Apri il menu principale

Modifiche

Dopo l'esperimento del capitolo epistolare, inaugurato nel 1528 con il ''Capitolo a messer Francesco milanese'', e di quello narrativo con il ''Capitolo del prete da Povigliano'' (1532), il Berni tornava al capitolo paradossale negli ultimi mesi del servizio con il Giberti (1532), votando le sue lodi alla ''Peste'', ad ''Aristotele'', al ''Debito''. In questi casi il paradosso non implicava più, almeno per principio, l'equivoco osceno, ma prendeva di mira bersagli ideologici: la convinzione che la natura sia necessariamente buona perché creata da Dio, l'aristotelismo che si andava affermando, le convenzioni sociali.
 
Tornato a Roma, vi trovava una frotta di ammiratori e imitatori ([[Giovanni Mauro d'Arcano]], [[Giovanni Della Casa]], [[Francesco Maria Molza]], Giovan Francesco Bini, [[Agnolo Firenzuola]], Mattio Franzesi ecc.), raccolti nella cosiddetta Accademia dei Vignaiuoli.<ref>Vedi Danilo Romei, ''Roma 1532-1537: accademia per burla e poesia "tolta in gioco"'', in Id., ''Berni e berneschi del Cinquecento'', Firenze, Centro 2 P, 1984, pp. 49-135; poi in Id., ''Da Leone X a Clemente VII'', cit., pp. 205-266. Vedi anche Silvia Longhi, ''Lusus. Il capitolo burlesco nel Cinquecento'', Padova, Antenore («Miscellanea erudita», XXXVIII), 1983.</ref> Da qui si diffonde il genere della poesia bernesca. Fra le sue ultime prove va citato almeno il ''Capitolo a fra Bastian dal Piombo'', per la sua esaltazione della poesia di [[Michelangelo Buonarroti|Michelangelo]] contrapposta alla vanità della poesia dei petrarchisti: «tacete ''unquanco'', ''pallide viole'' / e ''liquidi cristalli'' e ''fiere snelle'': / e' dice cose e voi dite parole» (vv. 29-31).
 
La sua vita e la sua opera sono arruffate e contraddittorie. Dietro la sua maschera giocosa visse con tormento il conflitto fra ciò che era e ciò che doveva e voleva essere (un buon cristiano). A essere un buon cristiano non riuscì mai; eppure ci provò, specialmente quando, «fatto teatino e romito» e «digiunando in pane et in acqua» seguì a Verona un uomo «dabbene» per vedere se il suo esempio poteva sconfiggere la sua «poltroneria».<ref>Lettera alla duchessa Caterina Cybo, Verona 10 ottobre 1528, in ''Francesco Berni'' 1999, pp. 475-476.</ref> In una delle sue ultime lettere affermava con amarezza: «non ho fatto mai alli dì miei cosa buona».<ref>Lettera a Luigi Priuli, da Fiorenza, senza data, in ''Francesco Berni'' 1999, p. 507.</ref>
Utente anonimo