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Collabora con «[[il Resto del Carlino]]» con articoli di carattere culturale, grazie ai buoni uffici di [[Mario Missiroli (giornalista)|Mario Missiroli]]<ref name="Michele Magno, op.cit."/>, per diventare poi (luglio [[1912]]) corrispondente da [[Roma]] del quotidiano. Alla vigilia delle [[Elezioni politiche italiane del 1913|elezioni del 1913]] sollecita i radicali a schierarsi con [[Giovanni Giolitti]] (capo del governo) e a separarsi dai socialisti. Le elezioni, le prime a svolgersi con il [[suffragio universale]] maschile, confermano la maggioranza uscente; i radicali guadagnano 62 seggi sedendosi tra i banchi dell'opposizione.
 
Amendola tenta la carriera accademica ottenendo la libera docenza in Filosofia teoretica, ma nel 1913 non ottiene nessuna cattedra. L'anno successivo (aprile 1914) è nominato per un anno docente di Filosofia teoretica all'[[Università di Pisa]]. Pochi mesi dopo (giugno) viene assunto alla redazione romana del «[[Corriere della Sera]]» (già all'epoca il maggiore quotidiano italiano). Le sue convinzioni liberali e la sua posizione distaccata nei confronti della sinistra parlamentare coincidono con la linea del quotidiano di Albertini<ref>{{cita|A. Sarubbi|p. 24|Sarubbi, 1986}}.</ref>. Amendola rinuncia per sempre all'attività accademica, per rimanere a Roma e avviarsi alla carriera pubblicistica e politica.
 
Incalzando gli avvenimenti internazionali, Amendola ritiene che la guerra contro l'[[Austria-Ungheria]] sia diventata inevitabile. Egli ritiene che un conflitto possa essere utile al ritorno alla madrepatria dei territori italiani ancora sotto dominio austriaco<ref>{{cita|A. Sarubbi|p. 23|Sarubbi, 1986}}.</ref>. Mantenendo posizioni [[irredentismo|irredentiste]], si schiera per l'intervento italiano nella [[prima guerra mondiale]]. Come gran parte dei liberali italiani, vede nella guerra una possibilità di risorgimento morale del Paese. Arruolatosi come tenente di artiglieria sul fronte dell'[[Isonzo]], è insignito di una medaglia di bronzo al [[valor militare]]. Tornato in Italia, la carriera pubblicistica e quella politica proseguono parallelamente. Nel [[1916]] è capo dell'ufficio romano del «Corriere della Sera». Nel [[1918]] è tra i promotori del Patto di Roma, un accordo tra rappresentanti delle varie nazionalità sottomesse agli Asburgo per lo smembramento dell'impero austro-ungarico e l'autodeterminazione dei popoli. Tale iniziativa viene poi contraddetta dalla politica del ministro degli Esteri italiano [[Sidney Sonnino]], con il quale Amendola polemizza duramente tra il [[1918]] e il [[1919]].<ref>Giovanni Amendola: ''Il Patto di Roma e la "polemica"''. (Discorso tenuto da Giovanni Amendola, il 18 maggio 1919, agli elettori del Collegio di [[Mercato San Severino|Mercato S. Severino]]). Tipografia Fischetti, Sarno 1919. Online: [https://www.archive.org/details/ilpattodiromaela00amenuoft Il patto di Roma e la "polemica" : discorso tenuto da Giovanni Amendola, il 18 maggio 1919, agli elettori del Collegio di Mercato S. Severino: Amendola, Giovanni, 1882-1926]</ref>
 
=== Deputato alla Camera ===
 
È rieletto alla Camera nel maggio [[1921]]; entra nel gruppo parlamentare "Democrazia unitaria". Poi lascia il «Corriere della Sera» per fondare un nuovo quotidiano con [[Andrea Torre]] (anch'egli salernitano e proveniente dal «Corriere») e [[Giovanni Ciraolo]]. Nel [[1922]] si susseguono rapidamente molti avvenimenti. Il 26 gennaio vede la luce «[[Il Mondo (quotidiano)|Il Mondo]]», destinato a diventare nel giro di pochi anni una delle voci più autorevoli della stampa democratica. Un mese dopo cade il debole governo Bonomi. Amendola è chiamato nel [[Governo Facta I|primo governo Facta]], in quota liberaldemocratica, a ricoprire la carica di ministro delle Colonie.
In aprile il gruppo di democrazia liberale alla Camera (di cui Amendola fa parte) si sfalda in tre parti: dei 79 deputati di cui è composto, 40 costituiscono un nuovo gruppo (“democrazia”), 16 si uniscono al gruppo di democrazia sociale e solo 23 membri rimangono nel gruppo originario<ref>{{cita|A. Sarubbi|p. 32|Sarubbi, 1986}}.</ref>. Amendola prende posizione contro tale frammentazione. Proteso ad unificare i gruppi liberaldemocratici in Parlamento, in giugno fonda con Nitti il «Partito democratico italiano». Alla nuova formazione aderiscono 35 deputati. Una conseguenza indesiderata si verifica al giornale: il direttore Andrea Torre lascia «Il Mondo», cedendo il quotidiano alla corrente di Amendola, il quale ne fa il giornale di riferimento della propria formazione politica. Ben 29 deputati sono meridionali. Non a caso, la diffusione del giornale prediligerà le regioni del Mezzogiorno e i finanziamenti proverranno da industriali del Sud<ref>Il quotidiano fu sovvenzionato dal ricco proprietario siciliano Filippo Pecoraino, già finanziatore dell'«[[L'Ora|Ora]]» di Palermo.</ref>.
 
=== L'opposizione al fascismo ===
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