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Il primo teorico del flusso di coscienza può essere individuato nello psicologo e filosofo francese Victor Egger (1848-1909), collega di [[Henri Bergson]], professore di [[Marcel Proust]] alla [[Università di Parigi|Sorbona]], e in corrispondenza epistolare con William James proprio negli anni in cui questi scrive ''The Principles of Psychology''. Victor Egger è autore di ''La parole intérieure''. ''Essai de psychologie descriptive'', del 1881, testo nel quale viene sistematicamente trattata questa tematica secondo una prospettiva di psicologia filosofica che già all'epoca suscitò un nutrito dibattito.
 
Questo sotto-genere si sviluppa ulteriormente dopo le pubblicazioni di [[Sigmund Freud]] sulla [[psicoanalisi]] (Freud conosceva bene il libro di Egger), la quale propone i primi seri studi sull'[[inconscio]]. Il primo esempio nella letteratura è l'opera di Edouard Dujardin "Les lauriers sont coupés" apparso nel 1887 in quattro numeri successivi della Revue Indipéndant. Lo stesso Joyce, trent'anni più tardi, confiderà a Valery Larbaud di aver appreso la tecnica del monologo interiore dalla lettura del romanzo di Dujardin. Tra monologo interiore e Flusso di coscienza dovrebbero del resto essere fatte delle distinzioni. In narratologia, diversamente dall'uso più frequente della locuzione, il monologo interiore è inteso come una voce narrativa che svolge pensieri senza sintagmi di legamento e senza interlocutore come tra sé e sé, un discorso che comprende memorie, emozioni, zigzagando tra un tema e l'altro, mentre il Flusso di Coscienza risulta più ancorato all'esperienza narrativa joyciana, che del resto combina talvolta il monologo interiore al flusso di coscienza. Quest'ultimo tuttavia, secondo la suddivisione proposta da S. Chatman si differenzia dal monologo per la casualità del discorso mentale e perché vi compaiono sensazioni e oggetti legati alla sfera sensoriale (una pubblicità intravista durante una passeggiata, una sensazione di freddo, un ricordo appena accenato e subito scomparso). Va inoltre detto che anche altri autori prima di Joyce fecero ricorso a un monologo libero, associativo: sono Dorothy Richardson e May Sinclair <ref>Cfr. ad esempio [http://www.women.it/oltreluna/grandilettricicrescono/sinclair.htm questo sito] {{Webarchive|url=https://web.archive.org/web/20070609170602/http://www.women.it/oltreluna/grandilettricicrescono/sinclair.htm |date=9 giugno 2007 }}.</ref>, ma la sua notorietà si deve allo scrittore [[James Joyce]]. Influenzato dalle pubblicazioni di Freud, nel [[1906]] Joyce realizza la raccolta di racconti ''[[Gente di Dublino]]'' (''Dubliners''), nel quale si fondono realtà e mente, coscienza e inconscio: per fare ciò, utilizza la tecnica del monologo interiore diretto (''direct interior monologue'', in inglese), derivante dalla teoria del flusso di coscienza, per la prima volta nella storia della letteratura. Questa nuova poetica viene poi amplificata dallo stesso Joyce nella sua più celebre opera, ''[[Ulisse (Joyce)|Ulisse]]'': viene di fatto eliminata ogni barriera tra la percezione reale delle cose e la rielaborazione mentale. La tecnica è portata alle estreme conseguenze in una delle sue ultime opere, ''[[Finnegans Wake]]'', in cui la narrazione si svolge interamente all'interno di un [[sogno]] del protagonista: vengono abolite le normali norme della grammatica e dell'ortografia. Sparisce la punteggiatura, le parole si fondono tra loro cercando di riprodurre il confuso linguaggio onirico, ma riuscendo così assai oscure.
 
Altri scrittori che hanno usato questa tecnica sono [[Virginia Woolf]], [[Thomas Stearns Eliot]], [[Jack Kerouac]], [[William Faulkner]], [[Thomas Bernhard]]; in Italia ne hanno dato prova i romanzieri [[Luigi Pirandello]], [[Dante Virgili]], [[Guido Piovene]], [[Giuseppe Berto]] e [[Italo Svevo]].
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