Differenze tra le versioni di "Frammentazione della Democrazia Cristiana"

 
=== Le ''"picconate"'' di Francesco Cossiga ===
Un deciso scossone alle fondamenta dell'edificio politico-istituzionale esistente dal dopoguerra e alla Democrazia Cristiana in modo specifico fu assestato proprio dal principale custode del buon funzionamento delle istituzioni, il Presidente della Repubblica in carica [[Francesco Cossiga]].
Questi, che per quasi tutto il settennato di presidenza aveva mantenuto un profilo poco appariscente, svolgendo le sue funzioni secondo il modello classico dell'arbitro tra i poteri costituzionali, a partire dal 1991 iniziò a rilasciare continue dichiarazioni (''"esternazioni"'' o ''"picconate"'', come egli stesso le definì: ''"Adesso gli scherzi sono finiti, è arrivato il tempo delle "picconate"'', disse il 23 marzo 1991 quando, intervistato alla Fiera di Roma, Cossiga minacciò lo scioglimento delle Camere) sia in forma istituzionale (messaggi alle Camere) sia in forma libera, che misero in subbuglio i partiti e le istituzioni. Nel novembre del 1991 affermò: ''"Ho dato al sistema picconate tali che non possa essere restaurato ma debba essere cambiato"''. Cossiga distribuiva le sue picconate in tutte le direzioni. Attaccò soprattutto Achille Occhetto come reazione al fatto che il PDS aveva appoggiato la proposta di messa in stato d'accusa del Capo dello Stato promossa dai radicali sulla vicenda Gladio. Il 22 gennaio 1992, in risposta al PDS che lo attaccava "sul piano Solo, P2, su golpismo e impeachment, disse che ''"Occhetto aveva il potere di far rivivere le cose più abbiette e più volgari del paleo-stalinismo"''. Entrò in conflitto col vicepresidente del CSM [[Giovanni Galloni|Galloni]] arrivando a revocargli la delega in corso di seduta. Famosa fu la frase sui "giudici ragazzini" mandati in trincea in Sicilia a combattere la mafia. Furono proprio la magistratura e il suo partito di provenienza, la DC, i bersagli più frequenti delle sue esternazioni. Il 31 dicembre 1991 rinunciò a formulare i tradizionali auguri di fine anno (gli ultimi del suo mandato) spiegando così la decisione: ''"Non certo mancanza di coraggio o peggio resa verso le intimidazioni ma il dovere sommo, e direi quasi disperato, della prudenza sembra consigliare di non dire, in questa solenne e serena circostanza, tutto quello che in spirito e dovere di sincerità si dovrebbe dire; tuttavia, parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe, non sarebbe conforme alla mia dignità di uomo libero, al mio costume di schiettezza, ai miei doveri nei confronti della Nazione E questo proprio ormai alla fine del mio mandato che appunto va a scadere il prossimo 3 luglio 1992."''. Agli inizi del 1992 annunciò la decisione di lasciare il proprio partito, la Democrazia Cristiana, che secondo lui l'aveva abbandonato ai suoi avversari. Cossiga scrisse la sua decisione in una lettera del 23 gennaio 1992 inviata al quotidiano ''"Il Popolo"'' che però non la pubblicò, amareggiando l'autore che a maggio dello stesso anno, già dimessosi dall'incarico, dichiarò: ''"È la DC il nemico che ha tradito, incapace di modificare la sua arroganza, allo sbando. I dirigenti DC la gente li prenderà a sassate per la strada. Io non li ho buttati giù dalle scale, ma la gente non avrà i miei scrupoli (...). DC da lapidare. De Mita è il meglio. Forlani è un ipocrita: non mente, lui, nasconde la verità" (..) Ho scritto al Popolo una lettera, in cui spiegavo perché non mi sarei più iscritto al gruppo DC del Senato. Hanno rifiutato di pubblicarmela; era più importante la seduta alla sezione della Garbatella"'' (da ''"Il Secolo"'', venerdì 1º maggio 1992). Sono parole che, drammaticamente (anche se in circostanze ben diverse) riecheggiano quelle scritte 14 anni prima da [[Aldo Moro]] contro il suo partito (anche lui disse di lasciare la DC) e che pesarono come un macigno sul periodo successivo di vita del partito e del paese.