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La simpatia (dal latino sympathia, dal greco συμπάϑεια, termine composto di σύν «con» e πάϑος «affezione, sentimento») di cui si interessa la filosofia non coincide con il significato generico di simpatia intesa come «inclinazione e attrazione istintiva verso persone, cose e idee» [1]

Il termine "simpatia" nell'origine etimologica coincide con quella di "compassione" ma mentre questa evidenzia la capacità di percepire emozionalmente la sofferenza altrui provandone pena e desiderando alleviarla [2], la parola simpatia può essere usata per «denotare il nostro sentimento di partecipazione per qualunque passione.» [3] La compassione è una «specificazione della simpatia». [4]

Nello stoicismo che concepisce l'universo come una specie di unico grande essere vivente attraversato incessantemente dallo spirito vivente (pneuma) la "simpatia" è quella interdipendenza tra tutte le parti dell'universo che fa sì che ogni evento si ripercuota su ogni altra parte del mondo.

La simpatia nella formazione della moraleModifica

Il tema della simpatia si inserisce nel dibattito dei filosofi del XVIII secolo sulla formazione del giudizio morale.

Due sono le posizioni che si confrontano: una prima che fonda il giudizio morale sulla ragione e una seconda che ne ricerca le origini nelle passioni e nei sentimenti. La discussione verte anche sulla questione se il senso morale sia innato o si formi tramite l'esperienza come elemento culturale dopo la nascita.

David HumeModifica

 
David Hume

In linea con il suo attacco al ruolo che la ragione si era filosoficamente creata negli ultimi anni, David Hume (17111776) asserisce che anche la morale esce al di fuori del campo di giudizio della ragione. La morale che segue percorsi autonomi dalla ragione, è, come dirà lui stesso, «una questione di fatto, non di scienza astratta» [5] e quindi inconoscibile nella sua essenza.

La critica più alta che Hume muove alla morale è quella di essere condizionata da eventi esterni che cercherebbero di affermare aprioristicamente cosa sia giusto e cosa sia sbagliato mentre la bontà di un'azione è, e deve essere, del tutto indipendente da fatti esterni come dalla promessa di un premio e dal timore di una pena così come accade nelle morali religiose.

La morale si sviluppa infatti grazie al sentimento della simpatia, intesa come com-passione, con cui ci sentiamo vicini ai nostri simili e ne condividiamo felicità e infelicità.

«[Essa è una] tendenza naturale che abbiamo a simpatizzare con gli altri e a ricevere le loro inclinazioni e i loro sentimenti per quanto diversi siano dai nostri, o anche contrari. [6]»

La simpatia infatti, secondo Hume, è un potente fattore di compartecipazione sentimentale tra gli uomini che senza di essa sarebbero destinati alla solitudine. Essa riversa i suoi benefici effetti anche nella razionalità umana che è resa da questa uniforme e in accordo con il raziocinio altrui. Come la credenza infatti ci permette di andare oltre le conoscenze percettive immediate così la simpatia nella morale ci consente di superare le nostre passioni facendoci avvertire quelle degli altri. In questo modo possiamo formarci giudizi morali di natura emotiva ma non per questo imparziali perché aperti all'accordo tra i soggetti. Senza la simpatia vivremo in uno stato di isolamento morale e razionale e non potremo superare il nostro egoismo istintivo ed agire secondo giustizia e osservanza delle leggi.

Adam SmithModifica

 
Adam Smith

Seguendo l'approccio basato sui sentimenti, Adam Smith (1723-1790) descrive nella Teoria dei sentimenti morali (1759) un sistema morale fondato sul principio di simpatia intendendola non più nel suo significato di compassione e benevolenza disinteressata verso il prossimo ma come la capacità propria di ogni uomo di provare interesse per l'altro, di scoprire nell'altro i nostri stessi sentimenti e passioni.

La simpatia si basa su un processo di immedesimazione per il quale noi confrontiamo i sentimenti e le passioni degli altri con quelli che noi proveremmo se fossimo al loro posto: si tratta allora di un meccanismo di comunicazione tale da interessarci degli altri senza rinunciare all'amore di sé.

La simpatia cioè non deve confondersi con l'altruismo e neppure con l'egoismo che ispirano comportamenti ben definiti, ma è quel sentire che ci permette di metterci genericamente al posto dell'altro e di comprenderne i sentimenti in modo da poterne ottenere l'apprezzamento e l'approvazione. Da questo sentimento gli individui deducono regole morali di comportamento. La coscienza morale non risponde allora ad un principio razionale interiore, ma, scaturendo dal rapporto simpatetico che l'uomo ha con gli altri uomini, presenta un carattere prevalentemente sociale e intersoggettivo. Le stesse norme sociali non possono che spingere verso modelli di solidarietà e integrazione sociale.

In quest'ottica, ad esempio, il diritto di proprietà non è un diritto naturale, come l'intendeva John Locke, e per questo anteriore ad ogni convenzione sociale, né un artifizio storico come sostenuto da Hume, ma il risultato di un processo speculare di simpatia e socializzazione che giustifica ad esempio la proprietà in quanto possesso di un oggetto, frutto legittimo di un lavoro personale, che se fosse espropriato, implicherebbe un giudizio negativo dell'uno sull'altro.

Il principio di simpatia non viene abbandonato da Adam Smith nella redazione della Ricchezza delle nazioni, al contrario questo soggiace allo scambio e al mercato: il panettiere produce pane non per farne dono (benevolenza), ma per venderlo (perseguimento del proprio interesse). Tuttavia, il panettiere - pur mosso dal proprio interesse di vendere il prodotto del suo lavoro per ottenere altri beni o lavoro altrui - produce quel pane che anticipa essere desiderato, apprezzato, dal cliente. In altri termini, il panettiere cerca l'apprezzamento del suo cliente, senza il quale egli non potrà vendere il proprio pane non soddisfacendo così i propri interessi.

Gli individui, mossi dal principio di simpatia vanno alla ricerca dell'apprezzamento degli altri, ed iniziano a lavorare, a costruire e ad accumulare, favorendo di conseguenza la produzione economica.

Max SchelerModifica

 
Max Scheler

Max Scheler (18741928) si è occupato del sentimento della simpatia secondo un'ottica fenomenologica indagando le componenti emozionali della vita morale e operando una revisione critica del formalismo e dell'intellettualismo dell'etica di Immanuel Kant, di cui peraltro egli ritiene fondati la sua tesi basata sull'a priori e il rifiuto del sentimentalismo psicologico nella morale.

Scheler vede nella simpatia lo strumento per entrare in un rapporto di comprensione con gli altri senza rinunciare alla propria individualità.

Applicando un metodo basato su una visione essenziale ed intuitiva (Wesenschau) di fenomeni psicologici o morali come le emozioni, i sentimenti, egli ritiene di poter definire oggettivamente i valori come qualità che possono essere colte tramite le emozioni come l'amore, l'odio e la simpatia.

La gerarchia dei valoriModifica

I valori non dipendono dalle emozioni, sono configurabili come degli a priori, che a differenza di quelli formali kantiani, hanno dei precisi contenuti oggettivi e una loro materialità tale che l'uomo può coglierli con una specifica intuizione e può tentare di metterli in pratica secondo una precisa gerarchia:

  • valori dipendenti dalla sensibilità (piacevole-spiacevole)
  • valori vitali (che contraddistinguono una vita nobile o volgare) Questi costituiscono per Scheler, «una modalità assiologica completamente autonoma» [7] mentre nel pensiero morale precedente al suo questi erano visti come un miscuglio sensoriale di piacevole e spiacevole cosicché il comportamento morale si configurava in modo disordinato come eudemonistico o edonistico. I valori vitali sono invece essenziali ed originari
  • valori spirituali (bello-brutto, giusto-ingiusto, vero-falso)
  • valori religiosi (sacro-profano)

I valori morali non vengono inclusi in questa classificazione perché secondo Scheler questi si realizzano solo quando noi mettiamo in atto comportamenti valoriali superiori o inferiori o nell'ambito della gerarchia (i valori della spiritualità ad esempio realizzano valori morali inferiori rispetto ai valori religiosi) o all'interno di ciascuna sfera.

La simpatia "pura"Modifica

Se si considera il fenomeno della simpatia nella sua caratteristica originaria ci si rende conto che questo è diverso da un evento psicologico per il quale comprendiamo i sentimenti e le emozioni dell'altro, né è una sorta di contagio emotivo per il quale un gruppo di persone condivide un'emozione. La simpatia pura con la quale ognuno dei due protagonisti del sentimento rimane distinto dall'altro nella sua essenziale diversità coincide con l'amore che investe non la sfera sensibile o vitale dell'altro ma la sua intima spiritualità e in questo caso rientra nella fenomenologia religiosa dove lo stesso Dio è persona che ama riamato.

NoteModifica

  1. ^ Vocabolario Treccani
  2. ^ Luigi Volpicelli, Lessico delle scienze dell'educazione, ed. Vallardi 1978, p.191
  3. ^ M. La Rosa, Etica economica e sociale. Letture e documenti, ed. Franco Angeli, 2005, p.40
  4. ^ Luigi Bagolini, La simpatia nella morale e nel diritto: aspetti del pensiero di Adam Smith e orientamenti attuali, ed. Giappichelli, 1966, p.36
  5. ^ Rivista di filosofia neo-scolastica, Volume 72, edizioni Università cattolica del Sacro Cuore, 1980, p.251
  6. ^ D. Hume, Trattato sulla natura umana, sez.XI, parte I, II libro (1739 e 1740)
  7. ^ M. Scheler, Il formalismo nell'etica e l'etica materiale dei valori. Nuovo tentativo di fondazione di un personalismo etico, San Paolo Edizioni, 1996, pp. 315-316.

BibliografiaModifica

  • Max Scheler, Essenza e forme della simpatia, a cura di Laura Boella, Milano, FrancoAngeli, 1969.
  • Eric Schliesser (a cura di), Sympathy. A History, New York, Oxford University Press, 2015.
  • Craig Taylor, Sympathy. A Philosophical Analysis, New York, Palgrave Macmillan, 2002.

Voci correlateModifica

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