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== La famiglia e la giovinezza (fino al 1843) ==
{{Vedi anche|Cavour (famiglia)}}
[[File:Michele Antonio Benso marchese di Cavour.jpg|thumb|upright=0.8|[[Michele Benso di Cavour]], padre di Camillo.]]
[[File:Torino-PalazzoBensoDiCavour.jpg|thumb|left|upright=0.8|Il [[Palazzo Benso di Cavour|palazzo]] a Torino dove nacque Cavour.]]
[[File:Adele de Sellon dAllaman marchesa di Cavour.jpg|thumb|upright=0.8|Adèle de Sellon (1780-1846), madre di Camillo.]]
[[File:Camillo Benso di Cavour by Brockedon.jpg|upright=0.8|left|thumb|Ritratto giovanile di Cavour.<ref>Disegno dell'inglese [[William Brockedon]].</ref>]]
 
Camillo nacque il 10 agosto [[1810]] nella [[Storia di Torino#Torino francese|Torino]] [[Primo Impero francese|napoleonica]].
Suo padre, il nobile piemontese [[Michele Benso di Cavour]], era collaboratore e amico del governatore principe [[Camillo Filippo Ludovico Borghese|Camillo Borghese]] (marito di [[Paolina Bonaparte]], sorella di [[Napoleone I]]), che fu padrino di battesimo del piccolo Benso ed al quale trasmise il nome. La madre del piccolo Camillo, Adèle de Sellon (1780-1846), apparteneva invece ad una ricca e nobile famiglia [[Calvinismo|calvinista]] di [[Ginevra]], che aveva raggiunto un'ottima posizione negli ambienti borghesi della città svizzera<ref>{{Cita|Romeo|pp. 3-4}}</ref>.
 
[[Aristocrazia|Aristocratico]]<ref>Il titolo di conte attribuito al Cavour era un ''[[Trattamento d'onore|titolo di cortesia]]'', all'uso francese. Questo sistema concedeva al primogenito il titolo immediatamente inferiore a quello del titolare capofamiglia, al secondogenito quello ancora inferiore e così via a scalare. In questo caso, quando morì il padre di Camillo (il marchese Michele) al suo primo figlio (Gustavo) andò il titolo di marchese e al suo secondogenito (Camillo) quello di conte. Alla morte del fratello Gustavo, Camillo avrebbe ereditato il titolo di marchese. Morì invece prima di Gustavo. {{cita web|url=http://www.iagiforum.info/viewtopic.php?f=6&t=11546|titolo= Forum "I Nostri Avi"|accesso=28 maggio 2013}}</ref>, Cavour in gioventù frequentò il 5º corso della [[Accademia Reale di Torino|Regia Accademia Militare di Torino]] (conclusosi nel [[1825]]) e nell'inverno [[1826]]-[[1827]], grazie ai corsi della [[Scuola di applicazione#Scuola di applicazione di artiglieria e genio|Scuola di Applicazione del Corpo Reale del Genio]], diventò ufficiale del [[Arma del genio|Genio]]<ref>Al termine del suo tirocinio militare presentò una memoria dal titolo ''Esposizione compita dell'origine, teoria, pratica, ed effetti del tiro di rimbalzo tanto su terra che sull'acqua''. Cfr. ''Dalle Regie scuole teoriche e pratiche di Artiglieria e Fortificazione alla Scola d'applicazione di Artiglieria e Genio'', Scuola di applicazione delle armi di Artiglieria e Genio, Torino, 1939.</ref>.
 
Il giovane si dedicò ben presto, per interessi personali e per educazione familiare, alla causa del progresso europeo. Fra i suoi ispiratori vi fu il filosofo inglese [[Jeremy Bentham]], alle cui dottrine si accostò per la prima volta nel [[1829]]. In quell'anno lesse il suo ''Traité de législation civile et pénale'', in cui si enunciava il principio politico «Misura del giusto e dell'ingiusto è soltanto la massima felicità del maggior numero». L'altro concetto di Bentham, secondo cui ogni problema poteva ricondursi a fatti misurabili, fornìforniva poi al realismo del giovane Cavour una base teorica utile alla sua inclinazione all'analisi matematica<ref>{{Cita|Romeo|p. 32}}</ref>.
 
Trasferito nel [[1830]] a [[Genova]], l'ufficiale Camillo Benso ebbe modo di conoscere la marchesa [[Nina Giustiniani|Anna Giustiniani Schiaffino]], con la quale avvierà un'importante amicizia, intrattenendo con lei un lungo rapporto epistolare<ref>{{Cita|Romeo|pp. 25-26}}</ref>.
 
All'età di ventidue anni Cavour venne nominato [[sindaco]] di [[Grinzane Cavour|Grinzane]], dove la famiglia aveva dei possedimenti, e ricoprì tale carica fino al [[1848]]<ref>Hearder, ''Cavour'', Bari, 2000, pag. 26.</ref>. Dal dicembre [[1834]] iniziò a viaggiare all'estero, studiando lo sviluppo economico di paesi largamente industrializzati come Francia<ref>[[Giuseppe Talamo]], ''La formazione di Cavour: la rivoluzione di luglio e i primi anni Trenta'', Nuova antologia. APR. GIU., 2010.</ref> e [[Regno Unito|Gran Bretagna]].
 
=== I viaggi di formazione a Parigi e a Londra ===
{{Vedi anche|Viaggi di formazione di Camillo Benso, conte di Cavour}}
 
Accompagnato dall'amico [[Pietro De Rossi Di Santarosa]], Cavour nel febbraio del [[1835]] raggiunse Parigi, dove si fermò per quasi due mesi e mezzo: visitò istituzioni pubbliche di ogni genere e frequentò gli ambienti politici della [[Monarchia di luglioLuglio]]. Partito dalla capitale francese, il 14 maggio 1835 arrivò a Londra, dove si interessò di questioni sociali.
 
Durante questo periodo il giovane conteConte sviluppò quella propensione conservatrice che lo accompagnerà per tutta la vita, ma al tempo stesso sentì fortemente crescere l'interesse e l'entusiasmo per il progresso dell'industria, per l'[[economia politica]] e per il [[libero scambio]].
Di nuovo a Parigi, fra il [[1837]] e il [[1840]] frequentò assiduamente la [[Sorbona]] e incontrò, oltre a vari intellettuali, gli esponenti della monarchia di [[Luigi Filippo di Francia|Luigi Filippo]], della quale conservava una viva ammirazione.
 
Nel marzo [[1841]] fondò con degli amici la [[Società del Whist]], club prestigioso costituito dalla più alta aristocrazia torinese<ref>Federico Navire, ''Torino come centro di sviluppo Culturale: Un contributo agli studi della civiltà italiana'', Peter Lang, Frankfurt 2009, p. 337, ([http://books.google.it/books?id=1wu-7PzuaMYC&pg=PA337&dq=#v=onepage&q&f=false online]).</ref>.
 
=== Gli affari in agricoltura e nell'industria ===
Importante possidente terriero, Cavour contribuì, già nel maggio [[1842]], alla costituzione dell'''Associazione agraria'', che si proponeva di promuovere le migliori tecniche e politiche agrarie, per mezzo anche di una ''Gazzetta'' che fin dall'agosto [[1843]] pubblicava un articolo del conteConte<ref>{{Cita|Romeo|pp. 102-103}}</ref>.
 
Impegnatissimo nell'attività di gestione soprattutto della sua tenuta di [[Leri Cavour|Leri]], Cavour nell'autunno 1843, grazie alla collaborazione di [[Giacinto Corio]], iniziò un'attività di miglioramenti nei settori dell'[[allevamento]] del bestiame, dei [[concimi]] e delle [[macchine agricole]]. In sette anni (dal 1843 al [[1850]]) la sua produzione di [[riso (alimento)|riso]], [[frumento]] e [[latte]] crebbe sensibilmente, e quella di [[mais]] addirittura risultò triplicata<ref>{{Cita|Romeo|pp. 112, 114-115, 118}}</ref>.
 
Ad integrare le innovazioni della produzione agricola, Camillo Benso intraprese anche delle iniziative di carattere industriale, con risultati più o meno buoni. Fra le iniziative più importanti, la partecipazione alla costituzione della ''Società anonima dei molini anglo-americani di [[Collegno]]'' nel 1850, di cui il Conte divenne successivamente il maggiore azionista e che ebbe dopo l'[[unità d'Italia]] una posizione di primo piano nel Paese<ref>{{Cita|Romeo|pp. 118-121}}</ref>.
 
Le estese relazioni d'affari a [[Torino]], [[Chivasso]] e [[Genova]] e soprattutto l'amicizia dei banchieri De La Rüe<ref>I De La Rüe erano originari di [[Lessines]] ma appartenevano ad un'antica famiglia nobile di [[Ginevra]] dove occupavano una posizione eminente nell'aristocrazia locale già nel XVI e XVII secolo. Fra il XVIII e il XIX secolo due membri della famiglia, Antoine e Jean, si trasferirono a [[Genova]]. Ad essi si deve la fondazione della banca ''De La Rüe frères''. Cavour, arrivato a Genova nel 1830, strinse amicizia con i figli di Jean: David-Julien, Hippolyte ed Émile. Quest'ultimo dopo il 1850 fu l'unico a dirigere la banca (divenuta la ''De La Rüe C.'') e fu il riferimento dell'imprenditore Cavour. Cfr. {{Cita|Romeo|p. 26}}.</ref>, consentirono inoltre a Cavour di operare in un mercato più ampio rispetto a quello usuale degli agricoltori piemontesi, cogliendo importanti opportunità di guadagno. Nell'anno 1847, ad esempio, realizzò introiti assai cospicui approfittando del pessimo raccolto di [[cereali]] in tutta Europa, che diede luogo ad un aumento della richiesta spingendo i prezzi a livelli inconsueti<ref>{{Cita|Romeo|p. 121}}</ref>.
 
=== Lo sviluppo delle idee politiche ===
[[File:Dinegro-inaugurazione ferrovia 1854.jpg|thumb|upright=1.5|La linea [[Ferrovia Torino-Genova|ferroviaria Torino-Genova]] nel 1854. Cavour attribuì alle ferrovie un'importanza decisiva nello sviluppo del progresso civile e del movimento nazionale.]]
 
Oltre ai suoi interventi sulla ''Gazzetta'' della ''Associazione agraria'', Cavour in quegli anni si dedicò alla scrittura di alcuni saggi sui progressi dell'industrializzazione e del libero scambio in [[Regno Unito|Gran Bretagna]], e sugli effetti che ne sarebbero derivati sull'economia e sulla società italiana<ref>{{Cita|Romeo|p. 131}}</ref>.
 
Principalmente Cavour esaltava le [[Ferrovia|ferrovie]] come strumento di progresso civile al quale, piuttosto che alle sommosse, era affidata la causa nazionale. Egli, a tale proposito, mise in rilievo l'importanza che avrebbero avuto due linee ferroviarie: una Torino-Venezia e una Torino-Ancona<ref>{{Cita|Romeo|p. 137}}</ref>.
 
Senza alcun bisogno di una [[Rivoluzione (politica)|rivoluzione]], il progresso della [[Cristianesimo|civiltà cristiana]] e lo [[Illuminismo|sviluppo dei lumi]] sarebbero sfociati, secondo il conte, in una crisi politica che l'Italia era chiamata a sfruttare<ref>{{Cita|Romeo|p. 139}}</ref>.
 
Camillo Benso aveva infatti fede nel progresso, che era soprattutto intellettuale e morale, poiché risorsa della dignità e della capacità creativa dell'uomo. A tale convinzione si accompagnava l'altra che la libertà economica è causa di interesse generale, destinata a favorire tutte le [[classi sociali]]. Sullo sfondo di questi due principi emergeva il valore della nazionalità<ref>{{Cita|Romeo|pp. 140-141}}</ref>:
 
{{Citazione|La storia di tutti i tempi prova che nessun popolo può raggiungere un alto grado di intelligenza e di moralità senza che il sentimento della sua nazionalità sia fortemente sviluppato: in un popolo che non può essere fiero della sua nazionalità il sentimento della dignità personale esisterà solo eccezionalmente in alcuni individui privilegiati. Le classi numerose che occupano le posizioni più umili della sfera sociale hanno bisogno di sentirsi grandi dal punto di vista nazionale per acquistare la coscienza della propria dignità|Cavour, ''Chemins de fer'', 1846, da {{Cita|Romeo|pp. 137, 141}}}}
=== A favore dello Statuto e della guerra del 1848 ===
{{Vedi anche|Statuto albertino|Prima guerra di indipendenza italiana }}
[[File:Cavour 1841 by Paolo Bozzini.jpg|thumb|left|upright=0.8|Cavour a 31 anni, nel 1841.<ref>Dipinto di Paolo Bozzini (1815-1892).</ref>]]
[[File:Battaglia di Pastrengo.jpg|thumb|upright=1.5|La [[battaglia di Pastrengo]]. Nel 1848 Cavour sostenne la guerra contro l'Austria come soluzione al pericolo rivoluzionario che minacciava il Piemonte.]]
 
Nel [[1847]] Cavour fece la sua comparsa ufficiale sulla scena politica come fondatore, assieme al cattolico liberale [[Cesare Balbo]], del periodico ''[[Il Risorgimento (Torino)|Il Risorgimento]]'', di cui assunse la direzione. Il giornale, costituitosi grazie ad un ammorbidimento della censura di re [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]], si schierò più apertamente di tutti gli altri, nel gennaio del [[1848]], a favore di una [[costituzione]]<ref>{{Cita|Romeo|pp. 149-150}}</ref>.
 
La presa di posizione, che era anche di Cavour, si rimarcò con la caduta in Francia (24 febbraio 1848) della cosiddetta [[Monarchia di luglio]], con la quale crollava il riferimento politico del conteConte in Europa.
 
In questa atmosfera, il 4 marzo 1848, Carlo Alberto promulgò lo [[Statuto albertino]]. Questa "costituzione breve" deluse gran parte dell'opinione pubblica liberale, ma non Cavour che annunciò un'importante legge elettorale per la quale era stata nominata una commissione, presieduta da Cesare Balbo, e della quale anche lui faceva parte. Tale legge, poi approvata, con qualche adeguamento rimase in vigore fino alla [[Legge elettorale italiana del 1882|riforma elettorale]] del Regno d'Italia del 1882<ref>{{Cita|Romeo|pp. 157-158}}</ref>.
 
Con la repubblica in [[Seconda Repubblica francese|Francia]], la rivoluzione a [[Vienna]] e [[Berlino]], l'insurrezione a [[Milano]] e il sollevamento del patriottismo in [[Piemonte]] e [[Liguria]], Cavour, temendo che il regime costituzionale potesse diventare vittima dei rivoluzionari se non avesse agito, si pose in testa al movimento interventista, incitando il [[Carlo Alberto di Savoia|reRe]] ad entrare in guerra contro l'Austria e ricompattare l'opinione pubblica<ref>Cavour in un articolo scrisse: «L'ora suprema per la monarchia sarda è suonata, l'ora delle forti deliberazioni, l'ora dalla quale dipendono i fati degli imperii, le sorti dei popoli»</ref><ref>{{Cita|Romeo|p. 159}}</ref>.
 
Il 23 marzo 1848, Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria. Dopo i successi iniziali, l'andamento del conflitto mutò e la vecchia aristocrazia militare del regno fu esposta a dure critiche. Alle prime sconfitte piemontesi Cavour chiese che si risalisse ai colpevoli che avevano tradito le prove di valore dei semplici soldati. La deprecata condotta della guerra spinse allora alla convinzione che il Piemonte non sarebbe stato al sicuro fino a quando i poteri dello Stato non fossero stati controllati da uomini di [[Liberalismo|fede liberale]]<ref>{{Cita|Romeo|pp. 160-162}}</ref><ref>La guerra colpì Cavour anche personalmente, poiché nella [[battagliaBattaglia di Goito]] il figlio del fratello Gustavo, il marchese Augusto di Cavour, rimase ucciso a soli 21 anni. Il colpo fu molto duro per il conteConte, che per il nipote nutriva un affetto paterno. Prova ne fu che conservò la sua divisa insanguinata per tutta la vita. Cfr. Hearder, ''Cavour'', Bari, 2000, pag. 67.</ref>.
 
=== Deputato al Parlamento Subalpino ===
Il 27 aprile [[1848]] ci furono le prime elezioni del nuovo regime costituzionale. Cavour, forte della sua attività di giornalista politico, si candidò alla [[Camera dei deputati del Regno di Sardegna|Camera dei deputati]] e fu eletto nelle elezioni suppletive del 26 giugno. Fece il suo ingresso alla Camera ([[Palazzo Carignano]]), prendendo posto nei banchi di destra, il 30 giugno 1848<ref>{{Cita|Romeo|pp. 162-163}}</ref>.
 
Fedele agli interessi piemontesi, che egli vedeva minacciati dalle forze [[Radicalismo|radicali]] genovesi e lombarde, Cavour fu oppositore sia dell'[[governo|esecutivo]] di [[Cesare Balbo]], sia di quello successivo del milanese [[Gabrio Casati]]. Tuttavia, quando, a seguito della sconfitta di [[Battaglia di Custoza (1848)|Custoza]], il governo Casati chiese i pieni poteri, Cavour si pronunciò in suo favore. Ciò non evitò però l'abbandono di Milano agli austriaci e l'[[armistizio Salasco]] del 9 agosto 1848<ref>{{Cita|Romeo|pp. 165-166}}</ref>.
 
Al termine di questa prima fase della guerra, il [[Governo Alfieri|governo di Cesare di Sostegno]] e il successivo di [[Governo Perrone|Ettore di San Martino]] imboccarono la strada della diplomazia. Entrambi furono appoggiati da Cavour, che criticò aspramente [[Vincenzo Gioberti|Gioberti]], ancora risoluto a combattere l'Austria. Nel suo primo grande discorso parlamentare, Camillo Benso, il 20 ottobre 1848, si pronunciò infatti per il rinvio delle ostilità, confidando nella mediazione diplomatica della Gran Bretagna, gelosa della nascente potenza germanica e quindi favorevole alla causa italiana. Con l'appoggio di Cavour la linea moderata del governo San Martino passò, anche se il debole esecutivo su un argomento minore rassegnò le dimissioni il 3 dicembre 1848<ref>{{Cita|Romeo|pp. 167-168}}</ref>.
 
Nell'impossibilità di formare una diversa compagine ministeriale, re Carlo Alberto diede l'incarico a Gioberti, il cui governo (insediatosi il 15 dicembre 1848) Cavour considerò di "pura sinistra". A discapito del conteConte arrivarono anche le elezioni del 22 gennaio [[1849]], al cui [[ballottaggio]] fu sconfitto da [[Giovanni Ignazio Pansoya]]. Lo schieramento politico vincitore era tuttavia troppo eterogeneo per affrontare la difficile situazione del Paese, sospeso ancora fra pace e guerra, e Gioberti dovette dimettersi il 21 febbraio 1849<ref>{{Cita|Romeo|pp. 171-172}}</ref>.
Cambiando radicalmente politica di fronte alla crisi rivoluzionaria di cui ravvisava ancora il pericolo, Cavour si pronunciò per una ripresa delle ostilità contro l'Austria. La [[Battaglia di Novara (1849)|sconfitta di Novara]] (23 marzo 1849) dovette precipitarlo nuovamente nello sconforto<ref>{{Cita|Romeo|pp. 172-173}}</ref>.
 
=== Capo della maggioranza parlamentare ===
[[File:Vittorio Emanuele II ritratto.jpg|thumb|left|upright=0.8|Il re di Sardegna [[Vittorio Emanuele II]], di cui Cavour condivise le prime iniziative politiche.]]
[[File:Francesco Hayez 048.jpg|thumb|upright=0.8|[[Massimo d'Azeglio]] fu presidente del Consiglio del ministro Cavour.<ref>Ritratto di [[Francesco Hayez]] del 1860.</ref>]]
 
La grave [[Battaglia di Novara (1849)|sconfitta piemontese]] portò, il 23 marzo [[1849]], all'[[abdicazione]] di Carlo Alberto a favore del figlio [[Vittorio Emanuele II di Savoia|Vittorio Emanuele]]. Costui, aperto avversario della politica paterna di alleanze con la sinistra, sostituì il governo dei democratici (che chiedevano la guerra a oltranza) con un esecutivo presieduto dal generale [[Claudio Gabriele de Launay|Gabriele de Launay]]. Tale governo, che fu salutato con favore da Cavour e che riprese il controllo di Genova, [[Moti di Genova|insorta]] contro la monarchia, fu sostituito (7 maggio 1849) dal [[Governo D'Azeglio I|primo governo]] di [[Massimo d'Azeglio]]. Di questo nuovo presidente del Consiglio ''[[Il Risorgimento (Torino)|Il Risorgimento]]'' fece sua la visione del [[Regno di Sardegna (1720-1861)|Piemonte]] come roccaforte della libertà italiana<ref>{{Cita|Romeo|pp. 174-176}}</ref>.
 
Le elezioni del 15 luglio 1849 portarono, tuttavia, ad una nuova, benché debole, maggioranza dei democratici. Cavour fu rieletto, ma D'Azeglio convinse Vittorio Emanuele II a sciogliere la Camera dei deputati e il 20 novembre 1849 il reRe emanò il [[proclama di Moncalieri]], con cui invitava il suo popolo ad eleggere candidati moderati che non fossero a favore di una nuova guerra. Il 9 dicembre fu rieletta l'assemblea che, finalmente, espresse un voto schiacciante a favore della pace. Fra gli eletti figurava di nuovo Cavour che, nel collegio di Torino I, ottenne 307 voti contro i 98 dell'avversario<ref>Hearder, ''Cavour'', Bari, 2000, pag. 69.</ref><ref>{{Cita|Romeo|pp. 175-176, 179}}</ref>.
 
In quel periodo Camillo Benso si mise in evidenza anche per le sue doti di abile operatore finanziario. Ebbe infatti una parte di primo piano nella fusione della Banca di Genova e della nascente Banca di Torino, che diede vita alla [[Banca Nazionale degli Stati Sardi]]<ref>{{Cita|Romeo|pp. 177-178}}</ref>.
Dopo il successo elettorale del dicembre 1849 Cavour divenne una delle figure dominanti dell'ambiente politico piemontese e gli venne riconosciuta la funzione di guida della maggioranza moderata che si era costituita.
 
Forte di questa posizione, sostenne che fosse arrivato il tempo delle riforme, favorite dallo [[Statuto albertino]] che aveva creato reali prospettive di progresso. Si sarebbe potuto innanzi tutto staccare il Piemonte dal fronte [[Cattolicesimo|cattolico]]-[[Reazione (politica)|reazionario]] che trionfava nel resto d'Italia<ref>{{Cita|Romeo|p. 186}}</ref>.
A tale scopo il primo passo fu la promulgazione delle cosiddette [[leggi Siccardi]] (9 aprile e 5 giugno 1850), che abolirono vari privilegi del [[clero]] nel Regno di Sardegna e con le quali si aprì una fase di scontri con la [[Santa Sede]], con episodi gravi sia da parte di D'Azeglio sia da parte di [[papaPapa Pio IX]]. Fra questi ultimi ci fu il rifiuto di impartire l'[[estrema unzione]] all'amico di Cavour, [[Pietro De Rossi Di Santarosa|Pietro di Santarosa]], morto il 5 agosto [[1850]]. A seguito di questo rifiuto Cavour per reazione ottenne l'espulsione da Torino dell'[[Ordine dei Servi di Maria]], nel quale militava il sacerdote che si era rifiutato di impartire il sacramento, influenzando probabilmente anche la decisione di arresto dell'arcivescovo di Torino [[Luigi Fransoni]]<ref>{{Cita|Romeo|pp. 186-187}}</ref>.
 
== Ministro del Regno di Sardegna (1850-1852) ==
[[File:Mayer, Léopold Ernest (1817-ca. 1865) & Pierson, Pierre Louis (1822-1913) - Camillo Benso di Cavour (+1861).jpg|upright=0.8|left|thumb|Cavour intorno al 1850.]]
[[File:Italia 1843.svg|thumb|upright=0.8|L'Italia al tempo in cui Cavour ebbe il suo primo incarico governativo, nel 1850.]]
 
Con la morte dell'amico Santarosa, che ricopriva la carica di ministro dell'Agricoltura e del Commercio, Cavour, forte della parte di primo piano assunta nella battaglia anticlericale e della sua riconosciuta competenza tecnica, fu designato come naturale successore del ministro scomparso.
 
La decisione di nominare Cavour ministro dell'Agricoltura e del Commercio fu presa dal presidente del onsiglioConsiglio D'Azeglio, convinto da alcuni deputati, assieme a Vittorio Emanuele II, che fu incoraggiato in tal senso da [[Alfonso La Marmora]]. Il conteConte prestò così giuramento l'11 ottobre [[1850]]<ref>{{Cita|Romeo|pp. 188-189}}</ref>.
 
=== Ministro dell'Agricoltura e del commercio ===
Fra i primi incarichi sostenuti da Camillo Benso ci fu il rinnovo del trattato commerciale con la [[Seconda Repubblica francese|Francia]], improntato all'insegna del [[libero scambio|libero commercio]]<ref>Furono accordati a Parigi riduzioni sui dazi per l'importazione in Piemonte di vini e articoli di moda; ottenendo in cambio il mantenimento dei vantaggi per l'esportazione in Francia del bestiame sardo, del riso e della frutta fresca.</ref>. L'accordo, che non fu particolarmente vantaggioso per il Piemonte, dovette essere sostenuto da motivazioni politiche per essere approvato, benché Cavour ribadisse che ogni riduzione doganale[[dogana]]le fosse di per sé un beneficio<ref>{{Cita|Romeo|p. 191}}</ref>.
 
Affrontata la materia dei trattati di commercio, il conteConte diede anche l'avvio aai negoziati con il [[Belgio]] e la Gran Bretagna. Con entrambi i Paesi ottenne e concesse estese facilitazioni doganali. I due trattati, conclusi rispettivamente il 24 gennaio e il 27 febbraio [[1851]] rispettivamente, furono il primo atto di vero liberismo commerciale compiuto da Cavour<ref>{{Cita|Romeo|p. 192}}</ref>.
 
Questi due accordi, per i quali il conteConte ottenne un largo successo parlamentare, aprirono la strada ad una riforma generale dei [[dazi]], la cui legge fu promulgata il 14 luglio 1851. Intanto nuovi trattati commerciali erano stati firmati, fra marzo e giugno, con la [[Regno di Grecia|Grecia]], le [[Città anseatica|città anseatiche]], l'[[Unione doganale tedesca]], la [[Svizzera]] e i [[Paesi Bassi]]. Con 114 voti favorevoli e 23 contrari, la Camera approvò perfino un trattato analogo con l'Austria, concludendo quella prima fase della politica doganale di Cavour che realizzava per il Piemonte il passaggio dal [[protezionismo]] al [[libero scambio]]<ref>{{Cita|Romeo|pp. 193-194}}</ref>.
 
Nello stesso periodo a Cavour fu affidato anche l'incarico di ministro della Marina e, come in situazioni analoghe, egli si distinse per le sue idee innovative, entrando in contrasto con gli alti ufficiali di tendenze reazionarie che si opponevano finanche all'introduzione della [[Nave a vapore|navigazione a vapore]]. D'altro canto la truppa era molto indisciplinata e l'intenzione di Cavour sarebbe stata quella di far diventare la [[Marina del Regno di Sardegna|Marina sarda]] un corpo di professionisti come [[Real Marina del Regno delle Due Sicilie|quella del Regno delle Due Sicilie]]<ref>Hearder, ''Cavour'', Bari, 2000, pag. 70.</ref>.
 
=== Ministro delle Finanze ===
Intanto, già dal 19 aprile [[1851]], Cavour aveva sostituito [[Giovanni Nigra]] al Ministero delle Finanze, conservando tutti gli altri incarichi. Il conteConte, durante la delicata fase del dibattito parlamentare per l'approvazione dei trattati commerciali con Gran Bretagna e Belgio, aveva annunciato cgedi avrebbe lasciatolasciare il governo se non si fosse abbandonata l'abitudine di affidare ad un deputato (in questo caso Nigra) l'incarico delle Finanze. C'erano stati per questo gravi dissensi fra D'Azeglio e Cavour che, alla fine, aveva ottenuto il ministero<ref>{{Cita|Romeo|pp. 195-196}}</ref>.
 
D'altra parte il governo di Torino aveva disperato bisogno di liquidi, principalmente per pagare le indennità imposte dagli austriaci dopo la [[prima guerra di indipendenza]] e Cavour, per la sua abilità e i suoi contatti sembrava l'uomo giusto per gestire la delicata situazione. Il Regno di Sardegna era già fortemente indebitato con i [[Rothschild]], dalla cui dipendenza il conte voleva sottrarre il Paese, e, dopo alcuni tentativi falliti con la ''Bank of Baring'', Cavour ottenne un importante prestito dalla più piccola ''Bank of Hambro''<ref>Hearder, ''Cavour'', Bari, 2000, pagg. 71-72.</ref>.
 
Assieme a questo del prestito (3,6 milioni di sterline), Camillo Benso ottenne vari altri risultati. Riuscì a chiarire e sintetizzare la situazione effettiva del bilancio statale che, per quanto precaria, apparve migliore rispetto a quanto si pensasse; fece approvare persu tutti gli enti morali [[Laico|laici]] ed [[Clero|ecclesiastici]] un'unica imposta del 4% del reddito annuo; ottenne l'imposta delle [[Successione (diritto)|successioni]]; dispose per l'aumento di capitale della [[Banca Nazionale degli Stati Sardi]], aumentandone l'obbligo delle anticipazioni allo Stato, e avviò la collaborazione tra finanza pubblica e iniziativa privata<ref>{{Cita|Romeo|pp. 197, 201-202}}</ref>.
 
A tale riguardo accolse, nell'agosto 1851, le proposte di aziende britanniche per la realizzazione delle linee ferroviarie Torino-[[Susa (Italia)|Susa]] e Torino-[[Novara]], i cui progetti divennero legge il 14 giugno e l'11 luglio [[1852]] rispettivamente. Concesse all'armatore [[Raffaele Rubattino]] la linea di navigazione sovvenzionata fra Genova e la Sardegna, e a gruppi genovesi l'esercizio di miniere e [[Salina|saline]] in Sardegna. PromosseFino inoltrea promuovere grandi progetti, come l'istituzione a Genova della Compagnia Transatlantica o come la fondazione della società [[Ansaldo]], futura fabbrica di [[locomotive a vapore]]<ref>{{Cita|Romeo|pp. 202-203}}</ref>.
 
=== L'alleanza con il Centrosinistra ===
{{Vedi anche|Connubio}}
[[File:Rattazzi by Disderi.jpg|thumb|upright=0.8|[[Urbano Rattazzi]], alleato politico di Cavour nel cosiddetto “connubio”.]]
 
Spinto ormai dal desiderio di raggiungere la carica di capo del governo e insofferente per la politica di [[Massimo D'Azeglio|D'Azeglio]] di alleanza con la destra clericale, Cavour all'inizio del [[1852]] ebbe l'idea di stringere un'intesa, il cosiddetto “[[connubio]]”, con il Centrosinistra di [[Urbano Rattazzi]]. Costui, con i voti convergenti dei deputati guidati da Cavour e di quelli del Centrosinistra, ottenne, l'11 maggio 1852, la presidenza della [[Camera dei deputati del Regno di Sardegna|Camera del Parlamento Subalpino]].
 
Il presidente del Consiglio D'Azeglio, contrario come Vittorio Emanuele II alla manovra politica di Cavour, diede le dimissioni, ottenendo puntualmente il reincarico dal re. Il governo che ne scaturì il 21 maggio 1852, assai debole, non comprendeva più Cavour, che D'Azeglio aveva sostituito con [[Luigi Cibrario]].
 
Il conteConte non si scoraggiò e, in preparazione della ripresa della lotta politica, partì per un viaggio in Europa. Al suo ritorno a Torino, appoggiato dagli uomini del "connubio" che rappresentavano ormai il più moderno liberalismo del Piemonte, forte di un ampio consenso, diveniva il 4 novembre 1852 per la prima volta [[Presidenti del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna|Presidente del Consiglio dei ministri]].
 
== In Gran Bretagna e Francia (1852) ==
Prima della sua definitiva affermazione, come abbiamo visto, Cavour partì da Torino il 26 giugno [[1852]] per un periodo di esperienze all'estero. L'8 luglio era a Londra, dove si interessò ai più recenti progressi dell'industria prendendo contatti con uomini d'affari, agricoltori e industriali, e visitando impianti e [[Arsenale|arsenali]]. Rimase nella capitale britannica fino al 5 agosto<ref>Da Londra effettuò escursioni a [[Oxford]], [[Woolwich]] e [[Portsmouth]].</ref> e partì poi per un viaggio nel [[Galles]], nell'[[Inghilterra]] settentrionale, di cui visitò i distretti [[Manifattura|manifatturieri]], e in [[Scozia]]<ref>Nel viaggio toccò [[Manchester]], [[Liverpool]], [[Sheffield]], [[Kingston upon Hull|Hull]], [[Edimburgo]], [[Glasgow]] e le ''[[Highlands]]''.</ref>. A Londra e nelle loro residenze di campagna ebbe vari incontri con esponenti politici britannici. Vide il ministro degli Esteri [[James Harris, III conte di Malmesbury|Malmesbury]], [[Henry John Temple, III visconte Palmerston|Palmerston]], [[George Villiers, IV conte di Clarendon|Clarendon]], [[Benjamin Disraeli|Disraeli]], [[Richard Cobden|Cobden]], [[Henry Petty-Fitzmaurice, III marchese di Lansdowne|Lansdowne]] e [[William Ewart Gladstone|Gladstone]]<ref>{{Cita|Romeo|p. 223}}</ref>.
 
Colpito dalla grandezza imperiale della Gran Bretagna, Cavour proseguì il viaggio e passò [[laLa Manica]] alla volta di Parigi, dove giunse il 29 agosto 1852. Nella capitale francese [[Napoleone III di Francia|Luigi Napoleone]] era presidente della [[Seconda Repubblica francese|Seconda Repubblica]], alla quale darà poi fine proclamandosi (2 dicembre 1852) imperatore.
 
L'attenzione del conte, raggiunto a Parigi dall'alleato [[Urbano Rattazzi|Rattazzi]], si concentrò sulla nuova classe dirigente francese, con la quale prese contatti. Entrambi si recarono dal nuovo ministro degli Esteri [[Édouard Drouyn de Lhuys|Drouyn de Lhuys]] e il 5 settembre pranzarono con il principe presidente Luigi Napoleone, traendone già buone impressioni e grandi auspici per il futuro dell'Italia<ref>{{Cita|Romeo|pp. 224-225}}</ref>.
 
Cavour ripartì per Torino, giungendovi il 16 ottobre 1852, dopo un'assenza di oltre tre mesi.
 
== Il primo governo Cavour (1852-1855) ==
{{Vedi anche|Governo Cavour I}}
[[File:Camillo benso Conte di Cavour iii.jpg|thumb|left|upright=0.8|Cavour divenne per la prima volta presidente del Consiglio il 4 novembre 1852.<ref>Dipinto di [[Michele Gordigiani]]</ref>]]
[[File:James de Rothschild.jpg|thumb|upright=0.8|Il banchiere francese [[James Mayer de Rothschild]] con cui Cavour trattò diverse volte prestiti per il Piemonte.]]
 
Dopo pochi giorni dal ritorno di Cavour a Torino, il 22 ottobre [[1852]], [[Massimo D'Azeglio|D'Azeglio]], a capo di un debole esecutivo che aveva scelto di continuare una politica [[Anticlericalismo|anticlericale]], diede le dimissioni.
 
Vittorio Emanuele II, su suggerimento di La Marmora, chiese a Cavour di formare un nuovo governo, a condizione che il conteConte negoziasse con lo [[Stato Pontificio]] le questioni rimaste aperte, prima fra tutte quella dell'introduzione in Piemonte del matrimonio civile. Cavour rispose che non avrebbe potuto cedere di fronte al papa e indicò in [[Cesare Balbo]] il successore di D'Azeglio. Balbo non trovò l'accordo con l'esponente di destra [[Ottavio Thaon di Revel|Revel]] e il re fu costretto a tornare da Cavour. Costui accettò allora di formare il nuovo governo il 2 novembre 1852, promettendo di far seguire alla legge del matrimonio civile il suo normale percorso parlamentare (senza porre cioè la fiducia)<ref>.Secondo Chiala, quando La Marmora propose a Vittorio Emanuele la nomina di Cavour a Presidente del Consiglio, il Re avrebbe risposto in piemontese: «Ch'aCa vardaguarda, General, che colcôl lì a ijj butarà tutitutii con't le congie a'nt l'aria» ("Guardi Generale, che quello lì butterà tutti con le gambe all'aria"). Secondo Ferdinando Martini, che lo seppe da Minghetti, la risposta del Sovrano sarebbe stata ancora più colorita: «E va bin, coma ch'aaa veulo lor. Ma ch'aaa stago sicur che col lì an poch temp an lo fica an't el prònio a tuti!» ("E va bene, come vogliono loro. Ma stianostiamo sicuri che quello lì in poco tempo lo mette nel culo a tutti!").[https://books.google.it/books?id=8J7tCgAAQBAJ&pg=PT403&lpg=PT403&dq=%C2%ABCa+guarda,+General,+che+c%C3%B4l+l%C3%AC+a+j+butar%C3%A0+tutii+con%27t+le+congie+a%27nt+l%27aria%C2%BB&source=bl&ots=a4ReUbIs3m&sig=1V0WOJ8_zNbvzzEbUYfYXjjwgdo&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj-0MqG8OTUAhXDzxQKHQHvC5IQ6AEILzAA#v=onepage&q=%C2%ABCa%20guarda%2C%20General%2C%20che%20c%C3%B4l%20l%C3%AC%20a%20j%20butar%C3%A0%20tutii%20con't%20le%20congie%20a'nt%20l'aria%C2%BB&f=false][[Indro Montanelli]]<span>, </span>''L'Italia unita''<span>, Bur, 2015</span></ref>.
 
Costituito il suo [[Governo Cavour I|primo governo]] due giorni dopo, Cavour si adoperò con passione a favore del matrimonio civile, che però fu respinto al [[Senato Subalpino|Senato]], costringendo il conteConte a rinunciarvi.
 
Intanto il movimento [[Repubblicanesimo|repubblicano]], che faceva capo a [[Giuseppe Mazzini]], non smetteva di preoccupare Cavour: il 6 febbraio [[1853]] una [[Rivolta di Milano (1853)|sommossa scoppiò contro gli austriaci a Milano]] e il conte, temendo l'allargarsi del fenomeno al Piemonte, fece arrestare diversi mazziniani (fra cui [[Francesco Crispi]]). Tale decisione gli attirò l'ostilità della Sinistra, specie quando gli austriaci lo ringraziarono per gli arresti<ref>Hearder, ''Cavour'', Bari, 2000, pag. 81.</ref>.
 
Quando però, il 13 febbraio, il governo di Vienna stabilì la confisca delle proprietà dei rifugiati lombardi in Piemonte, Cavour protestò energicamente, richiamando l'ambasciatore sardo.
 
=== Le riforme della finanza e della giustizia ===
Obiettivo principale del primo governo Cavour fu la restaurazione finanziaria del Paese. Per raggiungere il pareggio il conte prese varie iniziative: innanzi tutto fu costretto a ricorrere ai banchieri [[Rothschild]] poi, richiamandosi al sistema francese, sostituì alla dichiarazione dei redditi l'accertamento giudiziario, fece massicci interventi nel settore delle concessioni demaniali e dei servizi pubblici, e riprese la politica dello sviluppo degli istituti di credito<ref>{{Cita|Romeo|pp. 233, 235-236, 238}}</ref>.
 
D'altro canto il governo effettuò grandi investimenti nel settore delle ferrovie, proprio quando, grazie alla riforma doganale, le esportazioni stavano avendo un aumento considerevole. Ci furono tuttavia notevoli resistenze ad introdurre nuove imposte fondiarie e, in generale, nuove tasse che colpissero il ceto di cui era composto il parlamento<ref>{{Cita|Romeo|pp. 240, 244-245, 252}}</ref>.
Cavour, in effetti, non riuscì mai a realizzare le condizioni politiche che consentissero una base finanziaria adeguata alle sue iniziative<ref>{{Cita|Romeo|p. 245}}</ref>.
 
Il 19 dicembre [[1853]], si parlò di "quasi restaurate finanze", benché la situazione fosse più seria di quanto annunciato, anche per la crisi internazionale che precedette la [[guerra di Crimea]]. Cavour di conseguenza si accordò ancora con i Rothschild per un prestito, ma riuscì anche a collocare presso il pubblico dei risparmiatori, con un netto successo politico e finanziario, una buona parte del debito contratto<ref>{{Cita|Romeo|pp. 248-249}}</ref>.
 
A Camillo Benso d'altronde non mancava il consenso politico. Alle elezioni dell'8 dicembre 1853 furono eletti 130 candidati dell'[[Connubio|area governativa]], 52 della Sinistra e 22 della Destra. Nonostante ciò, per replicare all'elezione di importanti politici avversari<ref>[[Lorenzo Valerio|Valerio]], [[Angelo Brofferio|Brofferio]], [[Lorenzo Pareto|Pareto]] a Sinistra e [[Clemente Solaro della Margarita|Solaro della Margarita]] a Destra.</ref>, il conteConte sviluppò un'offensiva politica sull'ordinamento giudiziario che la crisi economica non gli permetteva di concentrare altrove. Fu deciso, anche per recuperare parte della Sinistra, di riprendere la politica anticlericale<ref>{{Cita|Romeo|p. 259}}</ref>.
 
A tale riguardo, il ministro della Giustizia [[Urbano Rattazzi]], all'apertura della [[V Legislatura del Regno di Sardegna|V legislatura]] presentò una proposta di legge sulla modifica del codice penale. Ilil nucleo della proposta consisteva in nuove pene previste per i sacerdoti che, abusando del loro ministero, avessero censurato le leggi e le istituzioni dello Stato. La norma fu approvata alla Camera a larga maggioranza (raccogliendo molti voti a Sinistra) e, con maggiore difficoltà, anche al Senato<ref>{{Cita|Romeo|pp. 259-260}}</ref>.
 
Furono successivamente adottate modifiche anche al codice di procedura penale e fu ultimato il percorso per l'approvazione del codice di procedura civile<ref>{{Cita|Romeo|p. 261}}</ref>.
=== L'intervento nella guerra di Crimea ===
{{Vedi anche|Guerra di Crimea}}
[[File:Crimea Cernaia DeStefani.JPG|thumb|left|upright=1.5|AllaCon la [[battagliaBattaglia della Cernaia]] il corpo di spedizione piemontese, voluto da Cavour, si distinse nella guerra di Crimea e consentì di porre la questione italiana a livello europeo.]]
 
Nel [[1853]] si sviluppò una crisi europea, scaturita da una disputa religiosa fra la [[Secondo Impero francese|Francia]] e la [[Impero russo|Russia]] sul controllo dei luoghi santi nel territorio dell'[[Impero ottomano]]. L'atteggiamento russo provocò l'ostilità anche del governo inglese, che sospettava che lo Zar volesse conquistare [[Costantinopoli]] e interrompere la via terrestre per l'[[India britannica]].
 
Il 1º novembre 1853 la Russia dichiarò guerra all'Impero ottomano, che aveva accettato la linea francese, aprendo quella che sarà chiamata la [[guerra di Crimea]]. Conseguentemente, il 28 marzo [[1854]] la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Russia. La questione, per le opportunità politiche che potevano presentarsi, cominciò ad interessare Cavour. Egli infatti, nell'aprile 1854, rispose alle richieste dell'ambasciatore inglese [[James Hudson]] affermando che il Regno di Sardegna sarebbe intervenuto nella guerra se anche l'Austria avesse attaccato la Russia, di modo da non esporre il Piemonte all'esercito [[Asburgo|asburgico]]<ref>Hearder, ''Cavour'', Bari, 2000, pagg. 94-96.</ref>.
 
La soddisfazione degli inglesi fu evidente, ma per tutta l'estate del 1854 l'Austria rimase neutrale. Infine, il 29 novembre 1854, il ministro degli Esteri britannico [[George Villiers, IV conte di Clarendon|Clarendon]] scrisse ad Hudson chiedendogli di fare di tutto per assicurarsi un corpo di spedizione piemontese. Un incitamento superfluo, poiché Cavour era già arrivato alla conclusione che le richieste inglesi e quelle francesi, queste ultime fatte all'inizio della crisi a Vittorio Emanuele II, dovevano essere soddisfatte. Il conteConte decise quindi per l'intervento, sollevando le perplessità del ministro della Guerra [[Alfonso La Marmora|La Marmora]] e del ministro degli Esteri [[Giuseppe Dabormida|Dabormida]], che si dimise<ref>Hearder, ''Cavour'', Bari, 2000, pagg. 85, 99, 100.</ref>.
 
Assumendo anche la carica di ministro degli Esteri, Cavour, il 26 gennaio [[1855]], firmò l'adesione finale del Regno di Sardegna al trattato anglo-francese. Il Piemonte avrebbe fornito 15.000 uomini e le potenze alleate avrebbero garantito l'integrità del Regno di Sardegna da un eventuale attacco austriaco. Il 4 marzo 1855, Cavour dichiarò guerra alla Russia<ref>Cavour per l'apertura delle ostilità colse il pretesto che la Russia durante la prima guerra di indipendenza aveva rotto le relazioni con il Regno di Sardegna (al tempo la Russia intratteneva rapporti migliori con l'Austria) e che lo Zar Nicola I aveva rifiutato, nel 1849, di riconoscere l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele II. Cfr. Hearder, ''Cavour'', Bari, 2000, pag. 102.</ref> e il 25 aprile il contingente piemontese salpò da [[La Spezia]] per la [[Penisola di Crimea|Crimea]], dove arrivò ai primi di maggio. Il Piemonte avrebbe raccolto i benefici della spedizione con la [[seconda guerra di indipendenza]], quattro anni dopo.
 
=== La legge sui conventi: la Crisi Calabiana ===
{{Vedi anche|Crisi Calabiana}}
[[File:Popepiusix.jpg|thumb|upright=0.8|[[Papa Pio IX]] scomunicò Cavour dopo l'approvazione della leggeLegge sui conventi.<ref>Ritratto di [[George Peter Alexander Healy]]</ref>]]
 
Con l'intento di avvicinarsi alla Sinistra e ostacolare la Destra conservatrice, che andava guadagnando terreno a causa della crisi economica, il governo Cavour, il 28 novembre [[1854]], presentò alla Camera la legge sui conventi. La norma, nell'ottica del [[liberalismo]] [[Anticlericalismo|anticlericale]], prevedeva la soppressione degli ordini religiosi non dediti all'insegnamento o all'assistenza dei malati. Durante il dibattito parlamentare vennero attaccati, anche da Cavour, soprattutto gli [[ordini mendicanti]] come nocivi alla moralità del Paese e contrari alla moderna etica del lavoro.
 
La forte maggioranza del conte alla Camera del Conte dovette affrontare l'opposizione del clero, del [[Vittorio Emanuele II|reRe]] e soprattutto del Senato, che in prima istanza bocciò la legge. Cavour allora si dimise (27 aprile 1855), aprendo una crisi politica chiamata [[crisi Calabiana]] dal nome del [[diocesi di Casale Monferrato|vescovo di Casale]] [[Luigi Nazari di Calabiana|Luigi di Calabiana]], senatore e avversario del progetto di legge.
 
== Il secondo governo Cavour (1855-1859) ==
=== La legge sui conventi: l'approvazione ===
{{Vedi anche|Crisi Calabiana}}
Dopo qualche giorno dalle dimissioni, vista l'impossibilità a formare un nuovo esecutivo, il 4 maggio [[1855]], Cavour fu reintegrato dal reRe nella carica di presidente del Consiglio. Al termine di giorni di discussioni, nellenei quali Cavour ribadì che «la società attuale ha per base economica il lavoro»<ref>{{Cita|Romeo|p. 300}}</ref>, la legge fu approvata con un emendamento che lasciava i religiosi nei conventi fino all'estinzione naturale delle loro comunità. A seguito dell'approvazione della legge sui conventi, il 26 luglio 1855 [[papaPapa Pio IX]] emanò la [[scomunica]] contro coloro che avevano proposto, approvato e ratificato il provvedimento, Cavour e Vittorio Emanuele II compresi.
 
=== Il Congresso di Parigi e la politica estera successiva ===
{{Vedi anche|Congresso di Parigi}}
[[File:Edouard Dubufe Congrès de Paris.jpg|thumb|left|upright=1.5|Il [[Congresso di Parigi]]. Il primo delegato a sinistra è Cavour. L'ultimo a destra è l'ambasciatore piemontese [[Salvatore Pes, marchese di Villamarina|Villamarina]].<ref>Dipinto di [[Édouard Louis Dubufe]].</ref>]]
[[File:Uniforme Cavour Congresso Parigi.JPG|thumb|upright=0.8|L'uniforme che Cavour indossò al Congresso di Parigi.<ref>L'uniforme è esposta nel Museo del Risorgimento di Torino. Con spadino, feluca, placca e fascia da Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, cotone, velluto, acciaio, madreperla, ottone, cuoio, piume di struzzo, argento, argento dorato, smalto e gros di seta.</ref>]]
 
La [[guerra di Crimea]], vittoriosa per gli alleati, ebbe fine nel 1856 con il Congresso di Parigi, al quale partecipò anche l'Austria.
 
Cavour non ottenne compensi territoriali per la partecipazione al conflitto, ma una seduta fu dedicata espressamente a discutere il problema italiano. In questa occasione, l'8 aprile, il ministro degli Esteri britannico [[George Villiers, IV conte di Clarendon|Clarendon]] attaccò pesantemente la politica illiberale sia dello [[Stato Pontificio]], sia del [[Regno delle due Sicilie]], sollevando le proteste del ministro austriaco [[Karl Ferdinand von Buol-Schauenstein|Buol]].
Ben più moderato, lo stesso giorno, fu il successivo intervento di Cavour, incentrato sulla denuncia della permanenza delle truppe austriache nella [[Legazione delle Romagne|Romagna pontificia]]<ref>{{Cita|Romeo|p. 327}}</ref>.
 
Fatto sta che, per la prima volta, la questione italiana venne considerata a livello europeo come una situazione che richiedeva modifiche a fronte di legittime rimostranze della popolazione.
 
Fra Gran Bretagna, Francia e Piemonte i rapporti si confermarono ottimi. Tornato a Torino, per l'esito ottenuto a Parigi, Cavour, il 29 aprile 1856, ottenne la più alta onorificenza concessa da [[Casa Savoia]]: il [[Ordine Supremo della Santissima Annunziata|Collare dell'Annunziata]]<ref>{{Cita|Romeo|p. 337}}</ref>. Quello stesso [[Congresso di Parigi|congresso]], tuttavia, avrebbe portato il conteConte a prendere importanti decisioni, tali da dover fare una scelta: con la Francia o con la Gran Bretagna.
 
Si aprì infatti, a seguito delle decisioni di Parigi, la questione dei due [[Principati danubiani]]. La [[Principato di Moldavia|Moldavia]] e la [[Principato di Valacchia|Valacchia]], secondo Gran Bretagna, Austria e [[Impero ottomano|Turchia]], avrebbero dovuto rimanere divise e sotto il controllo ottomano. Per Francia, [[Regno di Prussia|Prussia]] e [[Impero russo|Russia]], invece, si sarebbero dovute unire (nella futura [[Regno di Romania|Romania]]) e costituirsi come Stato indipendente. Quest'ultimo particolare richiamò l'attenzione di Cavour e il Regno di Sardegna, con l'ambasciatore [[Salvatore Pes, marchese di Villamarina|Villamarina]], si schierò per l'unificazione<ref>Il Piemonte, assieme alla Francia, chiese anche l'annullamento delle elezioni tenutesi in Moldavia nel luglio 1857 che, con risultati definiti inattendibili, avevano avuto un esito sfavorevole all'unione dei due principati.</ref><ref name=Romeo-347-348>{{Cita|Romeo|pp. 347-348}}</ref>.
 
La reazione della Gran Bretagna contro la posizione assunta dal Piemonte fu molto aspra. Ma Cavour aveva già deciso: fra il dinamismo della politica francese e il conservatorismo di quella britannica, il conte aveva scelto la Francia.
 
D'altra parte l'Austria andava sempre più isolandosi<ref name=Romeo-347-348/><ref>L'Austria con la guerra di Crimea aveva perso l'amicizia della Russia, vedeva allontanarsi la Prussia che era alla ricerca di maggiore autonomia, mentre la tiepida amicizia della Gran Bretagna non poteva bilanciare la situazione.</ref> e a consolidare il fenomeno contribuì un episodio che il conteConte seppe sfruttare. Il 10 febbraio 1857 il governo di Vienna accusò la stampa piemontese di fomentare la rivolta contro l'Austria e il governo Cavour di correità. Il conte respinse ogni accusa e il 22 marzo Buol richiamò il suo ambasciatore, seguito il giorno dopo da un'analoga misura del Piemonte. Accadde così che l'Austria elevò una questione di stampa a motivo della rottura delle relazioni con il piccolo Regno di Sardegna, esponendosi ai giudizi negativi di tutta la diplomazia europea, compresa quella inglese, mentre in Italia si animavano maggiormente le simpatie per il Piemonte<ref>{{Cita|Romeo|pp. 352-354}}</ref>.
 
=== Il miglioramento dell'economia e il calo dei consensi ===
A partire dal [[1855]] si registrò un miglioramento delle condizioni economiche del Piemonte, grazie al buon raccolto [[cereali]]colo e alla riduzione del [[deficit]] della [[bilancia commerciale]]. Incoraggiato da questi risultati, Cavour rilanciò la politica ferroviaria, dando il via, tra l'altro, nel [[1857]], ai lavori del [[Traforo ferroviario del Frejus|traforo del Fréjus]]<ref>{{Cita|Romeo|pp. 360-362}}</ref>.
 
Il 16 luglio 1857 venne dichiarata anticipatamente la chiusura della [[V Legislatura del Regno di Sardegna|V Legislatura]], in una situazione che, nonostante il miglioramento dell'economia, si presentava sfavorevole a Cavour. Si era diffuso, infatti, un malcontento generato dall'accresciuto carico fiscale, dai sacrifici fatti per la guerra di Crimea e dalla mobilitazione antigovernativa del mondo cattolico. Il risultato fu che alle elezioni del 15 novembre 1857 il centro liberale di Cavour conquistò 90 seggi (rispetto ai 130 della precedente legislatura), la destra 75 (rispetto ai 22) e la sinistra 21 (rispetto ai 52). Il successo [[Clericalismo|clericale]] superò le più pessimistiche previsioni di area governativa. Cavour decise tuttavia di rimanere al suo posto, mentre la stampa liberale si scagliava contro la destra, denunciando pressioni improprie del [[clero]] sugli elettori. Ci fu per questo una verifica parlamentare e inper alcuni collegiseggi assegnati vennero ripetute le elezioni. La tendenza si invertì: il centro liberale passò a 105 seggi e la destra a 60<ref>{{Cita|Romeo|pp. 366-368, 370}}</ref>.
 
Lo scossone politico provocò comunque il sacrificio di [[Urbano Rattazzi|Rattazzi]], in precedenza passato agli Interni. Costui, soprattutto, era inviso alla Francia per non essere riuscito ad arrestare [[Giuseppe Mazzini|Mazzini]], giudicato pericoloso per la vita di [[Napoleone III di Francia|Napoleone III]]. Rattazzi il 13 gennaio [[1858]] si dimise e Cavour assunse l'''[[interim]]'' dell'Interno<ref>{{Cita|Romeo|pp. 355, 371}}</ref>.
 
=== I piani contro l'Austria e l'annessione della Lombardia ===
{{Vedi anche|Accordi di Plombières|Alleanza sardo-francese|Seconda guerra di indipendenza italiana|Armistizio di Villafranca}}
[[File:Adolphe Yvon - Portrait of Napoleon III - Walters 3795.jpg|thumb|upright=0.8|L'imperatore [[Napoleone III di Francia]] e Cavour provocarono l'Austria riuscendo a far scoppiare la guerra del 1859.<ref>Dipinto di [[Adolphe Yvon]].</ref>]]
[[File:Risorgimento Promessi Sposi.jpg|thumb|left|upright=1.5|La satira piemontese riconosceva nella Francia un'antagonista del Piemonte nel controllo della penisola. In questa vignetta, che si rifà a ''[[I promessi sposi]]'', Don Abbondio è Cavour, Renzo è il Piemonte, Lucia è l'Italia e Don Rodrigo è Napoleone III.<ref>Vignetta di [[Francesco Redenti]] (1820-1876) del gennaio 1857 apparsa sul giornale torinese ''[[Il Fischietto]]''.</ref>]]
 
Suscitata l'attenzione sull'Italia con il Congresso di Parigi, per sfruttarla a fini politici si rivelò necessario l'appoggio della Francia di Napoleone III. Costui, conservatore in politica interna, era sostenitore di una politica estera di grandezza.
Dopo una lunga serie di trattative, funestate dall'attentato di [[Felice Orsini]] allo stesso [[Napoleone III di Francia|imperatore dei francesi]], si arrivò, nel luglio 1858, agli [[Accordi di Plombières|accordi segreti di Plombières]] fra Cavour e Napoleone III.
 
Tale intesa verbale prevedeva che, dopo una guerra che si auspicava vittoriosa contro l'Austria, la penisola italiana sarebbe stata divisa in quattro stati principali legati in una [[Confederazione di stati|confederazione]] presieduta dal papa: il Regno dell'Alta Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele II,; il Regno dell'Italia centrale,; lo Stato Pontificio (limitato a Roma e al territorio circostante; e il Regno delle Due Sicilie. Firenze e Napoli, avvenimenti locali permettendo, sarebbero passate nella sfera d'influenza francese<ref>AA.VV, ''Storia delle relazioni internazionali'', Monduzzi, Bologna, 2004, pagg. 45-46.</ref>.
) e il Regno delle Due Sicilie. Firenze e Napoli, avvenimenti locali permettendo, sarebbero passate nella sfera d'influenza francese<ref>AA.VV, ''Storia delle relazioni internazionali'', Monduzzi, Bologna, 2004, pagg. 45-46.</ref>.
 
Gli accordi di Plombières furono ratificati l'anno successivo dall'[[alleanza sardo-francese]], secondo la quale, in caso di attacco militare provocato da Vienna, la Francia sarebbe intervenuta in difesa del Regno di Sardegna con il compito di liberare dal dominio austriaco il [[Lombardo-Veneto]] e cederlo al Piemonte. In compenso la Francia avrebbe ricevuto i territori di [[Contea di Nizza|Nizza]] e della [[Ducato di Savoia|Savoia]], quest'ultima origine della dinastia [[Casa Savoia|sabauda]] e, come tale, cara a Vittorio Emanuele II.
 
Dopo la firma dell'alleanza, Cavour escogitò una serie di provocazioni militari al confine con l'Austria che, allarmata, gli lanciò un [[ultimatum]], chiedendogli di smobilitare l'esercito. Il conteConte rifiutò e l'Austria aprì le ostilità contro il Piemonte il 26 aprile [[1859]], facendo scattare le condizioni dell'alleanza sardo-francese. Era la [[seconda guerra di indipendenza]].
 
Ma i movimenti minacciosi dell'[[esercito prussiano]] convinsero Napoleone III, quasi con un atto unilaterale, a firmare un [[armistizio]] con l'Austria a [[Armistizio di Villafranca|Villafranca]] l'11 luglio 1859, poi ratificato dalla [[Pace di Zurigo]], stipulata l'11 novembre. Le clausole del trattato prevedevano che a Vittorio Emanuele II sarebbe andata la sola [[Lombardia]] e che per il resto tutto sarebbe tornato come prima.
 
Cavour, deluso e amareggiato dalle condizioni dell'armistizio, dopo accese discussioni con Napoleone III e Vittorio Emanuele, decise di dare le dimissioni da presidente del Consiglio, provocando la caduta del governo da lui guidato, il 12 luglio 1859<ref>{{Cita|Romeo|pp. 431-432}}</ref>.
 
== Il terzo governo Cavour (1860-1861) ==
{{Vedi anche|Governo Cavour III}}
=== Nizza e Savoia per Modena, Parma, Romagna e Toscana ===
[[File:Alfonso La Marmora stampa.jpg|thumb|upright=0.8|[[Alfonso La Marmora]] non riuscì a risolvere la situazione di stallo internazionale del 1860 e il reRe fu costretto a richiamare Cavour.]]
 
Già durante la [[Seconda guerra di indipendenza italiana|guerra]] i governi e le forze armate dei piccoli Stati italiani dell'Italia centro-settentrionale e della [[Legazione delle Romagne|Romagna pontificia]] avevano abbandonatoabbandonarono i loro posti e dovunque si etano installateinstallarono autorità provvisorie filo-sabaude. Dopo la [[Pace di Zurigo]], tuttavia, si giunse ad una fase di stallo, poiché i governi provvisori si rifiutavano di restituire il potere ai vecchi regnanti (così come previsto dal trattato di pace) e il [[Governo La Marmora I|governo di La Marmora]] non aveva il coraggio di proclamare le annessioni dei territori al Regno di Sardegna. Il 22 dicembre 1859 Vittorio Emanuele II si rassegnò, così, a richiamare Cavour che, nel frattempo, aveva ispirato la creazione del partito di Unione Liberale.
 
Il conteConte, rientrato alla presidenza del Consiglio dei Ministri il 21 gennaio [[1860]], si trovò in breve di fronte ad una proposta francese di soluzione della questione dei territori liberati: annessione al Piemonte dei ducati di [[Ducato di Parma e Piacenza|Parma]] e [[Ducato di Modena e Reggio|Modena]], controllo [[Casa Savoia|sabaudo]] della Romagna pontificia, regno separato in [[Granducato di Toscana|Toscana]] sotto la guida di un esponente di [[Casa Savoia]] e cessione di [[Provincia di Nizza (1859)|Nizza]] e [[Contea di Savoia|Savoia]] alla Francia. In caso di rifiuto della proposta, il Piemonte avrebbe dovuto affrontare da solo la situazione di fronte all'Austria, "a suo rischio e pericolo"<ref>{{Cita|Romeo|p. 450}}</ref>.
 
Rispetto agli accordi dell'[[alleanza sardo-francese]], questa proposta di soluzione sostituiva per il Piemonte l'annessione del Veneto, che non si era potuto liberare dall'occupazione austriaca. Stabilita, di fatto, l'annessione di Parma, Modena e Romagna, Cavour, forte dell'appoggio della Gran Bretagna, sfidò la Francia sulla Toscana, organizzando delle votazioni locali sull'alternativa fra l'unione al Piemonte e la formazione di un nuovo Stato. Il [[plebiscito]] si tenne l'11 e il 12 marzo 1860, con risultati che legittimarono l'annessione della Toscana al Regno di Sardegna<ref>{{Cita|Romeo|pp. 450-451}}</ref>.
 
Il governo francese reagì con grande irritazione, sollecitando la cessione della Savoia e di Nizza, che avvenne con la firma del [[Trattato di Torino (1860)|Trattato di Torino]] il 24 marzo 1860. In cambio di queste due province il Regno di Sardegna acquisì, oltre alla [[Lombardia]], anche l'attuale [[Emilia-Romagna]] e la Toscana, trasformandosi in una nazione assai più omogenea.
 
=== Di fronte all'Impresa dei Mille ===
[[File:Francesco Hayez 041.jpg|thumb|left|upright=0.8|Cavour diffidò dell'Impresa dei Mille, che considerava foriera di rivoluzione e dannosa per i rapporti con la Francia.<ref>Ritratto di [[Francesco Hayez]].</ref>]]
 
Cavour era al corrente che la Sinistra non aveva abbandonato l'idea di una spedizione in Italia meridionale e che [[Giuseppe Garibaldi|Garibaldi]], circondato da personaggi repubblicani e rivoluzionari, era in contatto a tale scopo con Vittorio Emanuele II. Il conteConte considerava rischiosa l'iniziativa, alla quale si sarebbe decisamente opposto, ma il suo prestigio era stato scosso dalla cessione di Nizza e Savoia e non si sentiva abbastanza forte<ref>{{Cita|Romeo|pp. 457-458}}</ref>.
 
Cavour riuscì, comunque, attraverso [[Giuseppe La Farina]], a seguire le fasi preparatorie dell'[[Impresa dei Mille]], la cui partenza da [[Quarto dei Mille|Quarto]] fu meticolosamente sorvegliata dalle autorità piemontesi. Ad alcune voci sulle intenzioni di Garibaldi di sbarcare nello Stato Pontificio, il conteConte, preoccupatissimo per la eventuale reazione della Francia, alleata del Papa, dispose il 10 maggio 1860 l'invio di una nave nelle acque della Toscana "per arrestarvi Garibaldi"<ref>{{Cita|Romeo|pp. 459-460}}</ref>.
 
Il [[Giuseppe Garibaldi|generale]] invece puntò a sudSud e, dopo il suo [[sbarco a Marsala]] (11 maggio 1860), Cavour lo fece raggiungere e controllare (per quanto possibile) da La Farina. In campo internazionale, intanto, alcune potenze straniere, intuendo la complicità di Vittorio Emanuele II nell'impresa, protestarono con il governo di Torino, che poté affrontare con una certa tranquillità la situazione data la grave crisi finanziaria dell'Austria, in cui era anche ripresa la rivoluzione ungherese<ref>{{Cita|Romeo|pp. 460, 462-463}}</ref>.
 
Napoleone III, d'altra parte, si attivò subito nel ruolo di mediatore e, per la pace fra garibaldini ed esercito napoletano, propose a Cavour l'autonomia della Sicilia, la promulgazione della [[costituzione]] a Napoli e a Palermo e l'alleanza fra Regno di Sardegna e Regno delle due Sicilie. Immediatamente il regime borbonico si adeguò alla proposta francese, instaurando un governo liberale e proclamando la costituzione. Tale situazione mise in grave difficoltà Cavour, per il quale l'alleanza era irrealizzabile. Nello stesso tempo non poteva scontentare Francia e Gran Bretagna, che premevano almeno per una tregua.
 
Il governo piemontese decise allora che il reRe avrebbe inviato un messaggio a Garibaldi con il quale gli si intimava di non attraversare lo [[stretto di Messina]]. Il 22 luglio 1860 Vittorio Emanuele II inviò sì la lettera voluta da Cavour, ma la fece seguire da un messaggio personale nel quale smentiva la lettera ufficiale<ref>{{Cita|Romeo|pp. 464-465}}</ref>.
 
=== Garibaldi a Napoli ===
[[File:Napoli Castel Nuovo museo civico - ingresso di Garibaldi a Napoli - Wenzel bis.jpg|thumb|upright=1.5|L'arrivo di Giuseppe Garibaldi a Napoli (7 settembre 1860),. eventoEvento che Cavour tentò di prevenire organizzando una sommossa filo-piemontesefilopiemontese che fallì.]]
 
Il 6 agosto 1860 il conte di Cavour informò i delegati del Regno delle due Sicilie del rifiuto di Garibaldi di concedere la tregua, dichiarando esauriti i mezzi di conciliazione e rinviando ad un futuro incerto i negoziati per l'alleanza.
 
Negli stessi giorni il conteConte, nel timore di far precipitare i rapporti con la Francia, sventò una spedizione militare di [[Giuseppe Mazzini|Mazzini]], che dalla Toscana volevadoveva muovere contro lo Stato Pontificio. A seguito di questi avvenimenti, Cavour si preparò a fare tutti i suoi sforzi per impedire che il movimento per l'unità d'Italia diventasse rivoluzionario. In questa ottica cercò, nonostante il parere sfavorevole del suo ambasciatore a Napoli, [[Salvatore Pes, marchese di Villamarina|Villamarina]], di prevenire Garibaldi nella capitale borbonica organizzando una spedizione clandestina di armi per una rivolta filo-piemontesefilopiemontese che non si poté realizzare. Garibaldi entrò trionfalmente a Napoli il 7 settembre 1860 fugando, per l'amicizia che serbava a Vittorio Emanuele II, i timori di Cavour<ref>{{Cita|Romeo|pp. 468-469}}</ref>.
 
=== L'invasione piemontese di Marche e Umbria ===
[[File:Italia 1861-it.svg|thumb|left|upright=0.8|L'Italia alla morte di Cavour, nel 1861.]]
 
Fallito il progetto di un successo dei moderati a Napoli, il conte,Conte per ridare a Casa Savoia una parte attiva nel movimento nazionale, decise l'invasione delle [[Legazione delle Marche|Marche]] e dell'[[Legazione dell'Umbria|Umbria]] pontificie. Ciò avrebbe allontanato il pericolo di un'avanzata di Garibaldi su Roma. Bisognava però preparare Napoleone III agli avvenimenti e convincerlo che l'invasione piemontese dello Stato Pontificio sarebbe stato il male minore. Per la delicata missione diplomatica il conteConte scelse [[Luigi Carlo Farini|Farini]] e [[Enrico Cialdini|Cialdini]]. L'incontro fra costoro e l'imperatore francese avvenne a [[Chambéry]] il 28 agosto 1860, ma su ciò che in quel colloquio si disse resta molta incertezza e sul consenso francese, riportato dalla tesi italiana, è possibile che si sia determinato un equivoco. In buona sostanza, Napoleone III tollerò l'invasione piemontese delle Marche e dell'Umbria, cercando di rovesciare sul governo di Torino l'impopolarità di un'azione controrivoluzionaria. E appunto questo era ciò che Cavour voleva evitare. Le truppe piemontesi non si dovevano scontrare con Garibaldi in marcia su Roma, ma prevenirlo e fermarlo con un intervento giustificabile in nome della causa nazionale italiana. Anche il timore di un attacco austriaco al Piemonte, tuttavia, fece precipitare gli eventi e Cavour intimò allo Stato pontificio di licenziare i militari stranieri con un ultimatum, a cui seguì l'11 settembre, prima ancora che giungesse la risposta negativa del cardinale [[Giacomo Antonelli|Antonelli]], la violazione dei confini dello Stato della Chiesa. La Francia ufficialmente reagì in difesa del papaPapa, e anche lo zar [[Alessandro II di Russia|Alessandro II]] ritirò il suo rappresentante a Torino, ma non ci furono effetti pratici<ref>{{Cita|Romeo|pp. 470-473}}</ref>.
 
Intanto la crisi con Garibaldi si era improvvisamente aggravata, poiché quest'ultimo aveva proclamato il 10 che avrebbe consegnato al reRe i territori da lui conquistati solo dopo aver occupato Roma. L'annuncio aveva anche ottenuto il plauso di Mazzini. Ma il successo piemontese nella [[battaglia di Castelfidardo]] contro i pontifici del 18 e il conferimento al governo di un prestito di 150 milioni per le spese militari, ridiedero forza e fiducia a Cavour, mentre Garibaldi, pur vittorioso nella [[battaglia del Volturno]], esauriva la sua spinta verso Roma<ref>{{Cita|Romeo|pp. 474, 476}}</ref>.
 
=== L'annessione del Sud, delle Marche e dell'Umbria ===
A questo punto, il "prodittatore" [[Giorgio Pallavicino Trivulzio]], venendo incontro ai desideri del conteConte, indisse a Napoli il [[plebiscito]] per l'annessione immediata al Regno sabaudo, seguito da una stessa iniziativa del suo omologo [[Antonio Mordini]] a Palermo. Le votazioni si tennero il 21 ottobre 1860, sancendo l'unione del Regno delle due Sicilie a quello di [[Regno di Sardegna (1720-1861)|Sardegna]].
 
All'inizio dello stesso mese di ottobre Cavour si era così espresso:
Fermati i disegni di Garibaldi su Roma, a Cavour restava ora il problema di decidere su cosa fare di ciò che rimaneva dello Stato Pontificio (approssimativamente il Lazio attuale), tenendo conto che un attacco a Roma sarebbe stato fatale per le relazioni con la Francia.
 
Il progetto del conteConte, avviato dal novembre 1860 e perseguito fino alla sua morte, fu quello di proporre al Papa la rinuncia al [[potere temporale]] in cambio della rinuncia da parte dello Stato al corrispettivo, il [[giurisdizionalismoGiurisdizionalismo]]. Si sarebbe perciò adottato il principio di "Libera Chiesa in libero Stato", ma le trattative naufragarono sulla fondamentale intransigenza di Pio IX.
 
== Il governo Cavour del Regno d'Italia (1861) ==
[[File:Giuseppe Garibaldi 1861.jpg|thumb|upright=0.8|[[Giuseppe Garibaldi]] ebbe uno scontro nel 1861 con Cavour per la decisione di quest'ultimo di sciogliere l'Esercito meridionale]]
 
Dal 27 gennaio al 3 febbraio [[1861]] si tennero le elezioni per il primo [[Parlamento del Regno d'Italia|Parlamento italiano]] unitario. Oltre 300 dei 443 seggi della nuova Camera andarono alla maggioranza governativa. L'opposizione ne conquistò un centinaio, ma fra loro non comparivano rappresentanti della Destra, poiché i clericali avevano aderito all'invito di non eleggere e di non farsi eleggere in un Parlamento che aveva leso i diritti del pontefice<ref>{{Cita|Romeo|p. 508}}</ref>.
 
Il 18 febbraio venne inaugurata la nuova sessione, nella quale sedettero per la prima volta rappresentanti piemontesi, lombardi, siciliani, toscani, emiliani, romagnoli e napoletani insieme. Il 17 marzo il Parlamento proclamò il Regno d'Italia e Vittorio Emanuele II suo re.
 
Il 22 marzo Cavour veniva confermato alla guida del governo, dopo che il reRe aveva dovuto rinunciare a [[Bettino Ricasoli|Ricasoli]]. Il conteConte, che tenne per sé anche gli Esteri e la Marina, il 25 affermò in parlamento che Roma sarebbe dovuta diventare capitale d'Italia.
 
=== Lo scontro con Garibaldi ===
L'episodio più tumultuoso della vita politica di Cavour, se si esclude l'incidente con Vittorio Emanuele II dopo l'[[armistizio di Villafranca]], fu il suo scontro con Garibaldi nelldell'aprile [[1861]].
 
Oggetto del contendere: l'esercito di volontari garibaldini del sudSud del quale Cavour volle evitare il trasferimento al nord nel timore che venisse influenzato dai [[Radicalismo|radicali]]. Il 16 gennaio 1861 fu quindi decretato lo scioglimento dell'[[esercito meridionale]]. Su questa decisione, che provocò le vibrate proteste del comandante del Corpo [[Giuseppe Sirtori]], Cavour fu irremovibile<ref name=Romeo-518>{{Cita|Romeo|p. 518}}</ref>.
 
In difesa del suo esercito, Garibaldi, il 18 aprile 1861, pronunciò un memorabile discorso alla Camera, accusando «la fredda e nemica mano di questo Ministero [Cavour]» di aver voluto provocare una «guerra fratricida». Il conteConte reagì con violenza, chiedendo, invano, al presidente della Camera [[Urbano Rattazzi|Rattazzi]] di richiamare all'ordine il generale. La seduta fu sospesa e [[Nino Bixio]] tentò nei giorni successivi una riconciliazione che non si compì mai del tutto<ref name=Romeo-518/>.
 
=== Gli ultimi giorni ===
Il 29 maggio [[1861]] Cavour ebbe un malore, attribuito dal suo medico curante ad una delle crisi malariche che lo colpivano periodicamente da quando - in gioventù - aveva contratto la [[malaria]] nelle risaie di famiglia del [[Provincia di Vercelli|vercellese]]. In questa occasione tutte le cure praticate non ebbero effetto, tanto che il 5 giugno venne fatto chiamare un sacerdote francescano suo amico, padre Giacomo da Poirino (1808-1885)<ref name=Romeo-524>{{Cita|Romeo|p. 524}}</ref>.
 
Costui, come gli aveva promesso già da cinque anni, somministrò l'[[estrema unzione]] a Cavour, ignorando sia la scomunica che il conte aveva subito nel 1855, sia il fatto che Cavour non avesse ritrattatoritrattò le sue scelte [[anticlericale|anticlericali]]<ref name=Romeo-524 />.
 
Per questo motivo, padre Giacomo, parroco di [[Chiesa di Santa Maria degli Angeli (Torino)|Santa Maria degli Angeli]], chiesa nella quale avvennero poi le esequie<ref>Roberto Dinucci, ''Guida di Torino'', Edizioni D'Aponte, p. 127</ref><ref>Marziano Bernardi, ''Torino – Storia e arte'', Torino, Editori Fratelli Pozzo, 1975, p. 122</ref>, dopo aver riferito i fatti alle autorità religiose, fu richiamato a Roma [[Sospensione a divinis|sospeso ''a divinis'']] e poi dimesso dallo stato clericale. Subito dopo il colloquio con padre Giacomo, Cavour chiese di parlare con [[Luigi Carlo Farini]] a cui, come rivela la nipote Giuseppina, confidò a futura memoria: «Mi ha confessato ed ho ricevuto l'assoluzione, più tardi mi comunicherò. Voglio che si sappia; voglio che il buon popolo di Torino sappia che io muoio da buon cristiano. Sono tranquillo e non ho mai fatto male a nessuno»<ref>In [https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/amicus-eugenius-br--cavourtra-monarchia-br--fede-e-sacramenti_20150611 In Gianni Gennari, ''[[Avvenire]]'', 11 giugno 2015]</ref>.
[[File:Cavour funerali a Torino - IMI 15-06-1861.JPG|thumb|upright=1.5|I funerali di Cavour a Torino]]
 
Nel 2011, è stata ritrovata una missiva di padre Giacomo a Pio IX, nella quale il frate racconta che Cavour aveva dichiarato che «intendeva di morire da vero e sincero cattolico». Per cui il confessore «incalzato dalla gravità del male che a gran passi il portava a morte» la mattina del 5 giugno concesse il sacramento. Scrisse anche che «nel corso della sua gravissima malattia», Cavour «era ad intervalli soggetto ad alienazione di mente». Il frate chiude quindi la lettera di scuse ribadendo di «aver fatto, quanto era in sé, il suo officio»<ref name=atto>{{Cita web|titolo="Cavour ultimo atto l'inferno può attendere", La Stampa, 20 aprile 2011|url=http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/398777/|accesso=5 giugno 2013}}</ref>.
 
Verso le nove giunse al suo capezzale il reRe. Nonostante la febbre, il conteConte riconobbe Vittorio Emanuele;, tuttavia non riuscì ad articolare un discorso molto coerente: «Oh sire! Io ho molte cose da comunicare a Vostra Maestà., molte carte da mostrarle: ma son troppo ammalato; mi sarà impossibile di recarmi a visitare la Vostra Maestà; ma io le manderò Farini domani, che le parlerà di tutto in particolare. Vostra Maestà ha ella ricevuta da Parigi la lettera che aspettava? L'Imperatore è molto buono per noi ora, sì, molto buono. E i nostri poveri Napoletani così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli. Sire, sì, sì, si lavi, si lavi! Niente stato d'assedio, nessun mezzo di governo assoluto, Tutti sono buoni a governare con lo stato d'assedio... Garibaldi è un galantuomo, io non gli voglio alcun male. Egli vuole andare a Roma e a Venezia, e anch'io: nessuno ne ha più fretta di noi. Quanto all'Istria e al Tirolo è un'altra cosa. Sarà il lavoro di un'altra generazione. Noi abbiamo fatto abbastanza noialtri: abbiamo fatto l'Italia, sì l'Italia, e la cosa va...»<ref>{{Cita libro|autore=Indro Montanelli|titolo=L'Italia dei Notabili (1861-1900)|anno=1973|editore=Rizzoli|città=Milano}}</ref><ref>{{Cita web|url=http://win.storiain.net/arret/num150/artic1.asp|titolo=La morte di Cavour|sito=win.storiain.net|accesso=2017-09-20}}</ref>
 
Secondo l'amico Michelangelo Castelli le ultime parole del Conte furono: «L'Italia è fatta - tutto è salvo», così come le intese al capezzale [[Luigi Carlo Farini]]. Il 6 giugno 1861, a meno di tre mesi dalla [[proclamazione del Regno d'Italia]], Cavour moriva così a Torino nel [[Palazzo Benso di Cavour|palazzo di famiglia]]. La sua fine suscitò immenso cordoglio, anche perché del tutto inattesa, e ai funerali vi fu straordinaria partecipazione<ref>{{Cita|Romeo|p. 525}}</ref>.
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