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|Attività2 = politico
|Nazionalità = italiano
|PostNazionalità = ; il 28 aprile [[1945]] responsabileeseguì dell'omicidiola senzasentenza processodi morte di [[Benito Mussolini]] e, durante la notte successiva, provvide al trasporto del suo cadavere e di quello di altri 17 giustiziati, in [[Piazzale Loreto]], a [[Milano]]
}}
 
All'inizio del 1945, fu affidata ad Audisio la responsabilità dei compiti di polizia militare presso il comando generale del [[Corpo volontari della libertà]]. Contestualmente alla proclamazione dell'insurrezione nazionale (25 aprile [[1945]]), il [[CLNAI]] - Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, riunitosi a [[Milano]] aveva approvato un documento organico ove, all'art. 5 si prevedeva che: “i membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d'aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all'attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l'ergastolo”. L'esecuzione era comunque subordinata a una sentenza dei tribunali di guerra da costituirsi in base all'art. 15 del documento medesimo<ref>Gian Franco Venè, ''La condanna di Mussolini'', Fratelli Fabbri, Milano, 1973. Il documento fu approvato “a maggioranza” da un comitato esecutivo composto da [[Sandro Pertini]], [[Emilio Sereni]], [[Leo Valiani]], [[Achille Marazza]] e [[Giustino Arpesani]]</ref>.
 
Appena a conoscenza dell'arresto di [[Benito Mussolini]] – effettuato a [[Dongo (Italia)|Dongo]] dai partigiani della [[52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici"]] nel pomeriggio del 27 aprile - la direzione del CLNAI decise arbitrariamente di agire senza indugio e di giustiziarlo immediatamente, evitando la consegna di [[Mussolini]] agli alleati. Walter Audisio fu quindi incaricato di eseguire la volontà del comitato mediante processo sommario e immediata fucilazione. A tal fine la sera del 27 aprile [[1945]], a Milano, insieme ad [[Aldo Lampredi]], nome di battaglia ''Guido'', ispettore del comando generale delle Brigate Garibaldi e uomo di fiducia di Luigi Longo, Audisio contattò immediatamente il generale [[Raffaele Cadorna Jr|Raffaele Cadorna]] con la richiesta di un salvacondotto, che, sia pur con molta riluttanza, gli fu accordato<ref>Peter Tompkins, ''Dalle carte segrete del Duce'',Tropea, Milano, 2001, pag. 328</ref>.
 
Alle 7 del mattino del 28 aprile, il ''colonnello Valerio'' partì dalla scuola di Viale Romagna, [[Milano]], con il supporto di una dozzina di partigiani provenienti dall'Oltrepò Pavese, agli ordini di [[Alfredo Mordini]] "Riccardo". Giunto a [[Como]], Audisio esibì il lasciapassare di Cadorna al nuovo prefetto [[Virginio Bertinelli]] e al colonnello Sardagna, assicurando loro che avrebbe trasferito i prigionieri a Como e, in un secondo momento, a Milano<ref>Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni e Mario J. Cerighino, ''La fine. Gli ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani (1945-1946)'', Garzanti, Milano, 2009, pag. 61</ref>. Trattenuto a Como fino alle 12.15, Audisio raggiunse Dongo, ove nel frattempo era giunto Lampredi, intorno alle 14.10.
Poco dopo le ore 16 del 28 aprile l'ex duce e la sua amante [[Claretta Petacci]] furono prelevati e&nbsp;– dopo un breve viaggio in vettura - obbligati a scendere in un angusto vialetto (via XXIV Maggio) davanti a Villa Belmonte, un'elegante residenza in località [[Giulino di Mezzegra]], per essere fucilati. La storiografia italiana ha molto dibattuto su ciò, tanto che esistono diverse versioni sull'accaduto<ref>Giorgio Cavalleri, ''Ombre sul lago'', Piemme, 1995</ref><ref>Alessandro Zanella, ''L'ora di Dongo'', Rusconi, 1993</ref><ref>Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni, Mario J. Cereghino, ''cit.''</ref><ref>Luciano Garibaldi, Franco Servello, ''Perché uccisero Mussolini e Claretta'', Rubbettino, 2010</ref><ref>Giorgio Pisanò, ''Gli ultimi cinque secondi di Mussolini'', Il Saggiatore, 1996</ref>. Tuttavia, le varie versioni fornite o riferite a Walter Audisio, pur differendo su particolari minori, descrivono la stessa meccanica dell'evento. L'ultima descrizione degli stessi, pubblicata postuma, a cura della moglie di Audisio<ref>Walter Audisio, ''In nome del popolo italiano'', Teti Stampa, Milano, 1975</ref>, è sostanzialmente confermata dal memoriale di Aldo Lampredi, consegnato nel 1972 e pubblicato su "[[l'Unità]]" nel [[1996]].
 
Moretti e Lampredi sono inviati a bloccare la strada nelle due direzioni. ''Valerio'' tenta di procedere nell'esecuzione ma il suo mitra si inceppa; chiama allora Moretti che, di corsa, gli porta il suo. Con tale arma il ''colonnello Valerio'' scarica una raffica mortale sull'ex capo del fascismo. La Petacci, postasi improvvisamente sulla traiettoria del mitra, è colpita ed uccisa involontariamente. Viene poi inferto un vile colpo di grazia sul corpo di Mussolini con la pistola. Di certo, un colpo di pistola è inferto anche su Claretta Petacci, in quanto due proiettili, calibro 9&nbsp;mm corto, compatibili con quelli della pistola del Lampredi, furono rinvenuti nel corpo della donna, nel corso dell'esumazione effettuata il 12 aprile 1947<ref name=Bollone>Pierluigi Baima Bollone, ''cit.'', pagg. 89 e succ.ve</ref>.
 
Sul luogo dell'esecuzione furono poi rinvenuti proiettili calibro 7,65, compatibili con quelli del mitra francese del Moretti<ref name=Bollone />. Alle 17 circa, dopo aver eseguito la sentenza del CLNAI, Audisio rientrò a Dongo per fucilare gli altri gerarchi. Alle 17.48, sono giustiziati tutti i 15 soggetti che, verso le ore 15, “Valerio” stesso aveva individuato nella lista dei prigionieri della 52ª Brigata Garibaldi. Il numero dei fucilati eguagliava quello dei [[partigiani]], che, per rappresaglia, il 10 agosto [[1944]], i tedeschi avevano fatto fucilare dai fascisti ed esporre al pubblico in Piazzale Loreto a [[Milano]], ciò dimostrerebbe l'intenzione di voler vendicare [[Strage di Piazzale Loreto|quella strage]]<ref>''La scelta non era stata improvvisata quella notte, era stata suggerita dai nostri compagni milanesi, e io avevo in mente la staccionata, il piazzale, quell'angolo del piazzale dal 10 agosto 1944'' (W. Audisio, ''In nome del popolo italiano'', cit., pag. 367)</ref>. Marcello Petacci, inizialmente non compreso nell'elenco dei giustiziati, tentò la fuga a nuoto nel Lago di Como, ma fu raggiunto da raffiche di mitra e perì anch'egli.
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