Differenze tra le versioni di "Battaglia di Berlino"

Il 28 aprile Heinrici rifiutò l'ordine di Hitler di tenere Berlino a qualsiasi costo, e venne quindi sollevato dall'incarico e sostituito dal generale [[Kurt Student]] il giorno seguente.
 
Il 29 Hitler riunì per l'ultima volta i suoi collaboratori, espose loro la situazione generale e infine li congedò, dopo aver fatto giurare a ognuno di non lasciarsi prendere vivo. Intanto a Berlino si continuava a morire: a mezzogiorno le truppe di Cujckov si battevano già nella Vosstrasse, sulla quale si affacciavano la Cancelleria e il Ministero dell'Aeronautica (quest'ultimo difeso dal 15º Battaglione SS, formato da fucilieri lettoni). Ma si combatteva anche nel resto della città: per esempio a [[Tempelhof]], dove 1200 ragazzi della Gioventù hitleriana tenevano ancora saldamente un tratto dell'aeroporto, e sulla Moritzplatz, difesa dai volontari spagnoli della ''SS Freiwilligen Kompanie 101'' (detta anche ''Einsatzgruppe'' "Ezquerra", dal nome di Miguel Ezquerra, il suo comandante in capo).
 
Intanto nel bunker di Hitler ci si appigliava a ogni sottile speranza di salvezza e circolavano le idee più insensate. Persino il piano suicida del generale Weidling per una sortita fuori Berlino venne preso in seria considerazione: elementi della 18. Panzer e della 9. Divisione Aviotrasportata avrebbero dovuto forzare il blocco sovietico lungo la Heerstrasse[[Heerstraße]], in direzione della Sprea, con le ultime munizioni rimaste e una manciata di blindati, per aprire un varco al Führer e al suo seguito verso il ponte di Spandau, un settore ancora tenuto dalla Gioventù hitleriana. Una volta giunti là, l'ultimo quadrato di SS della divisione ''Nordland'', affiancato dai resti di reparti scelti della ''Muncheberg'' e da un battaglione di polizia, avrebbe provveduto a scortare Hitler verso un luogo sicuro, oltre la sacca di Berlino.
 
Ma un attacco di assaggio, condotto dalla ''Hitlerjugend'' e da ottocento granatieri, finì in un massacro spaventoso nei pressi dell'[[Olympiastadion (Berlino)|Olympiastadion]] e si dovette pertanto rinunciare all'impresa.<ref>Arrigo Petacco, ''La Seconda guerra mondiale'', Vol. VI, Edizioni Curcio</ref>
Entro mezzogiorno il battaglione del capitano Neustroev, appartenente alla 150. Divisione Fucilieri, aveva occupato la Königsplatz e si preparava a dare l'assalto finale al Reichstag dove, nelle grandi sale vuote, si erano barricate duemila SS agli ordini dell'''Obersturmfuhrer'' Gerhard Babick. La lotta per impadronirsi di questo edificio simbolo sarebbe durata un intero pomeriggio.
 
Il 1º maggio (penultimo giorno di assedio), i miseri resti della ''Muncheberg'' (gen. Mummert) si radunarono nel [[Großer Tiergarten|Tiergarten]], assieme a quelli della ''Nordland'' e della ''Charlemagne'', comandati rispettivamente da Ziegler e da Krukenberg: in tutto poco più di 800 uomini malridotti, senza mortai né mitragliatrici, con appena cinque Panzer, di cui due erano cacciacarri [[Elefant (cacciacarri)]] e gli altri BA10 di preda bellica e Tiger II dell'11º reggimento Panzer (PanzerAbteilung) ''Hermann von Salza'' delle SS<ref>. A Berlino vi fu praticamente di tutto: oltre ai già menzionati Tiger II dell'11º reggimento SS, c'erano vari esemplari di Stug III e un certo numero di cacciacarri ''Hetzer'' e ''Brümmbar'' (utilissismi in questo genere di combattimento) dell'''SS PanzerAbteilung 503'', oltre naturalmente ai ''Panzer IV'' nella versione a canna lunga. Ci sono poi vecchie foto d'epoca che mostrano un curioso esemplare di Pz. I con un cannone da 75 mm montato sullo scafo: questo dimostra che, essenzialmente, tutto ciò che montava un cannone e camminava fu utilizzato, mentre ciò che non poteva muoversi divenne una postazione fissa.</ref>
Appoggiati da questi pochi mezzi e spinti dalla forza della disperazione, i tre comandanti decisero di tentare di uscire dalla sacca di Berlino alla testa dei loro uomini - gran parte dei quali aveva portato con sé la propria famiglia - sfondando in direzione di [[Pichelsdorf]]; per farlo, si divisero in due piccoli ''Kampfgruppe'', il primo dei quali avrebbe lasciato il bunker alle nove. Al primo gruppo si unirono anche diversi volontari della XVIII Panzer, mentre al secondo si aggregarono alcuni membri dello stato maggiore del Führer, tra cui Bormann. Il ''Brigadeführer'' Mohnke (rimasto il più alto in grado) ordinò loro di riunire tutta la benzina e gli esplosivi rimasti, e di dare fuoco al bunker. Erano le nove di sera quando il primo gruppo lasciò il bunker diretto verso la vicina [[Kaiserhof (metropolitana di Berlino)|stazione della metropolitana di Kaiserhof]]. Ne facevano parte Otto Günsche, colonnello e guardia del corpo di Hitler, l'ambasciatore Hewel, l'ammiraglio Voss, Heinz Linge, il cameriere di Hitler, le sue tre segretarie, e il suo pilota personale, Baur<ref>Joachim Fest, ''La disfatta. Gli ultimi giorni di Hitler e la fine del Terzo Reich'', Garzanti 2003</ref>. Non andarono lontano: scoperti dai russi durante la fuga, alcuni di loro si suicidarono, gli altri furono tutti presi prigionieri; tra questi ultimi, il ''Brigadeführer SS'' Mohnke e il colonnello Günsche.
 
Né miglior fortuna ebbe il secondo gruppo, allontanatosi dal bunker verso l'una e mezza di notte: nonostante l'appoggio di alcuni carri armati "Tigre", dovette fermarsi al ponte di Wiedendamm di fronte a un posto di blocco sovietico. Non si sa se Bormann sia rimasto ucciso nel breve scontro a fuoco che ne seguì o se sia riuscito a fuggire.
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