Differenze tra le versioni di "Mosè Maimonide"

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* Il '''[[Kitāb al-farāʾiḍ]]''', in arabo (''Libro degli obblighi''), o '''[[Sefer Hamitzvot]]''', in ebraico (''Libro dei comandamenti''), scritto in arabo e tradotto in ebraico da Moses ibn Tibbon (prima edizione a stampa 1497); elenca, descrive e commenta le [[613 mitzvòt]] o precetti. Maimonide utilizza un insieme di 14 regole (shorashim) per determinare, fra i comandamenti scritti nella Torah, quali siano da includere nella lista dei precetti, rispetto ai comandi che Dio ha dato in vari punti della Torah ma che si riferiscono ad azioni particolari compiute una sola volta. Si tratta dell'elenco più autorevole dei 613 precetti dell'ebraismo, più volte commentato, fra gli altri, dal [[Nachmanide]] (Rabbi [[Moshe ben Nahman Girondi]] o RaMBaN). Al precetto negativo nº 290 Maimonide scrive una frase celebre: "È meglio e più soddisfacente assolvere mille colpevoli piuttosto che mettere a morte un solo innocente".
* Il '''[[Mishneh Torah]]''' (''Ripetizione della Torah'', 1168/1180), sottotitolato '''Yad ha-Chazaka''' (''la mano forte''), la sua opera più importante nel campo della dottrina ebraica, fu scritto in ebraico mishnaico, anziché nell'aramaico talmudico, per favorirne una maggior diffusione al di fuori della cerchia dei dotti. Quasi una ''summa theologiae'' del giudaismo in 14 libri, vuole offrire un'esposizione completa, chiara e concisa della "legge orale" rabbinica ([[Talmud]]) in modo da rendere superfluo ogni altro testo al di fuori della "legge scritta" ([[Tanakh]]): perciò non cita mai le fonti o le discussioni ma solo la posizione finale. Benché oggetto di aspre dispute (acuta la contestazione puntuale del coevo rabbino provenzale [[Abraham Ben David]], in margine a quasi tutte le edizioni), la sua influenza fu grande su tutti i futuri pensatori ebrei e, nella versione latina di alcuni suoi passi, venne letta e fatta oggetto di riflessione da personalità eminenti del mondo cristiano medievale quali [[Alberto Magno]], [[Duns Scoto]] e [[Alessandro di Hales]]. Ancora oggi è la sola opera post-Talmudica che dettaglia tutta la legge ebraica, anche se considerata ormai superata da [[Arba Turim]] di [[Yaakov ben Asher]] (XIV secolo) e da [[Shulchan Arukh]] di [[Yosef Caro]] (XVI secolo). Il titolo vuole richiamare un tradizionale appellativo del [[Deuteronomio]] mentre il sottotitolo allude al numero dei libri (in ebraico 14 si scrive YD).
{{Vedi anche|Lista di commentariCommentari della Mishneh Torah|Mishneh Torah}}
* La '''[[Dalālat al-hāʾirīn]]''' in arabo o '''[[Moreh Nevukhim]]''' in ebraico ('''''[[La guida dei perplessi]]''''', 1190), scritta in arabo sotto forma di una lettera in 3 volumi all'allievo Rabbi [[Joseph ben Judah ibn Aknin]], tradotta sotto la sua supervisione in ebraico da [[Samuel ben Judah ibn Tibbon]], "per promuovere la vera comprensione del reale spirito della Legge, al fine di guidare quelle persone religiose che, aderendo alla Torah, hanno studiato filosofia e sono in imbarazzo per le contraddizioni tra gli insegnamenti della filosofia e il senso letterale della Torah", i "perplessi", appunto. Viene considerata come il frutto più maturo del pensiero filosofico di Rambam, sebbene fosse stata concepita più come opera di supporto all'esegesi biblica che come trattato sistematico di filosofia; è indubbio tuttavia che l'opera interpreta la teologia biblica e rabbinica nei termini della fisica e metafisica aristoteliche. Nel "conflitto di autorità" che si può generare, la guida aiuta lo studioso ad andare oltre il testo puro e semplice e oltre l'accettazione ''ex auctoritate'' per comprendere con la forza della sua ragione le più elevate verità di fede espresse in modo implicito dalla rivelazione sinaitica. Fin dall'inizio molto dibattuta nell'ebraismo, fra sostegno entusiasta e accuse di eresia, è stata oggetto di traduzione in molte lingue moderne.
* '''Teshuvot''' (''ritorni'' o ''conversioni'' o ''pentimenti''), una raccolta di lettere pubbliche e private e di responsi che spaziano dalla resurrezione alla conversione ad altre fedi, inclusa una celebre lettera indirizzata alla oppressa comunità ebraica dello Yemen.
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