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Il più notevole sostenitore e teorizzatore del comunismo, e in senso decisamente ateo e materialistico, è [[Jean Meslier]], che scrive nel ''Testament'': "Quasi universalmente accettato e autorizzato è l'abuso e l'appropriazione individuale che alcuni fanno dei beni e delle ricchezze della terra, i quali dovrebbero invece essere possesso di tutti e in parti uguali. La proprietà deve esser comune e tutti debbono usufruirne equamente e comunitariamente.". Queste le basi del comunismo materialistico di Meslier, che poi arringa i destinatari del ''Testament'' con queste parole: "Cercate di unirvi tutti insieme per scuotere il giogo tirannico dei vostri principi e dei vostri re; abbattendo i troni ingiusti e malvagi; rompete le teste coronate e umiliate la loro superbia. I più saggi di voi guidino e governino gli altri, è loro compito formulare leggi e decreti che mirino sempre, a seconda dei tempi, dei posti e delle situazioni, a difendere e a far progredire il bene pubblico.".
 
Per quanto riguarda [[Étienne-Gabriel Morelly]], egli ha invece una visione religiosa del comunismo, basata sul fatto che Dio ha fatto le leggi di natura perfette e buone e che basta combattere l'[[egoismo]] individualistico e rifarsi a Dio per ottenere comunione ed eguaglianza tra tutti gli uomini. Nel suo poema ''[[Basiliade|La Basiliade]]'', [[Basiliade|, o ''Naufragio alle Isole Galleggianti'']], egli immagina una società ideale in un luogo remoto, dove c'è una società comunista, senza classi e senza veri capi, retta armonicamente dal popolo tutto e in perfetto accordo. Analogamente il monaco [[Ordine di San Benedetto|benedettino]] [[Léger Marie Deschamps|dom Léger Marie Deschamps]], a metà del Settecento, propone uno Stato comunista basato su una morale di tipo [[Monachesimo|monastico]], opponendosi al materialismo di D'Holbach. Dom Deschamps ha influenzato notevolmente le concezioni pre-socialiste del Settecento anche grazie alla notorietà e alla rete di rapporti che il suo protettore, il [[marchese d'Argenson]], gli ha fatto avere nei circoli intellettuali dell'epoca, facendogli conoscere [[D'Alembert]], [[Voltaire]] e Robinet. Vanno poi ricordati fra gli interessanti esperimenti di "comunismo reale" anche le ''reducciones'' del [[Paraguay]] impiantate dai [[Gesuiti]] nel [[XVIII secolo]].
 
Le concezioni basate sulla religione [[Deismo|deista]] di [[Voltaire]] e [[Jean-Jacques Rousseau|Rousseau]] agiranno anche in senso egualitaristico ma non comunistico, per quanto Rousseau col suo ''[[Contratto sociale (saggio)|Le contrat social]]'' abbia dato un modello interessante di stato teologico, con dei Legislatori come classe emerita e rispettata, quasi sacerdotale, che ricorda da vicino il modello [[Platonismo|platonico]] di stato, con i filosofi come governanti. L'influenza di Voltaire e Rousseau sui teorici della [[Rivoluzione francese]], di cui furono considerati i veri padri, e sul [[Giacobinismo]], che riprende specialmente il fanatismo e l'intransigenza di Rousseau, è notevolissima. I materialisti atei come [[Claude-Adrien Helvétius|Helvétius]], D'Holbach e Diderot hanno invece una visione differente della società, nel senso dell'equità, ma non dell'eguaglianza. Vi erano anche circoli rivoluzionari fortemente egualitari, e questa concezione sociale è incarnata nel pensiero e nei comportamenti di [[Jean Paul Marat]].
Il più noto e politicamente determinante filosofo a credere nel comunismo è [[Karl Marx]] che usa il termine tra l'altro nel ''[[Manifesto del Partito Comunista]]'' scritto con [[Friedrich Engels]].
 
Con Marx ed Engels il comunismo diventa un movimento [[Rivoluzione|rivoluzionario]]. In contrasto con le idee utopistiche di [[Robert Owen|Owen]] e [[Henri de Saint-Simon|Saint-Simon]], Fourier, Marx ed Engels affermano che il comunismo non poteva emergere da piccole comunità isolate ma solo globalmente, dal corpo dell'intera società. Il Manifesto propone una lettura della storia sotto la lente del concetto di [[lotta di classe]]: il motore della storia è nel contrasto tra una [[élite (sociologia)|élite]] (la classe borghese), che possiede o controlla i [[mezzi di produzione]] e la maggioranza di persone, che non possiede nulla, oltre la propria [[forza lavoro]].
 
Nella fase storica descritta dal Manifesto (così come in tutte le opere di Marx ed Engels), il [[capitalismo]] è qualitativamente connotato, come in (quasi) tutti i modi di produzione precedenti dalla dominanza di una classe sociale su un'altra (almeno). Nello specifico, la [[borghesia]] (i capitalisti), ossia la classe che detiene i mezzi di produzione e cioè le condizioni oggettive della produzione, estrinseca la propria dominanza sulla classe subordinata, il [[proletariato]], ossia coloro che devono vendere la propria abilità al lavoro in cambio della sussistenza ([[salario]]), attraverso lo sfruttamento di questi ultimi che si realizza nel pagamento di una parte della giornata lavorativa, mentre la restante parte - il pluslavoro, poi plusvalore - è la radice sociale del profitto. Nell'opera ''[[Il Capitale|Das Kapital]]'' (''[[Il Capitale]]''), Karl Marx analizza come i capitalisti comprassero forza lavoro dai lavoratori ottenendo il diritto di rivendere il risultato dell'attività produttiva ottenendo così un ''[[profitto]]'' (vedi [[teoria del valore]] e [[teoria marxiana del valore]] per i dettagli). Per Marx se le classi lavoratrici di tutti i paesi [[Coscienza di classe|prendessero coscienza]] dei loro comuni obiettivi, si unirebbero per rovesciare il sistema capitalista. Lo considerava, se lo svolgimento della storia avesse seguito la logica della [[dialettica]] [[Hegelismo|hegeliana]], un risultato inevitabile di un processo storico in atto; potendosi comunque verificare, qualora il [[socialismo]] non fosse riuscito ad imporsi, l'imbarbarimento della società attraverso la rovina di ambedue le classi in lotta e di tutte le classi.
Dopo la rivoluzione Lenin, [[pseudonimo]] dal [[1901]] di [[Vladimir Il'ič Ul'janov]], che al termine del processo rivoluzionario aveva conseguito la ''leadership'' incontrastata del movimento, propone alle fazioni rivoluzionarie dei socialisti marxisti di espellere la fazione riformista, cambiare il nome dei loro partiti in [[Partito Comunista]] e unirsi in una nuova Internazionale (la terza), [[1919]], che poi diventa l'[[Internazionale Comunista]], abbreviato in seguito in Comintern. La nuova Internazionale si ispira al modello sovietico, accetta, implicitamente, la leadership del Partito Comunista Panrusso (Bolscevichi) e adotta la versione bolscevica del marxismo. Ogni partito che voleva aderire doveva accettare le "[[Ventuno Condizioni]]" decise dal secondo congresso dell'Internazionale, fra le quali la dodicesima che indicava che i partiti aderenti dovevano basarsi sul principio del ''[[centralismo democratico]]'', che prevedeva la possibilità di ampio dibattito interno ma che impediva l'espressione all'esterno di questo dibattito ed un'organizzazione di tipo centralizzata con vasti poteri al centro. In particolare prevedevano: «La stampa periodica e non periodica e tutte le pubblicazioni di partito debbono essere completamente subordinate alla direzione del partito… bollare a fuoco, in modo sistematico e implacabile, non soltanto la borghesia ma anche i suoi complici, i riformisti di qualunque sfumatura… è assolutamente necessario combinare l’attività legale con quella clandestina… il partito comunista sarà in grado di compiere il proprio dovere soltanto se sarà organizzato il più possibile centralisticamente, se in esso dominerà una disciplina ferrea».
 
Nel pensiero di Lenin, come nel marxismo classico, il primo passo della presa del potere da parte del proletariato consisteva in una rivoluzione: il dominio borghese doveva essere sostituito dalla funzione-guida del proletariato (nel pensiero marxista classico questa fase viene chiamata, in opposizione polemica alla effettiva dittatura della borghesia, [[dittatura del proletariato]]). Lenin però, che aveva ripreso e ampliato la teoria di [[John A. Hobson|Hobson]] sull'[[imperialismo]], a differenza di Marx che credeva che la rivoluzione sarebbe avvenuta nei paesi in cui il capitalismo era più avanzato, ipotizzò che la rivoluzione potesse avvenire prima nelle nazioni arretrate, come la [[Russia zarista]], che erano più fragili perché subivano contemporaneamente sia le sollecitazioni interne del cambiamento sociale sia la pressione concorrente degli stati confinanti, economicamente e socialmente più moderni. Lenin puntava sul movimento di massa, alla cui testa doveva porsi il proletariato guidato da un'''avanguardia proletaria'' composta di partiti coesi, bene organizzati e retti da una rigida disciplina. Questa versione del marxismo rientra nella teoria detta [[leninismo]]. Il regime di Lenin abolì la giornata lavorativa di otto ore e nel 1920 introdusse su sollecitazione di Trotsky la cosiddetta militarizzazione del lavoro che prevedeva sanzioni penali per i lavoratori indisciplinati e poco produttivi. Dopo la distribuzione delle terre ai contadini venne imposta la consegna dei raccolti alle autorità per i bisogni di cittadini e dell'Armata Rossa, seguirono un gran numero di rivolte che portarono alla fucilazione di oltre 200.000 contadini<ref>{{Cita libro|autore=O. Figes|titolo=La tragedia di un popolo. La Rivoluzione russa 1891-1924|data=1997|editore=Tea|p=}}</ref>.
 
La maggior parte dei socialisti rivoluzionari accettarono dopo qualche perplessità la proposta. Non mancarono però gli accesi critici di Lenin, come [[Rosa Luxemburg]] che intravide l'involuzione [[Dittatura|dittatoriale]] che la Rivoluzione d'Ottobre stava prendendo sotto la direzione del partito bolscevico.
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