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Società nazionale per la confederazione italiana

La Società nazionale per la confederazione italiana, ideata e presieduta da Vincenzo Gioberti, è stata un'organizzazione che ha avuto un ruolo importante, sia pure limitato al solo 1848, nell'ambito del Risorgimento italiano, in particolare per la sua caratterizzazione anti-centralista (in riferimento al governo sabaudo) e per le discussioni accademiche, soprattutto sul federalismo, che si sono svolte nel suo seno.

Indice

StoriaModifica

Formata da uomini politici, intellettuali e patrioti, sia liberali sia democratici, venne fondata il 6 settembre 1848[1] e incardinata su alcuni principi fondamentali, quali l'indipendenza dell'Italia dallo straniero e il mantenimento sia dell'unione tra diverse realtà politiche (Piemonte, ducati e provincie lombardo-venete) sotto la monarchia costituzionale dei Savoia, sia dell'integrità territoriale e politico-amministrativa degli altri stati e regni già costituiti nella penisola. La Società aveva lo scopo di promuovere «con tutti i mezzi legittimi» il raggiungimento di un patto federativo italiano[2].

Con queste finalità essa organizzò un Congresso nazionale, che ebbe luogo a Torino dal 10 al 27 ottobre del 1848. Vi presero parte numerose figure di spicco del risorgimento piemontese e lombardo, ma anche toscano, romano e meridionale (da Carlo Luciano Bonaparte a Pier Silvestro Leopardi, da Terenzio Mamiani della Rovere a Giuseppe Massari, da Silvio Spaventa a Domenico Ricciardi, da Pietro Sterbini a Pier Angelo Fiorentino), tutte richiamate dal carisma di Vincenzo Gioberti, padre del neoguelfismo[3].

Le discussioni sviluppatesi nel Congresso torinese, pur mettendo in luce le difficoltà di stabilire un accordo sull'ordinamento nazionale, portarono all'approvazione di uno schema di Confederazione tra Regno di Sardegna, Lombardo-Veneto, Granducato di Toscana, Stato Pontificio, Regno delle Due Sicilie, approvando anche la proposta di una Costituente federale, composta di rappresentanti eletti, in numero paritetico, da ciascun Parlamento, nonché l'abolizione della pena di morte per i reati politici[4]. Tale proposta fu, successivamente, presenta al Consiglio dei deputati dello Stato Pontificio dal Mamiani, che il 26 ottobre aveva anche inviato gli indirizzi del Congresso a re Carlo Alberto[5].

Il colpo finale al progetto fu dato dall'assassinio di Pellegrino Rossi, capo del governo pontificio e propugnatore dell'idea federalista, avvenuto il 15 novembre 1848, da cui scaturirono gli eventi che portarono all'esilio di Pio IX da Roma durato un anno e mezzo. Dopo il tragico evento il progetto confederale venne forzatamente accantonato.

NoteModifica

  1. ^ All'atto, che fu sottoscritto da 22 persone, fra le quali Vincenzo Gioberti, Nicomede Bianchi e Camillo Benso di Cavour, aderirono nei giorni seguenti altri soci (è il caso, tra gli altri, di Gabrio Casati), costituendo un Comitato Centrale, con sede a Torino, formato da 69 membri, poi elevati a 195 il 5 ottobre successivo. Cfr. A. Coppi, Annali d'Italia dal 1750, tomo X: 1848, Tip. Galileiana, Firenze 1860, pp. 440-446. Un dettagliato resoconto delle sue attività si trova in V. Gioberti, Ricordi biografici e Carteggio, a cura di G. Massari, vol. III, Botta, Torino 1963, specie pp. 196-215.
  2. ^ F. D. Guerrazzi, Storia del processo politico, Mariani, Firenze 1851 (II ed.), pp. 331-333.
  3. ^ Oltre a A. Coppi, op. cit., specie pp. 442-443 e a V. Gioberti, op. cit., p. 211, vedi anche, per le principali personalità provenienti dell'Italia meridionale, la Decisione della Gran Corte Speciale di Napoli nella causa degli avvenimenti politici del 15 maggio 1848, Stamp. del Fibreno, Napoli 1852, p. 109.
  4. ^ G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. III: La rivoluzione nazionale (1846-1849), Feltrinelli, Milano 1979, p. 362. Lo Schema uscito dal Congresso di Torino è interamente riportato in T. Mamiani, Scritti politici, Le Monnier, Firenze 1853, pp. 324-327.
  5. ^ Cfr. la Raccolta per ordine cronologico di tutti gli atti, decreti e nomine del Governo Provvisorio di Venezia, t. IV, Venezia 1848, pp. 435-436.

BibliografiaModifica

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