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Dopo l'armistizio dell'[[Armistizio di Cassibile|8 settembre]] Roveda trovò rifugio nel "Seminario Pontificio Lombardo", che godeva dell'extraterritorialità vaticana, ma nel dicembre del 1943 vi fu arrestato dalla [[pietro Koch|banda Koch]]. Fu poi trasferito nel [[Carcere degli Scalzi]] a [[Verona]]. Come ricorda il giornalista [[Carlo Silvestri]] i tedeschi ne volevano la condanna a morte per l'attività politica e sindacale svolta dopo la caduta di Mussolini<ref>Carlo Silvestri, ''Mussolini Graziani e l'antifascismo'', Longanesi, Milano, pag. 326</ref>, ma in suo favore si mosse il Ministro di Grazia e Giustizia [[Governo della Repubblica Sociale Italiana|della RSI]] [[Piero Pisenti]] che, esaminato il caso, lo sottopose a Mussolini. Mussolini e Pisenti giunsero alla conclusione che contro Roveda non si sarebbe sporta denuncia e pertanto egli non sarebbe stato processato<ref>Dalla lettera inviata da Piero Pisenti a Silvestri il 20 marzo 1944: "Dopo aver personalmente esaminato gli atti del fascicolo Roveda, ho esposto le mie conclusioni a Mussolini. Le accuse che la polizia gli muove si riferiscono tutte, senza eccezione alcuna, all'attività sua nel campo politico e sindacale durante il periodo 25 luglio-8 settembre, quando cioè il fascismo era caduto e Mussolini non era più capo del Governo, soggetto di particolari diritti. Dunque niente è incriminabile e tutto si attiene ad una manifestazione di pensiero che deve essere riconosciuta lecita.... Concludendo: Mussolini s'è convinto e Roveda non sarà denunciato né quindi processato per quanto fece nei 45 giorni. Di altro non credo egli abbia a rispondere"; testo riportato in Carlo Silvestri, ''Mussolini Graziani e l'antifascismo'', Longanesi, Milano, pag. 327.</ref>. Roveda fu mantenuto sotto custodia nel carcere di Verona che era gestito dalle autorità della RSI e non fu consegnato ai tedeschi.
Fu liberato il 17 luglio [[1944]] da un gruppo di sei militanti dei [[Gruppi di Azione Patriottica|GAP]] guidati dal comandante [[Brigate Garibaldi|garibaldino]] [[Aldo Petacchi]]. Dopo essere riusciti a liberare Roveda, i partigiani dovettero impegnare un aspro scontro a fuoco contro i militari fascisti repubblicani durante il quale tutti vennero feriti e due, [[Lorenzo Fava]] e [[Danilo Preto (partigiano)|Danilo Preto]], furono uccisi. Nonostante queste perdite l'azione ebbe successo, i superstiti riuscirono a fuggire e Roveda venne trasferito prima a Milano e poi a Torino<ref>P. Spriano, ''Storia del Partito comunista italiano'', vol. V, pp. 379-380.</ref>.
 
Roveda non voleva essere liberato in quanto sapeva che questo avrebbe scatenato una scia di sangue dietro di lui e raccomandava alla moglie, in contatto con i partigiani veronesi, di non prestarsi a questa azione che invece avvenne.
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