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[[Cartesio]] negò che la gravità consistesse in una forza intrinseca, spiegandola sulla base di vortici di [[etere (fisica)|etere]], e riconducendo ogni fenomeno fisico al [[legge di conservazione della quantità di moto|principio di conservazione del moto]], dato dalla massa per la velocità (''mv'').<ref name=DeAngelis /> [[Leibniz]] obietterà a Cartesio che la [[quantità di moto]] non bastava a definire l'essenza di una [[forza]], e ripristinò il concetto [[vitalismo|vitalistico]] di [[energia]] o ''vis viva'', espressa dal prodotto della massa per la velocità al quadrato (''e=mv<sup>2</sup>''): era questa per lui ad essere conservata in natura.<ref>[[Ernst Cassirer]], ''Storia della filosofia moderna'', vol. II, p. 194, Torino 1968.</ref>
[[File:GodfreyKneller-IsaacNewton-1689.jpg|thumb|upright=0.7|[[Isaac Newton]]]]
Un concetto di forza affine a quello di Cartesio era stato peraltro espresso da Newton, che fece della [[massa (fisica)|massa]], cioè della quantità di [[materia (fisica)|materia]] (data dal [[volume]] per la [[densità]]) il concetto fondamentale della meccanica gravitazionale:<ref name=DeAngelis /> quanto più è grande la massa di un corpo, tanto più potente è la sua forza di gravità.<ref>''[http://www.phy6.org/stargaze/Inewt2nd.htm La seconda legge di Newton]'', trad. it. di Giuliano Pinto, 2005.</ref> [[Isaac Newton|Newton]] capì che la stessa forza che causa la caduta di una mela sulla [[Terra]] mantiene i pianeti in [[orbita (astronomia)|orbita]] attorno al [[Sole]], e la [[Luna]] attorno alla [[Terra]]. Nel libro ''[[Philosophiae Naturalis Principia Mathematica]]'', del [[1687]], egli enunciò la legge di gravitazione universale, che dimostrò con il "metodo delle flussioni", un procedimento analogo alla derivazione. In seguito [[Christiaan Huygens|Huygens]], nellonel suo ''[[Horologium Oscillatoriumoscillatorium]]'', chiarificò la natura delle [[forza centrifuga|forze centrifughe]] che impediscono ai pianeti di cadere sul sole pur essendone attratti.<ref name=DeAngelis />
 
Restava aperto tuttavia il problema di spiegare l'[[Azione a distanza (fisica)|azione a distanza]] tra i corpi celesti, priva di contatto materiale, al quale verrà data una soluzione soltanto ai primi del [[Novecento]] da parte di [[Einstein]], che sostituì l'etere con la tessitura dello [[spazio-tempo]].<ref>Angelo Baracca, Mira Fischetti, Riccardo Rigatti, ''Fisica e realtà: forze, campi, movimento'', vol. 2, pag. 152, Cappelli, 1999. Respingendo le concezioni meccanicistiche e grossolane dell'etere elettromagnetico formulate nell'Ottocento, Einstein rilevò che «con la parola etere non si intende nient'altro che la necessità di rappresentare lo spazio come portatore di proprietà fisiche», quelle proprie cioè della struttura quadrimensionale dello spaziotempo.</ref>