autobus di Montgomery, Alabama, lanciato nel 1955 per protesta contro la segregazione delle razze. Nel 1954 la Corte Suprema americana, con la sentenza "Brown v. the Board of Education of Topeka", ordinò la fine della segregazione nelle scuole: si trattò di uno dei più importanti risultati conseguiti dal movimento.

In appoggio al movimento nero del Sud, gli studenti di molte università del Nord degli Stati Uniti diedero inizio alle «marce al Sud», massicce campagne d'invio di militanti – la maggior parte dei quali bianchi – durante l'estate, con il compito di proteggere il diritto di voto della popolazione nera. Il movimento ottenne significativi successi politici, contribuendo al superamento della segregazione.

Nato nelle Università del Nord degli Stati Uniti, il movimento studentesco si era dato come obiettivo essenziale la piena attuazione di quella democrazia promessa alla fine del conflitto mondiale garantito dalla Costituzione americana ma non attuata come promesso, in quanto piena di corruzione che tollerava la persistenza della segregazione razziale negli Stati del Sud, reprimeva le forme di opposizione al sistema corrotto e dittatoriale (come evidenziato dal recente fenomeno del maccartismo contro i comunisti e, più in generale, dall'avversione talvolta violenta nei confronti degli stili di vita alternativi) e favoriva il militarismo.

A partire dal 1963-1964 le agitazioni dei neri si svilupparono rapidamente anche nelle grandi città del Nord degli Stati Uniti. Qui però il problema non era la segregazione istituzionale: la rivendicazione della piena uguaglianza coi bianchi infatti, non si accompagnava (come nel movimento per i diritti civili del Sud) con la volontà di un'integrazione sociale totale nella «comunità dei bianchi», ma al contrario voleva preservare la diversità e la specificità, culturale e sociale. Eguaglianza e diversità, soppressione dei privilegi bianchi ma autogoverno dei neri nella loro comunità.

 
Martin Luther King con Malcolm X, prima di una conferenza stampa, 26 marzo 1964.

Le battaglie per il riconoscimento dei diritti civili ai neri si dividevano sostanzialmente in due filoni.

Il primo era quello pacifista che auspicava la progressiva integrazione delle masse di colore nella società bianca; era guidato da Martin Luther King, un pastore battista apostolo della nonviolenza, che fin da giovane si era dedicato alla lotta contro la discriminazione razziale. Il suo celebre discorso, in cui auspicava l'uguaglianza tra i popoli (I have a dream) scatenò un'ondata di proteste e di violenze, culminate nel suo assassinio nel 1968.

Il secondo era quello più intransigente, guidato dalle Pantere Nere, che chiedeva non semplicemente tolleranza e diritti, ma l'accesso effettivo al potere (Black Power), rifiutava l'assimilazione nella società dei bianchi ma rivendicava l'autonomia e l'affermazione della cultura dei neri. Il movimento era di orientamento marxista e chiedeva inoltre libertà e occupazione, case e istruzione per tutti, la fine delle oppressioni anche verso le minoranze etniche.[senza fonte] Era guidato da personalità come Angela Davis, e Malcolm X. Quest'ultimo era un avvocato allevato da una coppia di bianchi che gli avevano dato il cognome «Little»: divenuto adulto preferì cancellarlo con una X. Egli era propenso ad un'alleanza tra tutti i popoli neri e lottava per la superiorità razziale del suo popolo. Secondo lui la divisione razziale era inevitabile ma accusava i bianchi, da lui reputati persone intelligenti ma responsabili della condizione dei neri, di non fare abbastanza o il necessario per risolvere questi problemi. Morì in circostanze poco chiare nel 1965, assassinato da tre membri della Nation of Islam, organizzazione che aveva lasciato da poco. Mesi prima della sua morte dopo un viaggio in Egitto e Arabia Saudita rinnegò le sue teorie sul potere nero, dicendo che esistevano dei bianchi sinceri e che era amico di buddisti, cristiani, indu, agnostici, atei, bianchi, neri, gialli, marroni, capitalisti, comunisti, socialisti, estremisti moderati.

FranciaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Maggio francese.

In Francia la protesta assunse toni molto estesi e radicali nel maggio del 1968 e parve trasformarsi in una rivolta contro lo Stato ma non assunse mai caratteri insurrezionali. Essa ebbe origine da un progetto governativo di razionalizzazione delle strutture scolastiche mirante a renderle più rispondenti alle esigenze dell'industria: cosa che significava favorire i settori tecnologicamente più avanzati, facendo pesare l'incremento della produttività sulla classe operaia. Il piano di riforma scolastica prevedeva, al termine degli studi secondari, una severa selezione da effettuarsi attraverso un esame supplementare che avrebbe ridotto considerevolmente il numero degli studenti universitari e consentito l'accesso agli studenti più dotati. In questo modo l'Università avrebbe corrisposto meglio alle esigenze di alta qualificazione e specializzazione tecnica previste per i quadri dirigenziali.[senza fonte]

 
Siate realisti. Chiedete l'impossibile.

L'approvazione di questo piano, chiamato piano Fouchet, provocò un'immediata risposta da parte delle masse studentesche. Contro lo spirito tecnocratico del piano Fouchet, gli studenti e i professori progressisti dell'università di Nanterre decisero di scioperare. La protesta si allargò rapidamente e il 22 marzo prese il via il movimento più noto tra quelli sorti nella primavera del 1968. Questo movimento era capeggiato da un giovane anarchico, Daniel Cohn-Bendit, e denunciava l'esistenza di un'unica condizione di oppressione che accomunava studenti e operai.

L'agitazione studentesca diventò acuta, a inizio maggio, alla Sorbona e a Nanterre. I motivi di fondo erano anche l'inadeguatezza delle istituzioni, la richiesta di una maggior partecipazione studentesca alla gestione delle università, la ribellione alla dittatura «baronale»[3]. Ben presto le motivazioni politiche e ideologiche presero il sopravvento[3]. L'occupazione alla Sorbona da parte degli studenti (2 maggio) rappresentò il momento di rottura, contrassegnato da scontri con la polizia. Inizialmente la sinistra francese prese le distanze dalle proteste studentesche, con Georges Marchais che espresse un giudizio sprezzante dicendo: «I gruppuscoli gauchisti, unificati in quello che chiamano il movimento del 22 marzo diretto dall'anarchico tedesco Cohn-Bendit, potrebbero solo far ridere. Tanto più che in generale sono figli di grandi borghesi che metteranno presto a riposo la loro fiamma rivoluzionaria per andare a dirigere l'impresa di papà e sfruttare i lavoratori»[3].

Il 6 maggio manifestarono a Parigi 15.000 persone e il giorno dopo 50.000. I loro propositi erano «l'immaginazione al potere», «siamo tutti indesiderabili», «proibito proibire», «siate ragionevoli, chiedete l'impossibile». Era una continua improvvisazione che rifiutava la logica in quanto borghese. Da quel momento iniziarono a scendere in piazza anche gli operai: i sindacati erano incerti, la sinistra «legale» era contemporaneamente affascinata e impaurita dalla deflagrazione improvvisa e largamente spontanea, che era anche una dichiarazione di guerra al generale Charles de Gaulle e al suo Primo Ministro Georges Pompidou[3].

In seguito a una manifestazione del 13 maggio, ci furono scontri tra operai e studenti, che avevano sfilato insieme, poiché questi ultimi rifiutarono di sciogliere i loro assembramenti occupando la Sorbona e, di conseguenza, entrarono in sciopero le maestranze della Renault, mentre i teatri di Stato e l'Académie française finirono in mano agli estremisti. Nel Paese si scatenò l'anarchia, con il blocco delle scuole, delle fabbriche, delle ferrovie, delle miniere e dei porti: ci furono devastazioni, tumulti, le prime code di gente presa da panico davanti ai negozi di alimentari. Il segretario del Partito Comunista, Waldeck Rochet, propose la costituzione di un governo «popolare», ma il capo della Confédération générale du travail (il sindacato comunista) Georges Séguy, che per lo spontaneismo studentesco aveva un'avversione profonda, non volle lo sciopero insurrezionale[3].

Charles de Gaulle, in quel momento in Romania per una visita istituzionale, rientrò a Parigi in anticipo e il 24 maggio pronunciò un discorso televisivo di sette minuti in cui promise d'indire, entro giugno, un referendum: «Se doveste rispondere no, non c'è bisogno di dire che non continuerei ad assumere per molto le mie funzioni. Ma se, con un massiccio sì, esprimerete la vostra fiducia in me, comincerò con i pubblici poteri e, spero, con tutti coloro che vogliono servire l'interesse comune, a cambiare ovunque sia necessario le vecchie, scadute e inadatte strutture e ad aprire una via più ampia per il sangue giovane di Francia»[3].

Nonostante il videomessaggio continuarono i disordini in città, e nel teatro dell'Odéon gli studenti proclamarono il proprio attacco alla «cultura dei consumi»: dichiararono che i teatri nazionali cessavano di essere tali diventando «centri permanenti di scambi culturali, di contatti tra lavoratori e studenti, di assemblee continue. Quando l'Assemblea nazionale diventa un teatro borghese, tutti i teatri borghesi devono diventare assemblee nazionali». Jean-Paul Sartre tenne discorsi alla Sorbona, ricevendo acclamazioni ma anche grida ostili, mentre il Ministro dell'Educazione Alain Peyrefitte rassegnò le dimissioni e i sindacati approvavano una bozza di accordo con miglioramenti salariali e normativi, facendo un passo indietro rispetto alle richieste iniziali[3].

Dopo un incontro con il generale Jacques Massu, che comandava le forze francesi in Germania Ovest, de Gaulle parlò nuovamente in televisione, annunciando lo scioglimento dell'Assemblea nazionale, indicendo le elezioni politiche il 23 e 30 giugno, revocando il referendum per motivi di ordine pubblico e scagliandosi contro gruppi «da tempo organizzati» che esercitavano «l'intossicazione, l'intimidazione e la tirannia»[3]. Nelle votazioni di fine giugno la destra gollista ottenne 358 seggi su 485 a disposizione, mentre la coalizione di sinistra ne perse 61 (Pierre Mendès France non fu rieletto). Il 16 giugno, una settimana prima delle votazioni, la Sorbona era stata evacuata dai duecento della «Comune studentesca» che ancora la occupavano; il 17 finirono i residui scioperi mentre il 27 giugno fu sgomberata l'École des beaux-arts[3]. Il generale de Gaulle aveva vinto, e dopo la vittoria elettorale sostituì il Primo Ministro Pompidou con Maurice Couve de Murville[3].

L'ondata pre-insurrezionale fu fermata anche per l'intervento della «maggioranza silenziosa», che aveva affermato il suo diritto e dovere di governare contro le frange estremiste, radunando agli Champs-Élysées tra le 600.000 e 1.000.000 di persone[4] che manifestarono contro gli estremisti chiedendo stabilità per il Paese[5].

InghilterraModifica

La cosiddetta università di massa è un traguardo che in Inghilterra si realizza ben prima del 1968. La popolazione studentesca, che nel primo decennio postbellico era rimasta stabile intorno alle 70.000 unità, nel 1965 aveva già raggiunto la quota dei 300.000 iscritti: una vera e propria rivoluzione silenziosa che aveva quadruplicato il numero degli iscritti, allargando verso le classi inferiori l’accesso all’istruzione terziaria. Il mutamento di funzione dell'università, che non è più luogo riservato alla formazione e alla riproduzione di una élite che imita lo snobismo culturale dei ceti dirigenti, innesca una serie di rotture: la Radical Student Alliance (Rsa), cui aderiscono giovani laburisti e comunisti, entra in conflitto proprio nel 1968 con la dirigenza della National Union for Students, il tradizionale sindacato semi-obbligatorio che organizzava fin dal 1923 gli studenti britannici.

L'epicentro delle proteste studentesche fu la London School of Economics (LSE), la prestigiosa sede universitaria caratterizzata dalla sua tradizione progressista, impegnata e filo-laburista, all'interno della quale il ruolo di avanguardia venne assunto dalla facoltà di Sociologia, in cui si iniziò a sperimentare la "libera università", richiamandosi al modello americano delle occupazioni e delle assemblee. Altre sedi universitarie furono al centro della mobilitazione internazionalista: a Cambridge viene contestato il discorso di Denis Healey, segretario alla difesa; simili contestazioni incontra all'università di Leeds Patrick Wall, deputato di estrema destra sostenitore del regime razzista rhodesiano. Il 30 maggio 1968 entra in agitazione l'università di Hull: gli studenti chiedono più democrazia; a Bristol è occupata la sede dell'unione studentesca e gli studenti chiedono che i locali siano aperti all'uso della città; alla Keele University; nel giugno, si protesta per ottenere rappresentanza nel senato accademico e nei comitati universitari. Nello stesso periodo a Newcastle, presso la Scuola di medicina, si tiene un teach-in sul Vietnam. Particolarmente intense sono le agitazioni nei colleges e nelle scuole d'arte. A partire dall’Hornsey College, la protesta si diffonde a Croydon, Birmingham, Liverpool, Guilford e al Royal College of Arts di Londra. Gli studenti delle scuole d'arte costituiscono un movimento per ripensare l'educazione all'arte e il disegno e assumono un ruolo di avanguardia nel movimento antiautoritario.

La lotta contro l'imperialismo e il razzismo è il collante delle varie anime del movimento studentesco britannico. A giugno dell’anno 1968 la Camera dei Lord boccia a maggioranza la proposta di sanzioni contro lo stato razzista della Rhodesia. Scioperi di protesta sono organizzati dagli studenti in molte università. In autunno sarà la questione del Vietnam a innescare la ripresa delle mobilitazioni studentesche. Gli studenti della London School of Economics vogliono coinvolgere l'università nelle manifestazioni organizzate per il 27 ottobre a sostegno della lotta del popolo vietnamita. In seguito al diniego delle autorità accademiche, la London School viene occupata; comincia così uno stato di agitazione che si protrarrà fino alla fine dell'anno. Alla fine di ottobre, per riaprire il dialogo con i giovani, il governo laburista annuncia l'imminente estensione del voto ai diciottenni.

Tuttavia, benché proteste, occupazioni e mobilitazioni giovanili fossero una costante del Sessantotto britannico, un puntuale bilancio che ne attesti la portata non può che evidenziare un'estensione e un'intensità minori rispetto al ruolo che ebbero i movimenti in Francia, in Italia e in Germania, dove si crearono importanti saldature con il movimento operaio e numerose altre forme di mobilitazione sociale. Né tantomeno il movimento studentesco e giovanile britannico può essere paragonato al movimento negli Stati Uniti dove fu molto più esteso e duraturo, dando vita ad una vera e propria cultura alternativa, una controcultura, che si riverbererà negli anni successivi soprattutto come nuovo modello di valori capace di farsi dominante[6].

Germania OvestModifica

In Germania Ovest negli anni Sessanta forte era la protesta giovanile contro la guerra in Vietnam, la forte presenza militare americana nel Paese e il marcato atlantismo del governo. Nel gennaio 1967 viene fondata a Berlino la Kommune 1, un raggruppamento che proclamava l'attacco al conformismo e ad ogni valore borghese, e nell'aprile dello stesso anno organizzò un lancio di uova contro il vicepresidente USA Humphrey in visita alla città, con diversi suoi attivisti arrestati. Si moltiplicarono le manifestazioni di disprezzo verso la presenza di militari statunitensi, e il 5 febbraio 1968 manifestanti riuscirono ad occupare brevemente l'Amerikahaus di Francoforte innalzandovi la bandiera del Fnl, con un seguito di scontri e arresti. Pochi giorni dopo si tenne a Berlino un grande convegno internazionale di denuncia dei crimini USA in Vietnam, seguito da una vasta manifestazione.

Nel mondo della scuola lo scontro era forte già nel 1967, quando il giornale studentesco Der Rote Turm venne sospeso per avere denunciato l'uso della tortura nelle prigioni della Spagna di Franco, e successivamente, in Assia, nella rivista scolastica Bienenkorb Gazzette comparve un'inchiesta sulla sessualità nei giovani, suscitando indignate reazioni nella stampa e in parlamento. Nel 1968 le azioni di protesta divennero sempre più dure. Venivano rifiutati i metodi disciplinari e selettivi, si bruciavano in piazza le pagelle, si susseguivano manifestazioni e occupazioni, si costruivano spazi alternativi di controcultura e di vita comunitaria. Figura molto nota fu Rudi Dutschke, studente di sociologia e dal 1965 leader carismatico dell'Sds (organizzazione degli studenti socialdemocratici tedeschi) berlinese, il quale successivamente subì un clamoroso attentato da parte di un neo-nazista che lo ferì gravemente con tre colpi di pistola l'11 aprile 1968, e fortunosamente riuscì a sopravvivere pur con danni permanenti.[7]

La Primavera di PragaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Primavera di Praga.
 
Praga, agosto 1968. Carri armati sovietici circondati dalla folla

Situazione ben diversa si aveva nei Paesi del Patto di Varsavia, dove le manifestazioni chiedevano più libertà di espressione e una maggiore considerazione delle opinioni e della volontà della popolazione sulle scelte politiche. La più alta delle manifestazioni di protesta fu la rivolta studentesca in Cecoslovacchia, che condusse alla svolta politica chiamata «Primavera di Praga».

L'avvento al potere di Leonid Il'ič Brežnev significò per la società sovietica la fine di ogni spinta riformatrice. Questa politica di conservazione riguardò anche tutti i Paesi del Patto di Varsavia, ma in Cecoslovacchia si era realizzato un originale tentativo di rendere democratico il sistema stalinista. Il progetto riformatore prevedeva l'allargamento della partecipazione politica dei cittadini e la ristrutturazione dell'economia, con la rinuncia del potere assoluto da parte dello Stato. A sostenere questo tentativo ci fu proprio il movimento politico e culturale della Primavera di Praga.

Tuttavia, nel timore che questo processo di democratizzazione contagiasse anche gli altri Paesi del blocco sovietico, l'URSS decise di soffocare con la forza il movimento di riforma. Con questa scelta così violentemente autoritaria molti partiti nazional-comunisti sparsi nel resto del mondo si dichiararono in totale disaccordo.

PoloniaModifica

In Polonia, l'8 marzo, una massiccia agitazione studentesca portò ad una manifestazione all'Università di Varsavia, dove gli studenti protestavano contro l'espulsione dei compagni Adam Michnik ed Henryk Szlajfer. La manifestazione fu duramente repressa dalla polizia in borghese e molti dimostranti furono arrestati. I dipartimenti vennero chiusi e si vietò agli studenti di proseguire gli studi. La situazione si risolse politicamente con una violenta campagna antisemita che portò una ondata di emigrazioni. Furono tra venti e trentamila i cittadini polacchi di origine ebraica che emigrarono, rifiutando la propria cittadinanza polacca per ottenere in cambio un biglietto di sola andata Varsavia-Tel Aviv, via Vienna. Gli intellettuali protagonisti del marzo che rimasero in Polonia avranno una funzione di rilievo in relazione alle successive agitazioni operaie del 1970 e, più tardi, degli anni ottanta.

JugoslaviaModifica

In Jugoslavia, la rivolta degli studenti di Belgrado del giugno 1968, si concluse con l'accoglimento di alcune richieste e con una presa di posizione del maresciallo Tito in favore della critica e della mobilitazione di massa anche in regime socialista.

La rivoluzione culturale in CinaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Grande rivoluzione culturale.

Nella Repubblica Popolare Cinese il Sessantotto rappresentò il momento più acuto della rivoluzione culturale avviata nel 1966. Tutto il sistema di potere di questo Paese venne completamente trasformato. Partito dai gruppi di studenti universitari che protestavano contro i privilegi culturali ancora presenti nella società cinese, il conflitto fu subito appoggiato da Mao Zedong e dai suoi sostenitori, che lo radicalizzarono come strumento di pressione contro l'opposizione interna. Nell'estate del 1967 e agli inizi del 1968 lo scontro sembrò raggiungere un tale livello di acutezza da far temere una guerra civile. Successivamente però la tensione si allentò, numerosi dirigenti giovanili furono allontanati dalle città e inviati nelle zone rurali. Si imposero ovunque i «Comitati rivoluzionari» che recuperarono i vecchi dirigenti. Infine gli avversari di Mao vennero emarginati.

GiapponeModifica

In Giappone l'organizzazione giovanile di sinistra Zengakuren (lega nazionale degli studenti) già dalla fine degli anni '50 aveva condotto dure lotte contro il pesante autoritarismo nella scuola (che sostanzialmente era rimasta la stessa di prima del 1945), raccogliendo anche il forte sentimento anti-USA per la loro ingerenza nel Paese e la politica imperialista e militarista nel Sud-est Asiatico. Nel gennaio 1968, all'arrivo della portaerei americana Enterprise a Tokio e poi a Sasebo, un'enorme massa di studenti assediò la base militare e un gruppo riuscì a penetrarvi. Successivamente si costituì lo Zenkyoto (Comitato di lotta interfacoltà) al quale aderirono non solo studenti, ma anche docenti e ricercatori di circa duecento università. Ad esso operai e cittadini si unirono in grandi manifestazioni contro la guerra in Vietnam che nel 1969 arrivarono ad attaccare parlamento, ambasciata USA e la grande stazione di Shinjuku.[8] Successivamente il governo mosse vaste e violente forze di polizia che progressivamente ripresero il controllo delle università, da mesi in mano agli studenti, e si avviò una fase di dura repressione.[9]

 
Manifestazione studentesca a Città del Messico, 27 agosto 1968

MessicoModifica

Anche in Messico nel 1968 si ebbero vaste agitazioni studentesche, contro il governo autoritario del Partito Rivoluzionario Istituzionale al potere dal 1929 e per denunciare le drammatiche disuguaglianze sociali nel Paese. Nell'imminenza dello svolgersi delle Olimpiadi a Città del Messico, le proteste giovanili si intensificarono approfittando dell'occasione di una maggiore visibilità internazionale. Dopo due mesi di sciopero studentesco, il 2 ottobre 1968 oltre 10 mila gli studenti e semplici cittadini confluirono in Piazza delle Tre Culture e la riempirono per protestare contro il governo per dare vita a una manifestazione antigovernativa, del tutto pacifica. Seguendo un piano meticolosamente preparato, alle 17.30 tutta la piazza venne circondata da unità dell'esercito, che assieme a forze di polizia chiuse ogni via d'uscita. Ad un preciso segnale, soldati appostati sui tetti del ministero degli Esteri e alcuni elicotteri in volo iniziarono il mitragliamento della folla, continuando per 60 minuti (la giornalista italiana Oriana Fallaci, che da un grattacielo osservava per documentare la protesta, venne gravemente ferita). Impedendo a chiunque altro di avvicinarsi, gli stessi militari raccolsero i cadaveri e li portarono via con propri camion. Alla stampa dichiararorono che i manifestanti avevano attaccato le forze dell'ordine che avevano sparato per difendersi, e comunicarono che i morti erano 29. E questo fu il numero che la stampa internazionale comunicò. Solo col tempo le inchieste sui fatti rilevarono che le persone uccise erano circa 300 (strage di Piazza delle Tre Culture o di Tlatelolco).[10][11]

UruguayModifica

Il movimento degli studenti in Uruguay già dalla fine degli anni '50 era particolarmente forte e combattivo. Con una legge del 1958 l'università era stata fortemente democratizzata: rettore e presidi di facoltà venivano eletti da un consiglio composto da docenti, ex studenti laureati e studenti. La politicizzazione dei giovani era notevole e orientata maggioritariamente a sinistra, sia nell'indirizzo riformista sia in quello rivoluzionario. Forte era la solidarietà verso la rivoluzione cubana, e grandi manifestazioni di protesta antiamericane (per gli interventi nella Repubblica Dominicana, in Congo e in Vietnam) contestarono diverse visite di grandi personalità statunitensi, culminando l'11 aprile 1967 quando Lyndon Johnson soggiornò a Punta del Este per una conferenza di capi di Stato. Su questo grande protesta il regista Mario Handler realizzò il film-documentario Mi piacciono gli studenti, con colonna sonora del cantautore anarchico Daniel Viglietti.[12]

 
Corteo all'Università di Montevideo per commemorare l'uccisione dello studente Liber Arce, 1968

Il 10 maggio 1968 iniziò una serie di agitazioni studentesche partite con la protesta per l'aumento del prezzo degli abbonamenti per l'autobus. A loro si unirono giovani universitari con una propria rivendicazione di assegni di assistenza. I giovani bloccarono e occuparono diversi licei. Alla loro protesta si unirono professori e settori di lavoratori, passando alla denuncia degli alti costi di tutti i trasporti pubblici. La risposta del presidente Pacheco Areco fu feroce. Il 13 giugno 1968, col decreto Medidas Prontas de Seguridad, proclamò lo stato di emergenza, iniziò a imprigionare gli oppositori politici, consentì la tortura nel corso degli interrogatori di polizia e represse con brutalità le dimostrazioni di piazza.[13]

Il 6 luglio la polizia sparò contro un corteo di giovani ferendone gravemente sei. Il 9 agosto la polizia - fatto inaudito nella storia del paese - fece irruzione nelle facoltà universitarie, e in qualche caso fece uso delle armi da fuoco, ferendo lo studente Mario Toyos. Il 14 agosto colpì alle spalle e uccise lo studente Liber Arce. L'episodio suscitò grande emozione nel paese, dove fatti simili mai erano accaduti. Dopo ulteriori proteste degli studenti, il 20 settembre la polizia sparò di nuovo contro di loro uccidendo Hugo del los Santos e Susanna Pintos (anch'essi, come Liber Arce, aderenti alla Gioventù Comunista) e ferendone una quarantina. I giovani riempirono i muri di Montevideo cn la scritta "Liber Arce", che in lingua spagnola ha anche il significato "liberarsi".[14]

Il movimento in ItaliaModifica

 
I primi cortei studenteschi nel '68.

1966Modifica

L'occupazione della Facoltà di Sociologia a Trento del gennaio 1966, e la pubblicazione dei un'inchiesta sulla sessualità nei giovani sul giornale studentesco La Zanzara a Milano nel febbraio dello stesso anno, furono gli eventi che segnarono l'inizio al Sessantotto italiano.

Il 24 gennaio 1966, a Trento, avvenne la prima occupazione in Italia di una sede universitaria. L'Università di Trento era nata nel 1962 come Istituto universitario superiore di Scienze Sociali, ad opera di Bruno Kessler: i democristiani avevano chiesto e ottenuto la creazione di questo ateneo, pensando di creare una fabbrica di manager.[3]. Gli studenti si impossessarono della Facoltà di Sociologia, avanzando precise rivendicazioni nella normativa, fra cui il riconoscimento della laurea in Sociologia conferita dall’Istituto Superiore di Scienze Sociali. Nei mesi seguenti il movimento studentesco trentino, animato tra gli altri da Marco Boato, Mauro Rostagno, Renato Curcio, Margherita Cagol e Marianella Sclavi, condusse un’accesa battaglia per lo sviluppo della scienza sociologica e del sistema di insegnamento universitario, del quale venivano contestati forme e contenuti. L'occupazione sarà ripetuta nell'ottobre dello stesso anno, protestando contro il piano di studi e lo statuto (entrambi in fase di elaborazione) e proponendone stesure alternative. L'azione si concluse poi a causa dell'alluvione di Firenze, quando molti studenti accorsero volontari per portare aiuto nelle aree più colpite, e questo primo movimento ed incontro spontaneo di giovani, provenienti da tutta Italia e anche dall'estero, contribuì a far sorgere in molti di essi lo spirito di appartenenza ad una classe studentesca prima sconosciuta[1].

Il 14 febbraio dello stesso anno il giornale studentesco del liceo Parini di Milano, La zanzara, pubblicò un'inchiesta-sondaggio su tematiche sessuali intitolata Un dibattito sulla posizione della donna nella nostra società, cercando di esaminare i problemi del matrimonio, del lavoro femminile e del sesso, a firma di Marco De Poli, Claudia Beltramo Ceppi e Marco Sassano. Nell'articolo c'era scritto:

«Vogliamo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole a patto che ciò non leda la libertà altrui. Per cui assoluta libertà sessuale e modifica totale della mentalità.

[...] Sarebbe necessario introdurre una educazione sessuale anche nelle scuole medie in modo che il problema sessuale non sia un tabù ma venga prospettato con una certa serietà e sicurezza.

[...] La religione in campo sessuale è apportatrice di complessi di colpa».»

I redattori della Zanzara e il preside dell'Istituto, Daniele Mattalia, furono incriminati e processati. Luigi Bianchi D'Espinosa, presidente del Tribunale di Milano, assolse tutti, aggiungendo con tono paternalistico: «Non montatevi la testa, tornate al vostro liceo e cercate di dimenticare questa esperienza senza atteggiarvi a persone più importanti di quello che siete.[3]

L'Università necessitava di una ventata rinnovatrice: nel 1956-1957 gli iscritti ai corsi di laurea erano circa 212.000, mentre dieci anni dopo erano saliti a quota 425.000, per cui quella che era l'Università d'élite diventò Università di massa. L'insegnamento era in mano ai «baroni», i docenti dei corsi importanti si rivolgevano a una calca di allievi che a stento ne percepivano la voce, era sottovalutata o ignorata l'esigenza di laboratori e seminari che preparassero gli studenti all'attività professionale, e molti professori erano «ferroviari» (comparivano solo per le lezioni e con i ragazzi non avevano nessun rapporto umano). Per la soluzione di questi problemi gli studenti si sarebbero dovuti battere e il governo avrebbe dovuto provvedere (con Università serie in cui gli studenti poveri e bravi fossero stipendiati ed esentati da ogni tassa, con laboratori, biblioteche e aule decenti, con collegi ordinati, e con una meritocrazia equa a vantaggio dei più meritevoli). Invece i governi che si alternarono scelsero la strada più facile e meno utile: quella del «facilismo». Le Università aprivano i battenti, per l'iscrizione, a tutti i diplomati delle scuole medie superiori (l'esame di maturità veniva svuotato di contenuti a tal punto che la quasi totalità dei candidati era promossa) – aggravando i problemi organizzativi – e un'esigua ma ben organizzata minoranza degli studenti che promuoveva la contestazione, non aveva a cuore né l'Università né le riforme efficienti (come la legge 2314, proposta dal Ministro Luigi Gui e respinta dai contestatori), bensì la demagogia e l'opportunismo, ispirandosi al «gran rifiuto» di Herbert Marcuse[3], mentre tra coloro che contestavano i «baroni» ce n'erano parecchi che aspiravano soltanto a diventare «baroncini», e che lo divennero[3].

1967Modifica

Nel 1967 furono occupate, sgomberate e rioccupate la Statale di Pisa (dove si elaboravano le «Tesi della Sapienza»), Palazzo Campana a Torino, la Cattolica di Milano, e poi Architettura a Milano, Roma, Napoli. Nella facoltà di Sociologia di Trento praticamente non si riuscì a tenere nessun corso, perché i suoi locali erano permanentemente occupati[3]. La scintilla fu determinata da due situazioni di disagio per gli studenti universitari dell'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano e della facoltà di Architettura a Torino. Nel primo caso l'università decise di raddoppiare le tasse universitarie mentre a Torino venne deciso il trasferimento alla Mandria, una sede periferica molto disagiata. Il 15 novembre 1967 entrambe le università vennero occupate e subito sgombrate dalla polizia. I leader iniziali erano Mario Capanna e Luciano Pero in Cattolica, e Guido Viale a Torino.

Dopo tre giorni 30.000 studenti della Cattolica sfilavano per Milano fino all'arcivescovado e la rivolta si allargò a macchia d'olio. La presenza della polizia, con il battaglione Padova della Celere pronto a intervenire sugli studenti, finì con il costituire il propellente per la diffusione della protesta.

A Palazzo Campana Guido Viale ricordò che «la commissione delle facoltà scientifiche compiva l'estremo atto liberatorio nei confronti del Dio libro: lo squartamento dei libri in lettura per distribuirne un quinterno a ognuno dei membri»[3], mentre i miti della contestazione italiana erano Mao Zedong (il Libretto Rosso fu diffuso in milioni di copie nelle università occidentali) Ho Chi Minh, il generale Võ Nguyên Giáp, Yasser Arafat, Che Guevara[1], Karl Marx, Jean-Paul Sartre, Herbert Marcuse, Rudi Dutschke e Sigmund Freud[3]. Ai professori veniva negato il diritto di valutare gli studenti: l'esame doveva essere un tu per tu alla pari, anche se lo studente era impreparato (a volte capitava che il docente fosse un «barone» con poca pazienza, che non aveva mai speso un po' del suo tempo per capire i dubbi e le problematiche degli alunni). La cultura veniva disprezzata, scrivendo Kultura con la «K». A Roma il rettore Pietro Agostino D'Avack, disperato e impotente contro il dilagare del disordine, si risolse infine a mettere tutto «nelle mani del potere democratico dello Stato», ossia a invocare la forza pubblica[3].

Il movimento di contestazione creò i suoi miti e i suoi leader. Tra i più noti ci furono: Mario Capanna, Salvatore Toscano e Luca Cafiero a Milano, Luigi Bobbio e Guido Viale a Torino; Massimo Cacciari, Toni Negri ed Emilio Vesce a Padova; Franco Piperno e Oreste Scalzone a Roma; Gian Mario Cazzaniga e Adriano Sofri a Pisa[1].

1968Modifica

 
L'ingresso del Palazzo della Triennale a Milano nel maggio del 1968.

A Roma, si erano avute già ad inizio d'anno «azioni spettacolari come l'occupazione di più giorni della cupola di Sant'Ivo alla Sapienza, manifestazioni e la creazione di gruppi di studio caratterizzavano la mobilitazione romana»[15]. Il 1º marzo 1968, nei giardini di Valle Giulia a Roma, ci fu uno scontro tra studenti e forze dell'ordine senza precedenti, con centinaia di feriti, 228 fermi e 10 arresti[1]. L'Unità scrisse che «la polizia è stata scatenata contro gli studenti romani», ma poi la cronaca del quotidiano comunista riferiva che «davanti alle gradinate bruciavano roghi di jeep e di pullman» senza peraltro spiegare chi avesse appiccato il fuoco. In soccorso ai dimostranti era intervenuta La Sinistra, una rivista che aveva pubblicato un manuale per la fabbricazione di bottiglie Molotov, con tanto di illustrazioni[3]. Commentando la battaglia di Valle Giulia Pier Paolo Pasolini scrisse:

«Avete facce di figli di papà. Vi odio, come odio i vostri papà: buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo, siete pavidi, incerti, disperati. Benissimo; ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati: prerogative piccolo-borghesi, cari. Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte con i poliziotti io simpatizzavo con i poliziotti, perché i poliziotti sono figli di poveri, hanno vent'anni, la vostra età, cari e care. Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia, ma prendetevela con la magistratura e vedrete! I ragazzi poliziotti che voi, per sacro teppismo, di eletta tradizione risorgimentale di figli di papà, avete bastonato, appartengono all'altra classe sociale. A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento di lotta di classe e voi, cari, benché dalla parte della ragione, eravate i ricchi; mentre i poliziotti, che erano dalla parte del torto, erano i poveri.»[1].

I docenti universitari, in particolare quelli della facoltà di Architettura, subivano le intimidazioni studentesche: al Politecnico di Milano il preside di Architettura Paolo Portoghesi acconsentì gli esami di gruppo, l'autovalutazione e il 27 sempre garantito (gli studenti usciti da Architettura durante la sua gestione hanno dovuto ricominciare da capo, oppure si sono accontentati di lavori occasionali)[16]. Sempre a Milano, il 12 aprile 1968, il Corriere della Sera fu assalito da un gruppo di giovani che alzarono le barricate e si scontrarono contro la polizia[1]. Nove giorni dopo Eugenio Scalfari prese posizione su L'Espresso:

«Questi giovani insegnano qualcosa anche in termini operativi. L'assedio alle tipografie di Springer per bloccare l'uscita dei suoi giornali è un mezzo nuovo di lotta molto più sofisticato ed efficace delle barricate ottocentesche o degli scioperi generali. Ad un sistema "raffinato" si risponde con rappresaglie "raffinate". L'esempio è contagioso. Venerdì sera a Milano un corteo di studenti in marcia per dimostrare sotto il consolato tedesco si fermò a lungo e tumultuando sotto il palazzo del Corriere della Sera. Può essere un ammonimento per tutte quelle grandi catene giornalistiche abituate ormai da lunghissimo tempo a nascondere le informazioni e a manipolare l'opinione pubblica. Ammesso che sia mai esistita, la società ad una dimensione sta dunque facendo naufragio. Chi ama la libertà ricca e piena non può che rallegrarsene e trarne felici presagi per l'avvenire»[3].

Il Movimento Studentesco milanese era il gruppo più organizzato e incontrastato: aveva come leader Mario Capanna, che si era iscritto alla Statale dopo essere stato espulso dalla Cattolica, e instaurò una dittatura esercitata attraverso un «servizio d'ordine» i cui membri, chiamati «katanghesi», erano armati di chiave inglese[3].

Nel maggio 1968 tutte le Università, esclusa la Bocconi, erano occupate: nello stesso mese la contestazione si estese, uscendo dall'ambito universitario, un centinaio di artisti, fra cui Giò Pomodoro, Arnaldo Pomodoro, Ernesto Treccani e Gianni Dova occupano per 15 giorni il Palazzo della Triennale, dove era stata appena inaugurata l'esposizione triennale, chiedendo «la gestione democratica diretta delle istituzioni culturali e dei pubblici luoghi di cultura»[17].

Il movimento operaioModifica

Nel 1968 cominciarono ad esplodere forti tensioni sociali e conflitti nel mondo del lavoro. Si annoverarono anche fatti tragici.

Alla fine di novembre di quell'anno, ad Avola, 3.000 braccianti scesero in piazza a scioperare contro gli agrari, per il rinnovo del contratto di lavoro. Il 2 dicembre si verificò l'eccidio di Avola: durante una manifestazione le forze dell'ordine aprirono il fuoco contro un blocco stradale. Due braccianti, Giuseppe Sibilia e Angelo Sigona, vennero uccisi[1]. Altri 48 civili, tra cui una bambina di 3 anni, furono feriti dai colpi esplosi dalle forze dell'ordine.

 
Una manifestazione di operai e studenti.

Quattro mesi dopo, l'8 aprile 1969, a Battipaglia la popolazione scese in piazza per chiedere posti di lavoro, formando barricate e scontrandosi con la polizia che eseguì alcuni fermi. Il giorno dopo una folla enorme, al grido di “Difendiamo il nostro pane!” e “Basta con le promesse!”, si mosse verso la stazione ferroviaria per fermarre il traffico dei treni; le forze di polizia cercarono di fermarla con lacrimogeni e idranti, ai quali i manifestanti risposero lanciando sassi, e non vi riuscirono. Impossibilitati a contenere la folla, poliziotti e carabinieri presidiarono gli impianti di controllo della stazione, mentre la massa invadeva i binari. Quando poi la folla circondò il Commissariato chiedendo il rilascio dei fermati del giorno prima, il centinaio di poliziotti e carabinieri all'interno iniziarono a sparare sulle persone in strada, uccidendo la giovane insegnante Teresa Ricciardi e l’operaio tipografo diciannovenne Carmine Citro, e ferendo e colpendo con i proiettili un centinaio di persone. Le forze di polizia registreranno alla fine cento feriti.[18][1].

Nel 1969 ci fu l'esplosione degli scioperi degli operai in fabbrica (autunno caldo), che si saldò con il movimento degli studenti che contestavano i contenuti arretrati e parziali dell'istruzione, e rivendicavano l'estensione del diritto allo studio anche ai giovani di condizione economica disagiata. Dalla contestazione studentesca che fu inizialmente sottovalutata dai politici e dalla stampa, siera passati repentinamente alle rivendicazioni operaie[19]. In Italia la contestazione era il risultato di un malessere sociale profondo, accumulato negli anni sessanta, dovuto al fatto che il miracolo economico non era stato accompagnato – né a livello governativo, né a livello imprenditoriale – da una visione lungimirante dei problemi che ne derivavano: dalle migrazioni interne all'inquinamento. Le tasse venivano pagate prevalentemente dai lavoratori dipendenti, e l'evasione era molto alta. Era necessaria una spinta riformistica vigorosa[3].

Le agitazioni presero origine per il rinnovo di 32 contratti collettivi di lavoro chiedendo, tra l'altro, l'aumento dei salari uguale per tutti, la diminuzione dell'orario. Per la prima volta il mondo dei lavoratori e quello studentesco erano uniti fin dalle prime agitazioni su molte questioni del mondo del lavoro, provocando nel Paese tensioni sempre più radicali.[1].

I sindacati ufficiali furono scavalcati dai Comitati unitari di base (CUB), che esigevano salari uguali per tutti gli operai in base al principio che «tutti gli stomaci sono uguali», senza differenze di merito e di compenso, concependo il profitto come una truffa e la produttività un servaggio[3]. Nel numero del luglio 1969 dei Quaderni piacentini compariva un lungo documento che affermava: «Cosa vogliamo? Tutto. Oggi in Italia è in moto un processo rivoluzionario aperto che va al di là dello stesso grande significato del maggio francese [...] Per questo la battaglia contrattuale è una battaglia tutta politica»[3].

Gli imprenditori italiani furono colti da un sentimento di forte disagio: a Valdagno, durante una dimostrazione operaia, fu abbattuto il monumento a Gaetano Marzotto (creatore del complesso industriale), nelle fabbriche l'atmosfera diventò pesante per dirigenti, «capi» e «capetti», che si sentirono intimiditi[3].

Aumentavano gli episodi di sabotaggio intimidazione. Alla FIAT, il 29 ottobre 1969, in concomitanza all'apertura del Salone dell'Automobile, nel corso degli scioperi articolati per il nuovo contratto di lavoro, un folto gruppo di scioperanti, armati di sbarre e bastoni, prese d'assalto lo stabilimento di Mirafiori, devastando le linee di montaggio dei modelli «600» e «850», il reparto carrozzeria e le strutture della mensa[20][21]. Quando la FIAT individuò e denunciò 122 operai responsabili delle devastazioni, si contrapposero mobilitazioni politiche e sindacali, con il Ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin che costrinse l'azienda a ritirare le denunce.

Alla fine, il 21 dicembre, con una mediazione, furono accolte quasi tutte le richieste dei sindacati e ritornò una calma apparente. Ma gli operai ottennero alcuni risultati: aumenti salariali, interventi nel sociale, pensioni, diminuzione delle ore lavorative, diritti di assemblea, consigli di fabbrica[1]. E gettarono le basi dello Statuto dei lavoratori (siglato poi nel 1970)[1].

Il mondo cattolicoModifica

L'ondata del Sessantotto travolse profondamente la chiesa cattolica, sia internazionalmente, sia in Italia.

Negli anni '50, in Francia nacque l'esperienza dei preti operai, che sceglievano di lavorare in fabbrica per condividere le dure condizioni di vita dei lavoratori dell'industria, instaurando un dialogo anche con quella parte consistente di loro che era di orientamento social-comunista. Ebbero anche riconoscimenti ufficiali, come da parte del cardinale di Parigi Emmanuel Suhard; iniziative analoghe si estesero in altri paesi dell'Europa occidentale. Tra i più noti preti operai, il domenicano Jacques Loew, che lavorò come scaricatore di porto a Marsiglia, il sacerdote Michel Favreau, morto poi in un incidente sul lavoro, e l'italiano Sirio Politi, che pubblicò il suo diario di vita in fabbrica, dal titolo "Uno di loro". Ma presto la gerarchia ecclesiatica si allarmò, la vicinanza di sacerdoti alle problematiche del lavoro e il loro coinvolgimento nei loro obiettivi rivendicativi erano tacciati di cedimento verso il marxismo. Così nel1954 Pio XII impose l'allontanamento dei preti dalle fabbriche, consentendo solo una pastorale verso i lavoratori dall'esterno; soltanto dopo il Concilio Vaticano II, nel 1965, l'esperienza dei preti operai fu riconosciuta e riprese liberamente.

Prima in Brasile, poi in gran parte dell'America Latina, a partire dalla fine degli anni '50, nacquero le Comunità Ecclesiali di Base, impegnate a vivere e diffondere una fede che comprendeva l'attenzione verso i problemi sociali e l'impegno per raggiungere precisi obiettivi di miglioramento. Grandi figure come Paulo Freire, insegnante di Recife che sviluppò un nuovo metodo pedagogico incentrato sul processo di coscientizzazione del problema, ed Helder Camara, arcivescovo di Recife, contribuirono a una rilettura della pastorale fra i poveri e nella teologia stessa, che prese anche le forme di una contestazione del modo di porsi tradizionale della chiesa verso le masse. Si arrivò così a quell'ondata innovativa che prese il nome di teologia della liberazione, che coinvolse anche il mondo cristiano non cattolico. Alcuni teologi, come Richard Shaull, missionario presbiteriano, posero la questione se la rivoluzione potesse avere un significato teologico cominciando, insieme ad altri giovani protestanti, a discutere questi temi con sacerdoti domenicani e intellettuali cattolici. Storica fu la conferenza dell'episcopato latinoamericano di Medellín (1968), al centro della quale fu il concetto di opzione preferenziale dei poveri.

Anche in una realtà geografica e politica così diversa come il Sudafrica si sviluppò una teologia della liberazione nera nella lotta contro l'apartheid, in cui protagonista sarà, negli anni più recenti, il vescovo anglicano Desmond Tutu. Nel resto del continente tale teologia metteva delegittimava la conquista coloniale, operata da europei "cristiani", causa della miseria nell'intera Africa.

In Italia altre grandi figure avevano assunto all'interno della chiesa cattolica, per riportarla ad una maggiore aderenza allo spirito evangelico, posizioni innovative e a volte dirompenti: don Zeno Saltini, don Primo Mazzolari e, ancor più, don Lorenzo Milani, duramente perseguitato sia dalla gerarchia ecclesiastica, sia dalla magistratura italiana per le proprie posizioni antimilitariste. Papa Giovanni XXIII, molto attento alle necessità di rinnovamento nella chiesa di fronte a un mondo attraversato da grandi mutamenti convocando Il Concilio Vaticano II, consentì che venissero raccolti alcune delle istanze provenienti dai sommovimenti interni ed esterni alla realtà cattolica, ma alla fine le aree cattoliche più innovative ritennero insufficienti le aperture, o ritennero che molti indirizzi di rinnovamento restassero non applicati. Pertanto le contestazioni continuarono ancora più accese.

Il 15 settembre 1968, alle 17, un gruppo di giovani cattolici del dissenso occuparono il duomo di Parma distribuendo un volantino in cui si chiedeva alla Chiesa “il coraggio di scelte a favore dei poveri e contro il sistema capitalistico” e si protestava contro “la rimozione di preti senza avere interpellato i fedeli”, riferendosi a don Pino Setti, un giovane sacerdote di Santa Maria della Pace che predicava una pastorale innovativa e coinvolgente verso i giovani (come la “messa beat” con il complesso dei Corvi), criticate però dai “benpensanti”, e viste con diffidenza dalla Curia; alla fine, Setti venne esiliato in una parrocchia di montagna. Dopo diverse ore, e tentativi di convincere i ragazzi ad andarsene ai quali risposero sempre con un rifiuto, venne fatta intervenire la polizia, alla quale i giovani risposero, non violenti, con la resistenza passiva: dovettero così essere sollevati a braccia e trasportati uno per uno fuori.

Don Enzo Mazzi a Firenze aveva messo in piedi la nuova parrocchia del quartiere Isolotto, i cui principi fondanti erano: 1 - la pastorale dichiaratamente missionaria che non faceva riferimento a dogmi o a teoremi dottrinali: l'intento era quello di superare gli steccati tra credenti e non credenti, tra buoni e cattivi, gli steccati politici; 2 - l'esercizio gratuito del ministero in tutti i suoi aspetti, rifiutando le "tariffe" sia per la messa sia per tutti i sacramenti. Solidarizzò con i cattolici che non si riconoscevano nella politica democristiana e alloggiò in canonica disabili, ex carcerati e tre nuclei familiari. Avuta notizia dell'occupazione del duomo di Parma, don Mazzi inviò a quei giovani una lettera aperta di solidarietà, Dopo un'assemblea della sua comunità parrocchiale, che raccolse diecimila persone che si opponevano al provvedimento, il parroco fu rimosso dal cardinale Ermenegildo Florit, lo stesso che qualche anno prima aveva perseguitato don Lorenzo Milani. Mazzi continuò ad esercitare la sua pastorale in alcuni locali contigui, che divennero sede della comunità cristiana di base dell'Isolotto, ma nel 1974 fu prima sospeso a divinis e poi ridotto allo stato laicale.

Don Giovanni Franzoni, altro prete del dissenso, nel 1974, contrariamente alla DC e alla chiesa ufficiale, prese posizione a favore della legge sul divorzio perché l'indissolubilità del matrimonio, principio cristiano, non doveva essere imposto ai non credenti; fu violentemente attaccato da tutta la DC e dall'Azione Cattolica, e sospeso a divinis.

Anche al di fuori dell'ambito ecclesiale, nel mondo politico-sindacale il cattolicesimo ebbe un acceso processo di contestazione. Le ACLI (Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani), impegnate all'interno del movimento operaio, nel 1961, con l'inizio della presidenza di Livo Labor, si avviarono verso un progressivo distacco dalla DC e un avvicinamento all'area socialista. negli anni 1968-69 parteciparono attivamente all'intensificarsi delle lotte operaie (Autunno caldo, 1969). Nel loro congresso del giugno 1969 deliberarono la fine definitiva di ogni collateralismo verso la Democrazia Cristiana, ricevendo durissimi attacchi sia dalla stessa DC sia dalla Chiesa. Nel 18º incontro nazionale di studi delle Acli a Vallombrosa (agosto 1970) sul tema “Movimento operaio, capitalismo, democrazia” il presidente nazionale Emilio Gabaglio, succeduto a Labor, lanciò l'ipotesi socialista delle Acli. L'ostilità della gerarchia cattolica fu ancora più dura, e alcuni circoli, dissociandosi dalle scelte della maggioranza, si distaccarono fondando il Movimento Cristiano Lavoratori fedele ai dettami dell'autorità ecclesiastica, che esigeva l'appoggio alla DC. Nel 1974, al referendum sul divorzio, le Acli decisero libertà di scelta per i propri iscritti, mentre la sinistra interna e Gioventù Aclista si espressero in maniera netta per il “no”. Intanto Livio Labor, lasciata la presidenza ACLI, lavorava alla costituzione di un nuovo partito, il Movimento Politico dei Lavoratori, che ebbe inizialmente un certo seguito, ma dopo uno scarso risultato alle elezioni politiche del 1972, ebbe vita breve e i suoi dirigenti e aderenti passarono al PSI o al PdUP.

La destra e la contestazione studentescaModifica

 
La polizia che carica degli studenti.

Fino agli anni ‘50 gli studenti italiani, soprattutto a livello universitario, appartenevano in gran parte alle classi agiate, e politicamente erano orientati al centro o a destra. In ogni ateneo universitario si svolgevano annualmente elezioni per le rappresentanze studentesche istituzionali, organismi solo consultivi e unici interlocutori riconosciuti dal potere accademico, e i risultati offrono un quadro chiaro degli orientamenti e del loro evolversi. Forte risultava la presenza cattolico-democristiana, laica di centro e la destra; molto inferiore – ma crescente di anno in anno - l’area socialcomunista. Una destra neofascista legata al MSI (FUAN-Caravella) cercava di imporsi anche con forme di violenza, attaccando studenti di sinistra. L’episodio più grave fu, il 27 aprile 1966, la morte dello studente Paolo Rossi, caduto dalle scale dell’Università di Roma in seguito a un pestaggio da parte di studenti di destra.[22][23][24] Ma nel corso degli anni ‘60, anche per l’accesso agli studi di giovani delle classi popolari, le masse universitarie si orientarono prevalentemente a sinistra, e la destra estrema non ebbe più spazi.

Sin dal sorgere dell’ondata sessantottina l’estrema destra si oppose con violenza al Movimento studentesco, che a sua volta reagiva con violenza. L’episodio più clamoroso si ebbe il 16 marzo 1968 con l'assalto alla facoltà di Lettere dell'Università La Sapienza di Roma, dove si svolgeva un’assemblea di rappresentanti del Movimento studentesco provenienti da tutta Italia. Un corteo di trecento militanti neofascisti del MSI, estranei all’università, guidati dai parlamentari missini Almirante e Caradonna, portando bandiere tricolori con le scritte "Dux" e "RSI" aggredirono a bastonate gli studenti.[25]

Parallelamente allo scontro diretto, forze di estrema destra tentarono anche operazioni di infiltrazione all’interno del Movimento studentesco, che però fallirono. A questo scopo avevano creato il Movimento studentesco europeo, presente a Roma e Messina, lanciando il Manifesto degli studenti europei. Nel marzo 1969 a Messina, guidati di Giovanbattista Davoli, occuparono insieme ai colleghi reggini il rettorato[26]. Altri furono i tentativi, da parte di elementi di destra esterni al Movimento Sociale Italiano, di infiltrazione mascherata nelle agitazioni sessantottine; il fenomeno prese il nome di nazi-maoismo.[27][28] Vennero create, ma con seguito irrilevante e vita effimera, più organizzazioni che assumevano slogan di sinistra (attacchi al capitalismo, antiamericanismo, antisionismo, attenzioni verso alcune contraddizioni sociali) unendovi un acceso nazionalismo e l'obiettivo di uno stato dittatoriale (evocando forme dittatoriali di socialismo, come quella staliniana e maoista), oltre che richiami a figure di comunisti come Che Guevara e Giap, e riferimenti ideali alla scuola di Francoforte. In questo quadro ricadevano, dopo Primula Goliardica[29](un'area neofascista in rotta col MSI che ritenevano troppo accondiscendente verso la democrazia parlamentare, e che pretendeva di essere dalla parte deo Movimento studentesco solo perché critica verso il MSI quando organizzò l'assalto all'Università di Roma del 16 marzo 1968)[30], l'Organizzazione Lotta di Popolo (1969-1973), poi Lotta Popolare (1974) e il Movimento politico Lotta Popolare (1976). Fra i promotori di queste formazioni c'erano alcune delle figure principali della destra più eversiva.[31][32][33]

Nel 1969, il 15 aprile, scoppiò verso le 23:00 una carica esplosiva nello studio di Guido Opocher, rettore dell'Università di Padova. Per questo attentato, cinque anni dopo, il magistrato Gerardo D'Ambrosio manderà a processo Franco Freda, Giovanni Ventura e Marco Pozzan.[34] Il 25 aprile esplose un'altra bomba, alla Fiera di Milano, distruggendo lo stand della FIAT – rimasero ferite una ventina di persone, ma il vero obiettivo era una strage – e tre ore dopo, alla Stazione Centrale, un altro ordigno danneggiò l'ufficio della Banca Nazionale delle Comunicazioni[1]. Altre otto bombe collocate sui treni esplosero nella notte tra l'8 e il 9 agosto, provocando 12 feriti. Nello stesso mese furono compiuti altri attentati dinamitardi nell'Ufficio Istruzione del Tribunale a Milano e Torino: dieci anni dopo, per queste azioni eversive, verranno condannati i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura, militanti di Ordine Nuovo[1].

Nel 1970 gli studenti di destra saranno tra le barricate nella rivolta di Reggio Calabria. A innescare la rivolta fu la scelta di Catanzaro come sede dell'Assemblea regionale, ma i moti avevano origini in mali antichi e in nuove contraddizioni, come la disoccupazione, la precarietà e l'esodo verso il Nord industrializzato[1]. Inizialmente la destra missina definì i dimostranti teppisti e cialtroni, ma quando il comitato di azione locale finì sotto il controllo di Ciccio Franco, segretario provinciale della CISNAL, iniziò a sostenere la rivolta. Nacque lo slogan «Boia chi molla»[1]. Ordine Nuovo attribuì alla rivolta un ruolo storico: «È il primo passo della rivoluzione nazionale in cui si brucia questa oscena democrazia»[1].

La politicizzazione degli anni settantaModifica

 
Manifestanti a Milano all'inizio degli anni settanta (i due a sinistra e al centro indossano l'eskimo).

La natura controculturale e anticonformista del movimento sessantottino gli attribuiva un carattere creativo e «rivoluzionario» che avrebbe accomunato nel conflitto i partiti che istituzionalmente rappresentavano la sinistra. La lotta iniziale contro ingiustizie, corruzioni e inefficienze tenderà, con il trascorrere del tempo, a trasformarsi in forme di opposizione sempre più estreme[1]. Il Partito Comunista Italiano (PCI) registrò la scissione del gruppo del ManifestoLucio Magri, Aldo Natoli, Luigi Pintor e Rossana Rossanda – che aveva fondato una rivista di ricerca politica e di contestazione a sinistra della linea ufficiale del partito[1], mentre il PSI subì una scissione che portò la nascita del PSIUP. Vi è poi chi ha ritenuto di leggervi anche una valenza contestatrice nei gruppi di destra verso il MSI[35].

La rivolta generazionale era un movimento nel quale si riconosceva una intera classe giovanile, che non aveva avuto né «credo di provenienza» né «appartenenza politica» e rivolgeva domande alla società, tra le quali il diritto allo studio. Del resto i cambiamenti maggiori che esso produsse, se si eccettua il mutamento radicale nella presa di coscienza generalizzata del ruolo paritario della donna, furono a livello di costume[36].

Fra le prime clamorose azioni del Movimento Studentesco si ebbe il lancio di pomodori e uova, il giorno di Sant'Ambrogio del 1968, gli spettatori che s'avviavano alla rappresentazione inaugurale della Scala. Successivamente si passò ad altri tipi di attacco: il professor Pietro Trimarchi, figlio del primo presidente della Corte d'appello di Milano, fu «sequestrato», insultato, sputacchiato perché non intendeva piegarsi alle imposizioni dei contestatori, rifiutando gli esami di gruppo, la promozione obbligatoria e la rinuncia alla meritocrazia[3]. Si ribellavano anche i detenuti, che chiedevano «diritto di assemblea, di commissioni di controllo su tutta l'attività che si svolge nel carcere, apertura all'esterno con possibilità di colloqui senza limitazioni, abolizione della censura, diritto ai rapporti sessuali, possibilità di commissioni esterne d'indagine sulla funzione di funzionari, magistrati e direttori fascisti»[3].

I contestatori – per la maggior parte provenienti da famiglie borghesi – giravano per le strade urlando «Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi», «Camerata, basco nero, il tuo posto è al cimitero» e «Uccidere un fascista non è reato», spaccando vetrine e a volte anche crani[37], mentre Lotta Continua pubblicava le foto, i nomi, gli indirizzi, i percorsi e le abitudini dei «nemici del popolo» o presunti tali, alcuni dei quali aggrediti sotto casa finirono in sedia a rotelle[38]. Apparve anche, per la prima volta, una bottiglia incendiaria di facile confezione, utilizzata dai partigiani sovietici contro i carri armati tedeschi e chiamata «Molotov»[1].

Si creò una nuova forma di conformismo: se prima era obbligatorio frequentare l'Università in giacca e cravatta, con la contestazione (e negli anni successivi) era obbligatorio l'eskimo[37]. Inoltre c'era il vizio di picchiare chi la pensasse in maniera diversa, spesso in dieci, venti, trenta, contro uno[37]. Nel febbraio 1972 i «katanghesi» picchiarono selvaggiamente uno studente israeliano, accusato di essere un infiltrato della CIA: questo pestaggio era stato preceduto da un altro, contro il sindacalista Giovanni Conti, accusato di nefandezze politiche e di amare la vita notturna[37].

Dando una sua interpretazione al termine «spranga», il manifesto scrisse: «Il Movimento studentesco della Statale di Milano, organizzato nonostante il nome come un gruppo a sé, inquadra i suoi militanti in uno dei più efficienti servizi d'ordine paramilitari e lo battezza Katanga, riprendendo la denominazione parigina del maggio. I manici di piccone vengono ribattezzati Stalin. I Katanga si incaricano di gestire gli scontri con la polizia ma anche di garantire l'egemonia del Movimento studentesco nella Statale vietando praticamente l'entrata agli appartenenti agli altri gruppi della sinistra extraparlamentare. Più che ai periodici scontri con la polizia, l'importanza crescente che la spranga assume nella sinistra extraparlamentare è legata al confronto quotidiano con i fascisti»[3].

Sul piano politico, durante gli anni settanta la classe dirigente del PCI riuscì a mantenere (soprattutto grazie alla sua presenza nelle fabbriche) un ascendente sulle masse operaie, e lo fece sottraendole al «brodo di coltura» del terrorismo delle Brigate Rosse e dei gruppi satelliti (lo snodo fondamentale fu, in proposito, la denuncia di esponenti genovesi del terrorismo rosso da parte di Guido Rossa, delegato di fabbrica del PCI, e la reazione che portò al suo assassinio nel 1979). Analoghi comportamenti furono tenuti dal Partito Radicale (grazie soprattutto a Marco Pannella)[39] e dal MSI che rinnegò e scomunicò la destra extraparlamentare violenta[40], mentre la DC assunse un atteggiamento passivo[non chiaro] (almeno fino al delitto Moro), sperando che il fenomeno si esaurisse da solo[37].

Al di là del tormentato rapporto con la «sinistra ufficiale», vi è però una diffusa opinione secondo cui la distinzione assoluta tra momento di creazione alternativa – in cui tutti i giovani erano in fondo d'accordo nel voler cambiare la società – e la sua degenerazione politica successiva, se è accettabile nel senso generale, è però praticamente inapplicabile ogniqualvolta si analizzi nello specifico un momento o un luogo preciso. In Italia quel momento «apolitico», se ci fu, fu rapidissimo, e la politicizzazione esplicita del movimento fu pressoché immediata)[41].

Dopo il SessantottoModifica

Dopo la fase acuta della protesta, all'inizio degli anni settanta, con gli stessi riferimenti di fondo ma anche con nuove idee, nuovi contributi culturali, e nuove forme organizzative, le agitazioni continuarono.

Le principali resistenze al Sessantotto vanno ricercate nei ceti neoconservatori (che idealizzavano i valori tipici della società tradizionale come la famiglia, il potere economico e politico, l'amore per la Patria e la sua storia), oltre che nell'incapacità di tradurre le aspirazioni in programmi concreti e in strutture organizzative in grado di realizzarli.

In Italia il movimento si trasformò aumentando d'intensità e continuò per tutto il decennio successivo. A partire dal 1973, quando il PCI iniziò a elaborare un progetto di incontro con le forze socialiste e cattoliche, la sinistra extraparlamentare vide la nuova strategia come un ulteriore tradimento nei confronti della classe operaia e una resa nei confronti della DC.

Alla fine di giugno del 1976 si tenne al Parco Lambro di Milano l'ultima edizione del Festival del proletariato giovanile, organizzato dalla rivista Re Nudo con i circoli del proletariato giovanile, i collettivi autonomi di quartiere, radio Canale 96, Lotta Continua, IV Internazionale, Partito Radicale, Rivista Anarchica, Umanità Nova. Ai quattro giorni dl festival parteciparono complessivamente più di 400.000 giovani. Fra gli artisti che salirono sul palco: Eugenio Finardi, Alberto Camerini, Area, Canzoniere del Lazio, Napoli Centrale. Il Living Theatre, nella propria rappresentazione, costrui al momento la grande "Torre del Denaro" alta 5 piani. Nel corso del festival si verificarono anche alcuni tafferugli in seguito all'assalto ad uno stand gastronomico da parte di un gruppo isolato che protestava ritenendo i prezzi eccessivi.

Cominciò a delinearsi il Movimento del '77, che teorizzava il "rifiuto al lavoro" (utilizzando i termini «esproprio», «autoriduzione», «spesa proletaria»), e aveva come nemici sia le forze di governo sia il PCI e i sindacati[1]: per questi motivi il settimanale statunitense Time lo descrisse come «il rasoio che ha separato per sempre il passato dal presente».

Effetti socio-culturaliModifica

L'arte come contestazione della società capitalisticaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Situazionismo.

A partire dagli anni cinquanta si sviluppò in Europa la «società industriale nella fase del capitalismo avanzato» o di quella «civiltà di massa» o «civiltà dei consumi» della quale i sociologi hanno esaminato tutte le caratteristiche: dal consumismo ai persuasori occulti (che attraverso una serie di canali di comunicazione trasformano l'uomo in consumatore diretto), dall'omogeneizzazione del gusto collettivo alla mercificazione di qualsiasi tipo di valori.

Questo aspetto si identificò col discorso dell'industria culturale. Quest'ultima è causa ed effetto assieme di una situazione tipica della società odierna: il mercato dell'arte si allarga a dismisura, la richiesta dei beni culturali non si diversifica più da quella dei prodotti industriali, poiché anch'essi sono simboli di promozione sociale, prima ancora che di promozione culturale. Ciò comporta la riduzione del prodotto artistico a merce che segue le leggi del mercato; è la domanda a determinare l'offerta, e quindi la produzione, ed è il sistema a provocare la domanda. In ultima analisi, il prodotto artistico per essere fruibile ed accetto al mercato deve essere gradevole, aproblematico, cioè omologo al sistema.

Di conseguenza il raggiungimento di questo obiettivo pone una pesante ipoteca sull'attività dell'artista che, condizionato dalle leggi del mercato, si può ridurre a docile produttore di asettici beni di consumo. A questo proposito scrisse Theodor W. Adorno:

«La cultura che, conforme al suo senso, non solo obbediva agli uomini ma continuava anche a protestare contro la condizione di sclerosi nella quale essi vivono e, in tal modo per la sua assimilazione totale agli uomini, faceva ad essi onore, oggi si trova invece integrata alla condizione di sclerosi; così contribuisce ad avvilire gli uomini ancora di più. Le produzioni dello spirito nello stile dell'industria culturale non sono, ormai anche delle merci, ma lo sono integralmente».»

In questa situazione è abbastanza agevole capire come mai, a partire dalla fine degli anni cinquanta, si sia avuto nel mondo letterario, e soprattutto in quello delle arti figurative, un pullulare di ricerche, sperimentazioni, «neoavanguardie». Di fronte alla negatività di certi fenomeni prodotti dall'industria culturale, scrittori e artisti hanno tentato, isolatamente o legandosi in «scuole» o «gruppi», la contestazione della prassi e dei valori della società di massa, con una varietà di atteggiamenti e di soluzioni che nelle arti figurative sembra avere assunto una volontà eversiva più marcata che nella letteratura.

È però indispensabile sottolineare che quel sistema che si vuole contestare ha ormai talmente perfezionato le sue tecniche di penetrazione e di condizionamento, e ha un tale potere di mercificare ogni prodotto culturale, che riesce a strumentalizzare anche quest'arte di contestazione a fini commerciali, presentandola con l'attrattiva della novità. E così, a livello di costume, il sistema commercializza la contestazione giovanile e ne canonizza un abbigliamento rituale, realizzando così grossi affari: ad un diverso livello, mercifica e banalizza i moduli dell'arte informale, riducendo il recupero dell'arte popolare a mode naïf, a recupero del rustico, del primitivo.

I cambiamenti nell'arteModifica

Questi cambiamenti ben presto porteranno a una nuova espressione dell'arte, del tutto originale, che si adatterà alle nuove esigenze del mondo culturale: l'arte di tutti, la pop art.

In precedenza, i pittori erano diventati un tutt'uno col mondo fisico esterno, tanto che era impossibile capire quanto fosse dovuto all'autore e quanto lo influenzasse il mondo esterno. L'immaginazione di tutti, e in particolare dei pittori, era stata fortemente impressionata dalle esplosioni nucleari, le quali non hanno confini, fondono tutto ciò che incontrano alla loro elevatissima temperatura. Da ciò derivò una pittura di tipo espressionistico, in cui nulla era distinguibile, tutto si consumava in un unico fuoco.

All'inizio degli anni sessanta tutto cambiò: allontanato il terrore di una guerra atomica e cresciuta l'approvazione per la tecnologia, vista come dispensiera d'abbondanza e ricchezza, s'innescò il fenomeno del boom industriale e del connesso consumismo. A questo punto, diveniva inutile l'aggressione alle cose da parte degli artisti: era meglio ritirarsi e lasciarsi penetrare dalla forza del progresso, rappresentata dagli oggetti prodotti in gran numero dall'industria ed esaltati dalla pubblicità.

Colui che riuscì a rappresentare, nel migliore dei modi, questo mutamento repentino fu Roy Lichtenstein: con lui gli oggetti penetrano, si stampano da protagonisti nelle tele dell'artista. Ma ad essere rappresentati non sono le cose appartenenti a uno stato di natura, ma gli oggetti usciti dal ciclo produttivo dell'uomo, definiti oggetti-cultura, oggetti «non trovati» o «raccolti», ma volutamente fabbricati per soddisfare fabbisogni di massa. Proprio da qui giunse il connotato «popolare» di quest'arte, dalla cui abbreviazione in inglese derivò il termine pop. «Arte popolare» intesa non in senso di degradazione, ma perché si serviva di oggetti-merce: suo obiettivo era quello di esaltare l'oggetto industriale (trascurato dall'arte), estraniandolo dal proprio ambito al fine di farci notare la sua esistenza, concentrando l'attenzione su di esso. Il metodo usato era quello dello straniamento, ottenuto attraverso il ricorso a diverse tecniche atte a decontestualizzare gli oggetti all'interno di una composizione artistica, in modo da giungere, mediante la loro libera associazione, a un significato inedito. All'interno della pop art ebbe successo anche il combine painting, cioè ricombinazioni di cose vere con la pittura.

I principali rappresentanti della pop art sono stati Claes Oldenburg, Andy Warhol e Roy Lichtenstein: il primo prendeva le forme della vita, le isolava, le ingrandiva e ne studiava i dettagli; il secondo puntava sulla riproducibilità dell'opera d'arte, da considerare anch'essa bene di consumo, rappresentando divi e politici del tempo come Marilyn Monroe o Mao Zedong, ma anche i barattoli della zuppa Campbell's o le bottiglie della Coca-Cola, in multiplo, e con una produzione seriale grazie all'utilizzo della serigrafia. Lichtenstein affrontò l'intero mondo della mercificazione; difatti, una sua prima affermazione si compì attraverso la riproduzione dei prodotti alimentari, come le carni nei supermercati, impacchettate nella plastica al pari di qualsiasi altro prodotto confezionato, e di tutti gli altri prodotti esposti negli stessi supermercati – materiale elettrico, bombolette spray, articoli sportivi. Alla fine, quando la scena era già stata preparata ed addobbata, si dedicò al protagonista: l'essere umano.

Anche per l'uomo entrava in scena la pubblicità, tuttavia lo riguardava anche un'altra forma di consumo, la narrazione di storie sentimentali: infatti, in quegli anni si consumava tanta stampa rosa, pagine e pagine di immagini tracciate con linee larghe, flessuose e sintetiche rotte dal levarsi dei fumetti, nuvolette che scandivano frasi stereotipate, che scorrevano in sequenza. Intervenendo su un materiale del genere, Liechtenstein si fece forte di un nuovo strumento di «straniamento»: ingigantiva su tele di ampio formato una singola casella di una «striscia», arrestandone il flusso, determinando l'effetto del blocco. Lichtenstein utilizzò nella sua pittura il puntinato Ben-Day, che diventerà una sua cifra stilistica inconfondibile[42], esasperando una tecnica tipica della stampa tipografica, con l'uso di retini di grandi dimensioni per dare l'idea di una realtà mediata dalla mole di immagini che nella realtà contemporanea vengono stampate e trasmesse.

Anche in Europa si diffuse rapidamente questo fenomeno, tuttavia andò trasformandosi in varie tendenze che sconfinavano in altre (Nouveau Réalisme). Tra gli italiani coinvolti ci furono Mimmo Rotella, Valerio Adami ed Enrico Baj.

I cambiamenti nella musicaModifica

Musica di massaModifica

 
Bob Dylan alla Civil Rights March a Washington DC, 28 agosto 1963

La contestazione non si esauriva a quei modelli culturali che investivano le forme d'arte, quelle letterarie e morali, giacché riuscì a trovare nella musica un ulteriore canale di diffusione, sicuramente più incisivo. Il modello musicale che si sviluppava in contemporanea alla beat generation fu il rock and roll, un tipo di musica in uso fra la popolazione bianca, che interpretava il senso di inquietudine, di protesta e di ribellismo dell'epoca. Esso si proponeva come un veicolo anti-tradizionalista e anticonformista, che voleva mettere al bando la musica melodica e sentimentalista e produrre un nuovo sound provocatorio.

Con questo genere quindi si arrivava ad un punto in cui libertà in musica, nei costumi e libertà sessuale si fondevano prepotentemente, fra i maggiori interpreti ricordiamo i Rolling Stones, Bill Haley, Jim Morrison, Jimi Hendrix, i Beatles ed Elvis Presley. Al movimento della beat faceva seguito quello degli hippy, «figli dei fiori», particolarmente presente durante gli anni della guerra del Vietnam. Interpreti del pacifismo e della solidarietà tra i popoli furono Joan Baez, John Lennon e Bob Dylan, di quest'ultimo bisogna necessariamente citare la sua Blowin' in the Wind.

In Italia, in realtà, il Sessantotto si visse qualche anno più tardi, ma, dal punto di vista musicale, le prime tracce della ribellione appaiono come fenomeno di massa già nel 1966, quando Franco Migliacci e Mauro Lusini scrissero il testo di C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. La canzone fu cantata da un Gianni Morandi inedito. Il cantante bolognese era il classico interprete di testi facili e sentimentali come La fisarmonica e Se non avessi più te, per cui la sua avventura folkbeat fu scoraggiata da più parti. La canzone venne decisamente censurata dalla Rai per i versi "mi han detto: vai nel Vietnam e spara ai Viet Cong", ritenuti antiamericani (gli USA erano, allora come oggi, alleati dell'Italia). Ci fu addirittura un'interrogazione parlamentare nella quale si chiedeva come "si permettesse ad un autore di musica leggera di criticare la politica estera di un paese amico come gli Stati Uniti". I funzionari di viale Mazzini, per le trasmissioni televisive in cui era prevista l'esecuzione pezzo, chiedevano di sostituire le parole incriminate (Vietnam e Viet Cong). Migliacci e Morandi si trovarono costretti a sostituire la frase con la fuorviante e piuttosto ridicola "mi han detto: vai nel tatatà e spara ai tatatà".

In molti casi erano autori e discografici che, per non incappare nella censura, la prevenivano "autocensurandosi". Ad esempio, venne lanciata da Rita Pavone, e con molto successo, Datemi un martello[43] una versione italiana della canzone di protesta If I Had a Hammer dello statunitense Pete Seeger su testo di Lee Hays. Nella versione originale si chiede un martello, poi una campana, poi una canzone per risvegliare nelle persone l'impegno per la libertà, la giustizia e l'amore fra tutti gli esseri umani. Nella versione italiana si cancellò ogni traccia del messaggio originario: vi si chiede un martello da dare in testa alle amiche che ti rubano il ragazzo e a tutte le persone antipatiche.

L'ostacolo più grande venne dalla Rai, la cui censura si scagliò contro il testo eccessivamente esplicito, che citava la guerra in Vietnam, che proprio in quegli anni stava scrivendo alcune fra le pagine più sanguinose della storia contemporanea. Le idee e le atmosfere evocate, tipiche della gioventù dell'epoca, contribuirono a un successo senza precedenti per una canzone di questo tipo e soprattutto senza confini, dato che fu ripresa da Joan Baez che la consacrò quale inno alla pace. Da citare anche Lucio Battisti con Uno in più e la «Linea Verde» di Mogol.

Molte canzoni furono scritte sugli avvenimenti di quegli anni, le più significative della musica italiana furono quelle composte da Fabrizio De André raccolte nell'album Storia di un impiegato. Anche Francesco Guccini, cantautore dichiaratamente anarchico, dedicò agli avvenimenti in Cecoslovacchia un pezzo naturalmente intitolato Primavera di Praga, dall'album Due anni dopo del 1970, e citò il periodo anche nella canzone Eskimo («Infatti i fori della prima volta, non c'erano già più nel Sessantotto»), nell'album Amerigo del 1978. Di grande importanza è anche la canzone Come potete giudicar dei Nomadi, vero e proprio inno alla libertà che con le sue parole toccò i problemi di quegli anni.

In rapporto alla guerra nel Vietnam e alla musica in voga in quel 1968 significativa è stata, sia sotto l'aspetto professionale che umano, l'esperienza vissuta dal gruppo musicale de Le Stars raccontata nel volume Ciòiòi '68 - In Vietnam con l'orchestrina.

Musica militanteModifica

Per musica militante s'intende quella impegnata in modo specifico nelle battaglie del Sessantotto, soprattutto ad opera di autori o esecutori la cui produzione era totalmente, o in gran parte, incentrata su questi contenuti.

 
Phil Ochs

Negli USA, negli anni '50 e '60, figura centrale della canzone folk di protesta fu il cantautore Woody Guthrie, che si univa alle lotte dei lavoratori con le armi della voce e della chitarra (che recava scritto This machine kills fascists). Seguirono Pete Seeger, autore di If I Had a Hammer e Where Have All the Flowers Gone?, e Phil Ochs, che scrisse I Ain't Marching Anymore, bandiera di tante marce contro la guerra in Indocina. e There but for Fortune. Joan Baez, attiva in innumerevoli marce di protesta, fu princialmente un'interprete, ma anche autrice di alcune canzoni, fra cui Saigon Bride sulla guerra in Vietnam.

In Italia nei primi anni '60 operavano alcuni gruppi e singoli, autori e interpreti di canzoni folk di denuncia sociale e di protesta. Il Nuovo Canzoniere Italiano si formò nel 1962 per iniziativa di Roberto Leydi e Sandra Mantovani. Vide la partecipazione di numerose importanti figure: Michele Straniero, Caterina Bueno, Giovanna Daffini, Fausto Amodei, Giovanna Marini, il Gruppo Padano di Piadena. Girarono l'Italia con spettacoli di teatro-canzone e realizzarono diverse incisioni per I Dischi del Sole. il 20 giugno 1964, al festival dei Due Mondi di Spoleto, Michele Straniero cantò O Gorizia, tu sei maledetta, canzone di trincea della prima guerra mondiale, e l'esecuzione suscitò scandalo. Partì una denuncia per vilipendio alle forze armate italiane contro Straniero e i responsabili dello spettacolo. I versi "Traditori signori ufficiali / che la guerra l'avete voluta / scannatori di carne venduta / e rovina della gioventù" avevano suscitato in sala la reazione di un ufficiale.[44] Nelle serate successive lo spettacolo venne ripetutamente disturbato da gruppi di fascisti.

Ivan della Mea scrisse canzoni-simbolo: O cara moglie (1966), Creare due, tre, molti Vietnam (1968). Paolo Pietrangeli fu autore di Valle Giulia, Repressione, e la notissima Contessa, considerata l'inno del Sessantotto. Pino Masi compose Compagno Saltarelli noi ti vendicheremo e La ballata di Franco Serantini. Alfredo Bandelli scrisse La violenza (La caccia alle streghe). Della vasta produzione di Giovanna Marini è da ricordare l'LP I treni per Reggio Calabria, che raccontava l'odissea dei treni che, nell'ottobre 1972, da tutta Italia portarono decine di migliaia di lavoratori e cittadini a sfidare l'arroganza dei neofascisti che avevano precedentemente guidato la rivolta dei "Boia chi molla" dell'anno prima; neofascisti tentarono di impedire l’arrivo dei manifestanti con una serie di attentati ai treni: otto bombe notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972, con un deragliamento,[45]

Lo sport e la politicaModifica

 
John Carlos, Tommie Smith, Peter Norman, Olimpiadi 1968

Le grandi manifestazioni sportive mondiali, negli anni sessanta, si rivelarono un utile e importante strumento di pressione politica o una ideale cassa di risonanza per atti e manifestazioni che con lo sport non avevano nulla a che fare.

Il fenomeno ebbe molto risalto, ad esempio, ai Giochi olimpici del 1968 a Città del Messico con la protesta antirazzista degli atleti di colore statunitensi Tommie Smith e John Carlos, sprinter di colore, oro e bronzo nei 200 metri, che, sul podio della premiazione, alzarono il pugno chiuso in un guanto nero, simbolo del movimento Pantere Nere, e chinarono la testa quando venne suonato l'inno nazionale statunitense. Smith, disceso dal podio disse: «Se io vinco sono un americano, non un nero americano. Ma se faccio qualcosa di sbagliato, allora diranno che sono un negro. Noi siamo neri e siamo orgogliosi di essere neri. L'America nera comprenderà ciò che abbiamo fatto stanotte».

Il comitato olimpico americano li bandì dai giochi olimpici.


NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.
  2. ^ Vi si riferisce la canzone beat italiana Biciclette bianche, del 1965, scritta da Francesco Guccini ma firmata da Franco Monaldi (musica) e Gino Ingrosso (testo), interpretata da Caterina Caselli
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  4. ^ Antonio Gnoli, 'Giangi' Feltrinelli io non ti perdono, in la Repubblica, 16 novembre 1991. URL consultato il 28 maggio 2014 (archiviato il 23 marzo 2014).
  5. ^ Indro Montanelli, Gente seria, in il Giornale nuovo, 15 ottobre 1980.
  6. ^ Luca Salmieri, Molto prima del ’68: Educazione, cultura e potere nel Regno Unito, in Il ’68 e l’istruzione. Prodromi e ricadute dei movimenti degli studenti (a cura di L. Benadusi, V. Campione, V. Moscati, vol. 2019.
  7. ^ Marco Bascetta, Simona Bonsignori, Marco Grispigni, Stefano Petrucciani (a cura di), Enciclopedia del '68, Manifestolibri, 2008, pp. 127, 178.
  8. ^ Archivio Corriere della Sera, su archivio.corriere.it. URL consultato il 14 marzo 2020 (archiviato il 9 settembre 2019).
  9. ^ Enciclopedia del '68, Manifestolibri, 2008, pp. 181-183.
  10. ^ Messico: Tragica notte, in Corriere della Sera, 3 ottobre 1968. URL consultato il 15 marzo 2020 (archiviato l'11 settembre 2017).
  11. ^ Messico: quanti morti?, in Corriere d'Informazione, 3-4 ottobre 1968. URL consultato il 15 marzo 2020 (archiviato l'11 settembre 2017).
  12. ^ Me gustan los estudiantes, su imdb.com.
  13. ^ Alain Labrousse, I Tupamaros. La guerriglia urbana in Uruguay,, Feltrinelli, 1971, p. 73.
  14. ^ Labrousse, op. cit, pp. 82-85
  15. ^ Jan Kurz, Il movimento studentesco (1966-1968) visto da un punto lontano, Bologna, CLUEB, 1998.
  16. ^ Massimo Fini, Il conformista, Milano, Mondadori, 1990.
  17. ^ Almanacco di Storia illustrata, 1968, p. 67.
  18. ^ Battipaglia: ancora barricate, in Corriere della Sera, 10 aprile 1968 (archiviato dall'originale).
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Memorialistica e scritti giornalisticiModifica

FilmografiaModifica

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