Differenze tra le versioni di "Italia nella prima guerra mondiale"

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Mentre l'impostazione della guerra italiana e la mancanza di politiche adeguate, fecero si che il consenso dei soldati fosse totalmente in mano all'istituzione militare, almeno fino a Caporetto. Gli studi in materia hanno evidenziato la componente repressiva, incoraggiata da Cadorna, resa evidente dalla drammatica documentazione dei processi e delle fucilazioni. Ma la repressione da sola non è da sola efficace, e può valere solo all'interno di un sistema complesso con cui l'istituzione militare recluta, inquadra, e spoglia di tutte le sue condizioni civili il soldato, lasciandogli quindi non altra identità che quella militare, e spingendolo dunque ad accettare le regole dell'istituzione militare, e ad obbedire alle sue regole gerarchiche, patriottiche e del dovere. L'ufficiale diventa quindi un punto di riferimento obbligatorio, e il reparto di appartenenza una società provvisoria, che inquadra il soldato e gli fornisce le regole e i valori da seguire all'interno di questa<ref>{{cita|Isnenghi-Rochat|pp. 287-288}}.</ref>. I soldati rifiutano tutto ciò che esce dalla loro sfera di esperienza diretta, e si identificano con il gruppo, affrontando i rischi dei combattimenti per solidarietà verso i compagni; e questo fu proprio uno dei fattori determinanti che contribuirono alla coesione dell'esercito<ref>{{cita|Isnenghi-Rochat|p. 289}}.</ref>.
 
Le attività assistenziali fino al 1917 furono frutto di iniziative non ufficiali di preti con l'appoggio delle gerarchie e il permesso degli alti comandi militari, ma senza un loro impegno diretto. I parroci erano sempre stati importanti mediatori culturali nelle comunità contadine, e ora investirono le loro competenze e la loro abitudine a trattare con persone semplici, nella cura delle anime dei soldati. Significativo fu il caso di don [[Giovanni Minozzi]], il quale promosse l'istituzione al fronte e nelle retrovie di Case del Soldato, centri ricreativi dove i fanti riposavano, ascoltavano musica, assistevano a spettacoli teatrali, leggevano e trovavano qualcuno che li aiutasse nel compilare le lettere da inviare a casa. Don Minozzi intuì che l'organizzazione del consenso richiedeva strumenti meno rozzi delle conferenze imposte dall'alto, ma doveva basarsi sulla creazione di ambienti accoglienti e rassicuranti per i soldati<ref>{{cita|Gibelli 2007|p. 132}}.</ref>. Per convincere erano prima di tutto necessario assitereassistere, distrarre e infondere fiducia, promuovendo atteggiamenti consensuali. Il discorso patriottico e ideologico non fu del tutto estraneo alle Case, ma veniva soprattutto proposto più che imposto, ma la svolta da questo punto di vista si ebbe dopo la rotta di Caporetto, quando tra gli ufficiali si avvertì la necessità di una «disciplina di persuasione». Fu quindi istituito un apposito Ufficio Propaganda (Ufficio P) col compito di impostare basi nuove e di coordinare le iniziative in questo senso. Le principali attività del servizio P al fronte consistette nel formulare schemi di conversazione facilmente comprensibili, che facevano leva sulla sensibilità dei fanti, su motivazioni patriottiche, e sulla promozione di giornali di intrattenimento, divulgazione e propaganda da far circolare tra i soldati. Erano i cosiddetti «giornali di trincea», che nelle loro pagine descrivevano la vita al fronte, pur senza negandone i disagi, in chiave scherzosa, ora patetica e rassicurante, con nuove tecniche di comunicazione visiva e verbale, sostituendo in parte la grande stampa nazionale che non era mai riuscita a toccare veramente il pubblico popolare<ref>{{cita|Gibelli 2007|pp. 133-134}}.</ref>.
Si trattò quindi di un primo grande esperimento di pedagogia di massa, della prima operazione su larga scala di condizionamento e formazione dell'opinione popolare in chiave nazional-patriottica, seppur limitata all'esperienza delle trincee, per la quale furono chiamati letterati, scrittori, disegnatori, grafici e pedagogisti; in pratica gli esperti di mass-media di allora, con a capo Giuseppe Lombardo Radice, professore universitario di pedagogia. Radice tese a svecchiare i metodi autoritari della scuola, partendo dal coinvolgimento dei bambini, e allo stesso modo considerò i soldati come bambini ai quali bisognava insegnare, divertendoli, la lingua italiana e l'ideologia nazionale. Era infatti molto difficile, forse inutile, parlare di patria in astratto a fanti semianalfabeti, mentre molto più facile e produttivo fu rappresentare con spettacoli e immagini l'idea del nemico da combattere e sconfiggere, offrendo un codice di lettura accessibile e adeguato all'esperienza in corso<ref>{{cita|Gibelli 2007|pp. 134-135}}.</ref>.
 
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