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[[File:Giuseppe Garibaldi 1861.jpg|thumb|upright=0.8|[[Giuseppe Garibaldi]] ebbe uno scontro nel 1861 con Cavour per la decisione di quest'ultimo di sciogliere l'Esercito meridionale]]
 
Dal 27 gennaio al 3 febbraio [[1861]] si tennero le elezioni per il primo [[Parlamento del Regno d'Italia|Parlamento italiano]] unitario. Oltre 300 dei 443 seggi della nuova Camera andarono alla maggioranza governativa. L'opposizione ne conquistò un centinaio, ma fra loro non comparivano rappresentanti della Destra, poiché i clericali avevano aderito all'invito di non eleggere e di non farsi eleggere in un Parlamento che aveva leso i diritti del pontefice<ref>{{Cita|Romeo|p. 508}}</ref>.
 
Il 18 febbraio venne inaugurata la nuova sessione, nella quale sedettero per la prima volta rappresentanti piemontesi, lombardi, siciliani, toscani, emiliani, romagnoli e napoletani insieme. Il 17 marzo il Parlamento proclamò il Regno d'Italia e Vittorio Emanuele II suo re.
 
Il 22 marzo Cavour veniva confermato alla guida del governo, dopo che il Rere aveva dovuto rinunciare a [[Bettino Ricasoli|Ricasoli]]. Il Conteconte, che tenne per sé anche gli Esteri e la Marina, il 25 affermò in parlamento che Roma sarebbe dovuta diventare capitale d'Italia.
 
=== Lo scontro con Garibaldi ===
L'episodio più tumultuoso della vita politica di Cavour, se si esclude l'incidente con Vittorio Emanuele II dopo l'[[armistizio di Villafranca]], fu il suo scontro con Garibaldi dellnell'aprile [[1861]].
 
Oggetto del contendere: l'esercito di volontari garibaldini del Sudsud del quale Cavour volle evitare il trasferimento al nord nel timore che venisse influenzato dai [[Radicalismo|radicali]]. Il 16 gennaio 1861 fu quindi decretato lo scioglimento dell'[[esercito meridionale]]. Su questa decisione, che provocò le vibrate proteste del comandante del Corpo [[Giuseppe Sirtori]], Cavour fu irremovibile<ref name=Romeo-518>{{Cita|Romeo|p. 518}}</ref>.
 
In difesa del suo esercito, Garibaldi, il 18 aprile 1861, pronunciò un memorabile discorso alla Camera, accusando «la fredda e nemica mano di questo Ministero [Cavour]» di aver voluto provocare una «guerra fratricida». Il Conteconte reagì con violenza, chiedendo, invano, al presidente della Camera [[Urbano Rattazzi|Rattazzi]] di richiamare all'ordine il generale. La seduta fu sospesa e [[Nino Bixio]] tentò nei giorni successivi una riconciliazione che non si compì mai del tutto<ref name=Romeo-518/>.
 
=== Gli ultimi giorni ===
Il 29 maggio [[1861]] Cavour ebbe un malore, attribuito dal suo medico curante ad una delle crisi malariche che lo colpivano periodicamente da quando - in gioventù - aveva contratto la [[malaria]] nelle risaie di famiglia del [[Provincia di Vercelli|vercellese]]. In questa occasione tutte le cure praticate non ebbero effetto, tanto che il 5 giugno venne fatto chiamare un sacerdote francescano suo amico, padre Giacomo da Poirino (1808-1885)<ref name=Romeo-524>{{Cita|Romeo|p. 524}}</ref>.
 
Costui, come gli aveva promesso già da cinque anni, somministrò l'[[estrema unzione]] a Cavour, ignorando sia la scomunica che il conte aveva subito nel 1855, sia il fatto che Cavour non ritrattòavesse ritrattato le sue scelte [[anticlericale|anticlericali]]<ref name=Romeo-524 />.
 
Per questo motivo, padre Giacomo, parroco di [[Chiesa di Santa Maria degli Angeli (Torino)|Santa Maria degli Angeli]], chiesa nella quale avvennero poi le esequie<ref>Roberto Dinucci, ''Guida di Torino'', Edizioni D'Aponte, p. 127</ref><ref>Marziano Bernardi, ''Torino – Storia e arte'', Torino, Editori Fratelli Pozzo, 1975, p. 122</ref>, dopo aver riferito i fatti alle autorità religiose, fu richiamato a Roma [[Sospensione a divinis|sospeso ''a divinis'']] e poi dimesso dallo stato clericale. Subito dopo il colloquio con padre Giacomo, Cavour chiese di parlare con [[Luigi Carlo Farini]] a cui, come rivela la nipote Giuseppina, confidò a futura memoria: «Mi ha confessato ed ho ricevuto l'assoluzione, più tardi mi comunicherò. Voglio che si sappia; voglio che il buon popolo di Torino sappia che io muoio da buon cristiano. Sono tranquillo e non ho mai fatto male a nessuno»<ref>In [https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/amicus-eugenius-br--cavourtra-monarchia-br--fede-e-sacramenti_20150611 In Gianni Gennari, ''[[Avvenire]]'', 11 giugno 2015]</ref>.
[[File:Cavour funerali a Torino - IMI 15-06-1861.JPG|thumb|upright=1.5|I funerali di Cavour a Torino]]
 
Nel 2011, è stata ritrovata una missiva di padre Giacomo a Pio IX, nella quale il frate racconta che Cavour aveva dichiarato che «intendeva di morire da vero e sincero cattolico». Per cui il confessore «incalzato dalla gravità del male che a gran passi il portava a morte» la mattina del 5 giugno concesse il sacramento. Scrisse anche che «nel corso della sua gravissima malattia», Cavour «era ad intervalli soggetto ad alienazione di mente». Il frate chiude quindi la lettera di scuse ribadendo di «aver fatto, quanto era in sé, il suo officio»<ref name=atto>{{Cita web|titolo="Cavour ultimo atto l'inferno può attendere", La Stampa, 20 aprile 2011|url=http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/398777/|accesso=5 giugno 2013}}</ref>.
 
Verso le nove giunse al suo capezzale il Rere. Nonostante la febbre, il Conteconte riconobbe Vittorio Emanuele,; tuttavia non riuscì ad articolare un discorso molto coerente: «Oh sire! Io ho molte cose da comunicare a Vostra Maestà., molte carte da mostrarle: ma son troppo ammalato; mi sarà impossibile di recarmi a visitare la Vostra Maestà; ma io le manderò Farini domani, che le parlerà di tutto in particolare. Vostra Maestà ha ella ricevuta da Parigi la lettera che aspettava? L'Imperatore è molto buono per noi ora, sì, molto buono. E i nostri poveri Napoletani così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli. Sire, sì, sì, si lavi, si lavi! Niente stato d'assedio, nessun mezzo di governo assoluto, Tutti sono buoni a governare con lo stato d'assedio... Garibaldi è un galantuomo, io non gli voglio alcun male. Egli vuole andare a Roma e a Venezia, e anch'io: nessuno ne ha più fretta di noi. Quanto all'Istria e al Tirolo è un'altra cosa. Sarà il lavoro di un'altra generazione. Noi abbiamo fatto abbastanza noialtri: abbiamo fatto l'Italia, sì l'Italia, e la cosa va...»<ref>{{Cita libro|autore=Indro Montanelli|titolo=L'Italia dei Notabili (1861-1900)|anno=1973|editore=Rizzoli|città=Milano}}</ref><ref>{{Cita web|url=http://win.storiain.net/arret/num150/artic1.asp|titolo=La morte di Cavour|sito=win.storiain.net|accesso=2017-09-20}}</ref>
 
Secondo l'amico Michelangelo Castelli le ultime parole del Conte furono: «L'Italia è fatta - tutto è salvo», così come le intese al capezzale [[Luigi Carlo Farini]]. Il 6 giugno 1861, a meno di tre mesi dalla [[proclamazione del Regno d'Italia]], Cavour moriva così a Torino nel [[Palazzo Benso di Cavour|palazzo di famiglia]]. La sua fine suscitò immenso cordoglio, anche perché del tutto inattesa, e ai funerali vi fu straordinaria partecipazione<ref>{{Cita|Romeo|p. 525}}</ref>.
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