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<noinclude>{{Protetta}}</noinclude>
{{nota disambigua2|"Cavour" e "Conte di Cavour" rimandano qui. Se stai cercando altri significati, vedi '''[[Cavour (disambigua)]]'''}}
{{Carica pubblica
|nome = Camillo Benso di Cavour
|immagine = Camillo Benso Cavour di Ciseri.jpg
All'età di ventidue anni Cavour venne nominato [[sindaco]] di [[Grinzane Cavour|Grinzane]], dove la famiglia aveva dei possedimenti, e ricoprì tale carica fino al [[1848]]<ref>Hearder, ''Cavour'', Bari, 2000, pag. 26.</ref>. Dal dicembre [[1834]] iniziò a viaggiare all'estero studiando lo sviluppo economico di paesi largamente industrializzati come Francia<ref>[[Giuseppe Talamo]], ''La formazione di Cavour: la rivoluzione di luglio e i primi anni Trenta'', Nuova antologia. APR. GIU., 2010.</ref> e [[Regno Unito|Gran Bretagna]].
 
=== I viaggi di formazione a Parigi e a Londra ===
{{Vedi anche|Viaggi di formazione di Camillo Benso, conte di Cavour}}
 
 
Ad integrare le innovazioni della produzione agricola, Camillo Benso intraprese anche delle iniziative di carattere industriale con risultati più o meno buoni. Fra le iniziative più importanti, la partecipazione alla costituzione della ''Società anonima dei molini anglo-americani di Collegno'' nel 1850, di cui il Conte divenne successivamente il maggiore azionista e che ebbe dopo l'[[unità d'Italia]] una posizione di primo piano nel Paese<ref>{{Cita|Romeo|pp. 118-121}}</ref>.
 
Le estese relazioni d'affari a [[Torino]], [[Chivasso]] e [[Genova]] e soprattutto l'amicizia dei banchieri De La Rüe<ref>I De La Rüe erano originari di [[Lessines]] ma appartenevano ad un'antica famiglia nobile di [[Ginevra]] dove occupavano una posizione eminente nell'aristocrazia locale già nel XVI e XVII secolo. Fra il XVIII e il XIX secolo due membri della famiglia, Antoine e Jean, si trasferirono a [[Genova]]. Ad essi si deve la fondazione della banca ''De La Rüe frères''. Cavour, arrivato a Genova nel 1830, strinse amicizia con i figli di Jean: David-Julien, Hippolyte ed Émile. Quest'ultimo dopo il 1850 fu l'unico a dirigere la banca (divenuta la ''De La Rüe C.'') e fu il riferimento dell'imprenditore Cavour. Cfr. {{Cita|Romeo|p. 26}}.</ref>, consentirono inoltre a Cavour di operare in un mercato più ampio rispetto a quello usuale degli agricoltori piemontesi cogliendo importanti opportunità di guadagno. Nell'anno 1847, ad esempio, realizzò introiti assai cospicui approfittando del pessimo raccolto di [[cereali]] in tutta Europa che diede luogo ad un aumento della richiesta spingendo i prezzi a livelli inconsueti<ref>{{Cita|Romeo|p. 121}}</ref>.
 
=== Deputato al Parlamento Subalpino ===
Il 27 aprile [[1848]] ci furono le prime elezioni del nuovo regime costituzionale. Cavour, forte della sua attività di giornalista politico, si candidò alla [[Camera dei deputati del Regno di Sardegna|Camera dei deputati]] e fu eletto nelle elezioni suppletive del 26 giugno. Fece il suo ingresso alla Camera ([[Palazzo Carignano]]) prendendo posto nei banchi di destra il 30 giugno 1848<ref>{{Cita|Romeo|pp. 162-163}}</ref>.
 
Fedele agli interessi piemontesi, che egli vedeva minacciati dalle forze [[Radicalismo|radicali]] genovesi e lombarde, Cavour fu oppositore sia dell'[[governo|esecutivo]] di [[Cesare Balbo]], sia di quello successivo del milanese [[Gabrio Casati]]. Tuttavia, quando, a seguito della sconfitta di [[Battaglia di Custoza (1848)|Custoza]], il governo Casati chiese i pieni poteri, Cavour si pronunciò in suo favore. Ciò non evitò però l'abbandono di Milano agli austriaci e l'[[armistizio Salasco]] del 9 agosto 1848<ref>{{Cita|Romeo|pp. 165-166}}</ref>.
 
Al termine di questa prima fase della guerra, il [[Governo Alfieri|governo di Cesare di Sostegno]] e il successivo di [[Governo Perrone|Ettore di San Martino]] imboccarono la strada della diplomazia. Entrambi furono appoggiati da Cavour che criticò aspramente [[Vincenzo Gioberti|Gioberti]] ancora risoluto a combattere l'Austria. Nel suo primo grande discorso parlamentare, Camillo Benso, il 20 ottobre 1848 si pronunciò infatti per il rinvio delle ostilità, confidando nella mediazione diplomatica della Gran Bretagna, gelosa della nascente potenza germanica e quindi favorevole alla causa italiana. Con l'appoggio di Cavour la linea moderata del governo San Martino passò, anche se il debole esecutivo su un argomento minore rassegnò le dimissioni il 3 dicembre 1848<ref>{{Cita|Romeo|pp. 167-168}}</ref>.
 
Nell'impossibilità di formare una diversa compagine ministeriale, re Carlo Alberto diede l'incarico a Gioberti, il cui governo (insediatosi il 15 dicembre 1848) Cavour considerò di "pura sinistra". A discapito del Conte arrivarono anche le elezioni del 22 gennaio [[1849]], al cui [[ballottaggio]] fu sconfitto da [[Giovanni Ignazio Pansoya]]. Lo schieramento politico vincitore era tuttavia troppo eterogeneo per affrontare la difficile situazione del Paese, sospeso ancora fra pace e guerra, e Gioberti dovette dimettersi il 21 febbraio 1849<ref>{{Cita|Romeo|pp. 171-172}}</ref>.
 
Le elezioni del 15 luglio 1849 portarono, tuttavia, ad una nuova, benché debole, maggioranza dei democratici. Cavour fu rieletto, ma D'Azeglio convinse Vittorio Emanuele II a sciogliere la Camera dei deputati e il 20 novembre 1849 il Re emanò il [[proclama di Moncalieri]], con cui invitava il suo popolo ad eleggere candidati moderati che non fossero a favore di una nuova guerra. Il 9 dicembre fu rieletta l'assemblea che, finalmente, espresse un voto schiacciante a favore della pace. Fra gli eletti figurava di nuovo Cavour che, nel collegio di Torino I, ottenne 307 voti contro i 98 dell'avversario<ref>Hearder, ''Cavour'', Bari, 2000, pag. 69.</ref><ref>{{Cita|Romeo|pp. 175-176, 179}}</ref>.
 
In quel periodo Camillo Benso si mise in evidenza anche per le sue doti di abile operatore finanziario. Ebbe infatti una parte di primo piano nella fusione della Banca di Genova e della nascente Banca di Torino, che diede vita alla [[Banca Nazionale degli Stati Sardi]]<ref>{{Cita|Romeo|pp. 177-178}}</ref>.
 
 
Assieme a questo del prestito (3,6 milioni di sterline), Camillo Benso ottenne vari altri risultati. Riuscì a chiarire e sintetizzare la situazione effettiva del bilancio statale che, per quanto precaria, apparve migliore rispetto a quanto si pensasse; fece approvare su tutti gli enti morali [[Laico|laici]] ed [[Clero|ecclesiastici]] un'unica imposta del 4% del reddito annuo; ottenne l'imposta delle [[Successione (diritto)|successioni]]; dispose per l'aumento di capitale della [[Banca Nazionale degli Stati Sardi]] aumentandone l'obbligo delle anticipazioni allo Stato e avviò la collaborazione tra finanza pubblica e iniziativa privata<ref>{{Cita|Romeo|pp. 197, 201-202}}</ref>.
 
A tale riguardo accolse, nell'agosto 1851, le proposte di aziende britanniche per la realizzazione delle linee ferroviarie Torino-[[Susa (Italia)|Susa]] e Torino-[[Novara]], i cui progetti divennero legge il 14 giugno e l'11 luglio [[1852]] rispettivamente. Concesse all'armatore [[Raffaele Rubattino]] la linea di navigazione sovvenzionata fra Genova e la Sardegna, e a gruppi genovesi l'esercizio di miniere e [[Salina|saline]] in Sardegna. Fino a promuovere grandi progetti come l'istituzione a Genova della Compagnia Transatlantica o come la fondazione della società [[Ansaldo]], futura fabbrica di [[locomotive a vapore]]<ref>{{Cita|Romeo|pp. 202-203}}</ref>.
 
 
Già durante la [[Seconda guerra di indipendenza italiana|guerra]] i governi e le forze armate dei piccoli Stati italiani dell'Italia centro-settentrionale e della [[Legazione delle Romagne|Romagna pontificia]] abbandonarono i loro posti e dovunque si installarono autorità provvisorie filo-sabaude. Dopo la [[Pace di Zurigo]], tuttavia, si giunse ad una fase di stallo, poiché i governi provvisori si rifiutavano di restituire il potere ai vecchi regnanti (così come previsto dal trattato di pace) e il [[Governo La Marmora I|governo di La Marmora]] non aveva il coraggio di proclamare le annessioni dei territori al Regno di Sardegna. Il 22 dicembre 1859 Vittorio Emanuele II si rassegnò, così, a richiamare Cavour che nel frattempo aveva ispirato la creazione del partito di Unione Liberale.
 
Il Conte, rientrato alla presidenza del Consiglio dei Ministri il 21 gennaio [[1860]], si trovò in breve di fronte ad una proposta francese di soluzione della questione dei territori liberati: annessione al Piemonte dei ducati di [[Ducato di Parma e Piacenza|Parma]] e [[Ducato di Modena e Reggio|Modena]], controllo [[Casa Savoia|sabaudo]] della Romagna pontificia, regno separato in [[Granducato di Toscana|Toscana]] sotto la guida di un esponente di [[Casa Savoia]] e cessione di [[Provincia di Nizza (1859)|Nizza]] e [[Contea di Savoia|Savoia]] alla Francia. In caso di rifiuto della proposta il Piemonte avrebbe dovuto affrontare da solo la situazione di fronte all'Austria, "a suo rischio e pericolo"<ref>{{Cita|Romeo|p. 450}}</ref>.
 
 
Dal 27 gennaio al 3 febbraio [[1861]] si tennero le elezioni per il primo [[Parlamento del Regno d'Italia|Parlamento italiano]] unitario. Oltre 300 dei 443 seggi della nuova Camera andarono alla maggioranza governativa. L'opposizione ne conquistò un centinaio, ma fra loro non comparivano rappresentanti della Destra poiché i clericali avevano aderito all'invito di non eleggere e di non farsi eleggere in un Parlamento che aveva leso i diritti del pontefice<ref>{{Cita|Romeo|p. 508}}</ref>.
 
Il 18 febbraio venne inaugurata la nuova sessione nella quale sedettero per la prima volta rappresentanti piemontesi, lombardi, siciliani, toscani, emiliani, romagnoli e napoletani insieme. Il 17 marzo il Parlamento proclamò il Regno d'Italia e Vittorio Emanuele II suo re.
 
Costui, come gli aveva promesso già da cinque anni, somministrò l'[[estrema unzione]] a Cavour ignorando sia la scomunica che il conte aveva subito nel 1855, sia il fatto che Cavour non ritrattò le sue scelte [[anticlericale|anticlericali]]<ref name=Romeo-524 />.
 
Per questo motivo, padre Giacomo, parroco di [[Chiesa di Santa Maria degli Angeli (Torino)|Santa Maria degli Angeli]], chiesa nella quale avvennero poi le esequie<ref>Roberto Dinucci, ''Guida di Torino'', Edizioni D'Aponte, p. 127</ref><ref>Marziano Bernardi, ''Torino – Storia e arte'', Torino, Editori Fratelli Pozzo, 1975, p. 122</ref>, dopo aver riferito i fatti alle autorità religiose fu richiamato a Roma [[Sospensione a divinis|sospeso ''a divinis'']] e poi dimesso dallo stato clericale. Subito dopo il colloquio con padre Giacomo, Cavour chiese di parlare con [[Luigi Carlo Farini]] a cui, come rivela la nipote Giuseppina, confidò a futura memoria: «Mi ha confessato ed ho ricevuto l'assoluzione, più tardi mi comunicherò. Voglio che si sappia; voglio che il buon popolo di Torino sappia che io muoio da buon cristiano. Sono tranquillo e non ho mai fatto male a nessuno» <ref>In [https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/amicus-eugenius-br--cavourtra-monarchia-br--fede-e-sacramenti_20150611 In Gianni Gennari, ''[[Avvenire]]'', 11 giugno 2015]</ref>.
[[File:Cavour funerali a Torino - IMI 15-06-1861.JPG|thumb|upright=1.5|I funerali di Cavour a Torino]]
 
 
Cavour nell'agiografia postunitaria dall'anno della sua morte fu ritenuto il "Padre della Patria" da un illustre personaggio come [[Giuseppe Verdi]] che lo definì "il vero padre della patria"<ref>{{Cita web|titolo=Rita Belenghi, ''Giuseppe Verdi'', Liguori, Napoli, 2007, pag. 56.|url=http://books.google.it/books?id=cIWkLSgnKlQC&pg=PA56&dq=Cavour+%22padre+della+Patria%22&hl=it&ei=qfP4TdeIE8G98gOw8r3lCw&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=1&ved=0CCoQ6AEwADgK#v=onepage&q=Cavour%20%22padre%20della%20Patria%22&f=false|accesso=5 giugno 2013}}</ref> e dal politico liberale, senatore del Regno, [[Nicomede Bianchi]] che lo definì "Il buono e generoso padre della patria nascente"<ref>{{Cita web|titolo=Nicomede Bianchi, ''Camillo di Cavour'', Unione Tipografico-Editrice, Torino, 1863, pag. 67.|url=http://books.google.it/books?id=eLlStgD6TRMC&pg=PA67&dq=Cavour+%22padre+della+Patria%22&hl=it&ei=uvH4Tbi3DYme-Qbn_tjcDw&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=2&ved=0CC8Q6AEwAQ#v=onepage&q=Cavour%20%22padre%20della%20Patria%22&f=false|accesso=5 giugno 2013}}</ref>.
 
Il conte è stato ricordato in vari modi. Due città italiane hanno aggiunto il suo nome a quello originario: [[Grinzane Cavour]], di cui Camillo Benso fu sindaco, e [[Sogliano Cavour]] per celebrare l'unità nazionale. Gli sono state dedicate numerose vie e piazze e numerose statue.
 
 
[[Giuseppe Mazzini]], che dopo la sua attività cospirativa degli anni 1827-1830 fu esiliato dal governo piemontese a Ginevra, fu uno strenuo oppositore della [[guerra di Crimea]], che costò un'ingente perdita di soldati. Egli rivolse un appello ai militari in partenza per il conflitto:
{{Citazione|Quindicimila tra voi stanno per essere deportati in Crimea. Non uno forse tra voi rivedrà la propria famiglia. Voi non avrete onore di battaglie. Morrete, senza gloria, senza aureola, di splendidi fatti da tramandarsi per voi, conforto ultimo ai vostri cari. Morrete per colpa di governi e capi stranieri. Per servire un falso disegno straniero, l'ossa vostre biancheggeranno calpestate dal cavallo del cosacco, su terre lontane, né alcuno dei vostri potrà raccoglierle e piangervi sopra. Per questo io vi chiamo, col dolore dell'anima, "deportati".|Giuseppe Mazzini<ref>"Volantino pubblicato su "[[Italia del popolo]]", 25 febbraio 1855</ref>}}
 
Quando nel 1858, Napoleone III scampò all'attentato teso da [[Felice Orsini]] e [[Giovanni Andrea Pieri]], il governo di Torino incolpò Mazzini (Cavour lo avrebbe definito «il capo di un'orda di fanatici assassini»<ref>{{cita news|url=http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/242302/|pubblicazione=lastampa.it|autore=[[Giancarlo De Cataldo]]|titolo=Chi ha paura di Mazzini?|accesso=5 giugno 2013}}</ref> oltreché «un nemico pericoloso quanto l'Austria»<ref>Denis Mack Smith, ''Mazzini'', Rizzoli, Milano, 1993, pag. 158</ref>), poiché i due attentatori avevano militato nel suo [[Partito d'Azione (1853-1867)|Partito d'Azione]].
 
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