Differenze tra le versioni di "Architettura megalitica del Lazio"

Come da modifica precedente. La qualifica di "lazio meridionale" è quantomeno ambigua, sicuramente scorretta per la gran parte delle fonti moderne e per la sostanziale totalità delle fonti antiche.
(I centri trattati appartengono al Latium Vetus, non al Latium Adiectum. Le differenze fra le due regioni storiche sono state già trattate nelle rispettive voci e la correzione è in linea con le fonti antiche, cfr. Tito Livio ("Latium Vetus .... a Tiberi Circeios").)
(Come da modifica precedente. La qualifica di "lazio meridionale" è quantomeno ambigua, sicuramente scorretta per la gran parte delle fonti moderne e per la sostanziale totalità delle fonti antiche.)
L''''architettura megalitica del Lazio''' è un [[archeologia|insieme archeologico]] di costruzioni protostoriche, terrazzamenti e realizzazioni difensive presenti nel territorio corrispondente grosso modo alla regione romana del [[Latium vetus]] realizzati a secco, con enormi blocchi di roccia calcarea. Per la loro grandiosità, tali realizzazioni furono attribuite in epoca storica ai mitici [[ciclope (mitologia)|ciclopi]] - e furono perciò dette “ciclopiche” - o al misterioso popolo dei [[Pelasgi]] - definendole anche “pelasgiche” - ma il nome più appropriato è quello di “megalitiche”, dal greco: “grandi pietre”. La loro edificazione viene fatta risalire ad un'epoca incerta della [[Cultura laziale]] o all'età arcaica.
 
[[File:Ancient Latium.png|thumb|upright=1.4|Latium Adiectum]]
 
== Storicità e datazione ==
La databilità delle costruzioni megalitiche è stata oggetto in passato a dibattiti e scontri senza che si sia riuscito a raggiungere un parere unanime. Nel [[1801]] si interessò del caso l'erudito francese [[Louis-Charles-François Petit-Radel|Petit-Radel]], proponendo per la prima volta la natura [[pelasgi]]ca delle mura. Tale supposizione, oltre a connotare le costruzioni in termini strettamente militare, ne collocava la fondazione nel [[X secolo a.C.]] Le indicazioni di Radel, da alcuni considerate approssimative e fantasiose, accesero negli animi il desiderio di determinare la genesi delle opere poligonali sia in [[Italia]] che in [[Francia]] e in [[Europa]].
 
Negli anni [[1856]]–[[1877]] escono i cinque volumi delle ''Passeggiate in Italia'' di [[Ferdinand Gregorovius]] che, nel corso del suo [[Grand Tour]] per la penisola italiana, visitò il Lazio meridionale. Benché Gregorovius non azzardi una datazione<ref>Ferdinand Gregorovius si limitò unicamente ad affermare la fondazione di Cori addirittura al 1470 a.C., senza però citare le fonti delle sue informazioni. Cfr. Ferdinand Gregorovius, ''Itinerari laziali'', Edizioni dell'Obelisco, Roma, 1980, pag. 73</ref> e si limiti alla descrizione estetica delle mura, la sua opera è significativa come indice del grande interesse che in [[Europa]] stavano ricevendo le opere megalitiche.
 
Ai primi del '900 risale l'azione del Governo Italiano che, tramite il [[Ministero della pubblica istruzione]] organizza una campagna di scavi presso [[Norba latina|Norma]]. La stratigrafia della città, studiata sotto la guida di [[Luigi Pigorini]] sembrò datare quelle mura intorno al [[IV secolo a.C.]] e autorizzò gli archeologi dell'epoca ad attribuirle alla colonia latina, fondata nel 492 a.C.<ref name=liv>Tito Livio, ''Storia di Roma'', II, 34, 6</ref>. Alcuni decenni più tardi [[Filippo Coarelli]], però, affermò che ''“per quanto riguarda il [[Lazio]], l'opera poligonale è utilizzata indifferentemente tanto dalle popolazioni italiche prima della romanizzazione, quanto dagli stessi Romani nelle loro fondazioni coloniali e successivamente non solo nelle grandi cinte murarie e nei basamenti dei santuari, ma anche in sostruzioni di ville, in viadotti, in ponti”''<ref>Filippo Coarelli, ''Lazio'', Laterza, Bari, 1982, pag. 388-389</ref>. In epoca preromana, le popolazioni italiche del Lazio meridionale erano i [[Volsci]], gli [[Ernici]] e gli [[Aurunci]] e di cui non è stata ancora esattamente individuata la differenziazione etnica.
 
Verso la metà del XX secolo, [[Giuseppe Lugli]] definì “[[opera poligonale]]” la tecnica di realizzazione delle costruzioni megalitiche e propose una catalogazione in base alla quale si possono riconoscere quattro maniere costruttive<ref>Giuseppe Lugli, ''La tecnica edilizia romana con particolare riguardo a Roma e Lazio'', Roma, 1957, pag. 51-165</ref>.
L'introduzione della terza maniera è stata ipotizzata dall'archeologo [[Filippo Coarelli]] come il frutto della collaborazione di maestranze itineranti di origine greca<ref>Filippo Coarelli, ''cit.'', pag. 390</ref>; lo studioso, infatti, ha riscontrato un'oggettiva identità della loro conformazione sia con quella del muro di contenimento del [[Sito archeologico di Delfi|Tempio di Apollo a Delfi]], che con quelle dell'acropoli della colonia di [[Elea]], nel [[Cilento]], entrambe risalenti al VI secolo a.C. Tale collaborazione dovrebbe aver prodotto la diffusione presso le popolazioni locali della cultura e della preparazione tecnologica per la realizzazione delle fortezze architettonicamente più apprezzate, giacché il tempo di realizzazione di mura di quella dimensione e lunghezza (venti - trent'anni) non sono compatibili con la caratteristica di élite “itinerante” dei diffusori della tecnologia più perfezionata. Anche il De Rossi ha recentemente ammesso la presenza di opera poligonale ''“di pregevole fattura''” in contesti coloniali greci della [[Sicilia]] e dell'area campana<ref>Giovanni Maria De Rossi, ''Alcune tappe del percorso'', in: Alessandro Nicosia, Maria Cristina Bettini (a cura di), ''cit.'', pag. 236</ref>.
 
I Greci [[italioti]] potrebbero aver supportato le popolazioni del Lazio meridionale, nella realizzazione di tali opere difensive nel periodo dell'insediamento di una o più dinastie etrusche a Roma (i [[Tarquini]]); ciò al fine di evitare il ricongiungimento territoriale degli [[etruschi]] d'oltre [[Tevere]] con i loro connazionali già stanziati in [[Campania]], che già rappresentavano un pericolo mortale per le [[colonie greche]] di Cuma, [[Napoli]] e [[Pozzuoli]]. In base al criterio di coerenza con il contesto storico, si potrebbe, quindi, datare alla seconda metà del VI secolo, sino alle conquiste romana e sannita dei territori, la terza maniera di realizzazione delle cinte murarie<ref>Federico Bardanzellu, ''L'isola di Circe'', Uni Service, Trento, 2008, pag. 55</ref>.
 
La quarta maniera rappresenterebbe, per certi versi, un passo indietro, sotto il profilo tecnologico ma lascia dedurre una maggior organizzazione del lavoro: i blocchi, infatti – nella maggior parte dei casi – erano già lavorati in cava, e poi posati in opera ''in situ''. Poiché il prodotto finito si differenzia dalle mura romane in opera quadrata solo per il materiale (calcareo anziché tufaceo), la quarta maniera potrebbe essere considerata una tecnica edilizia prettamente romana. Pochi sono, tuttavia, gli esempi di realizzazioni nella quarta maniera: tra essi si distinguono, in particolare, gli “arcazzi” di [[Anagni]] e l'acropoli di [[Ferentino]].
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