Differenze tra le versioni di "Aleksandra Michajlovna Kollontaj"

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[[File:Alexandra Kollontai 1946cr.jpg|upright=1.3|thumb|left|La Kollontaj appena insignita dell'[[Ordine reale norvegese di Sant'Olav|Ordine reale di Sant'Olav]] all'ambasciata norvegese a Mosca]]
Il punto più basso nella sue manifestazioni di acquiescenza nei confronti dello stalinismo era stato però toccato con un articolo, l'unico di questo genere, che ella si era indotta a rimaneggiare nel 1937 (poco più di un mese dopo la fucilazione dei suoi ex compagni dell'[[Opposizione Operaia]]), in occasione del ventesimo anniversario della Rivoluzione: la pubblicazione di tale pezzo, secondo la Clements, "la salvò" probabilmente dal patibolo e dalla prigionia. Già dieci anni prima ella aveva raccontato, nella prima versione dell'articolo, la seduta del Comitato Centrale bolscevico che aveva preso la decisione di abbattere con la forza il [[Governo provvisorio russo|governo provvisorio]]: la descrizione era misurata, dava conto delle varie posizioni che erano emerse (Zinov'ev e Kamenev, in particolare, avevano votato contro), dava il senso della tensione del momento cruciale, in un quadro però di complessiva fraternità e comunione di ideali. Stalin non vi era menzionato, conformemente all'effettiva insignificanza della parte da lui giocata nell'occasione. Ora, dieci anni dopo, la Kollontaj si lasciava andare a una descrizione caricaturale e falsificatoria degli avvenimenti, in cui la terna Zinov'ev, Kamenev e Trotsky veniva dipinta a tinte grottescamente fosche, con profluvio di termini spregiativi, mentre Stalin faceva la sua comparsa in un ruolo centrale, a sostegno di [[Lenin]]. I primi due - nel frattempo fucilati sui patiboli staliniani - erano ora rappresentati in questi termini: «I due loschi figuri, nemici malefici e traditori del partito, stavano seduti separati da noi, sul divano, non al tavolo. Sedevano l'uno accanto all'altro e parlottavano piano tra loro. Zinov'ev e Kamenev si espressero apertamente contro Lenin, contro il Comitato Centrale, con obiezioni sordidamente vili e con argomenti criminali e disgregatóri.» Per parte sua, Trotsky - ormai ''al sicuro'' in Messico - veniva dipinto come la sentina di ogni tradimento: il suo appoggio a Lenin era simulato e ingannatore, il suo atteggiamento era malignamente adulatorio, il suo comportamento in generale "la diceva lunga" sulla natura di questo "''iuduška''" (ipocrita dissimulatore),<ref>La Kollontai scrive "иудушка" (''iuduška''), letteralmente "piccolo Giuda", ma il termine è in effetti derivato dal personaggio di Porfirij Vladimiryc Golovlëv, detto appunto, per il suo poco encomiabile carattere, Iuduška (oltre che "piccolo Giuda", anche "sanguisuga" o, per antifrasi, "bimbo sincero"), indicato come prototipo dell'ipocrisia. Il personaggio è tratto dal romanzo ''I signori Golovlëv'' di [[Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin]], (cfr. Alessandro Zaccuri, ''La Russia di Saltykov-Ščedrin nella trappola dell'ipocrisia'', «Avvenire», 19 dicembre 2014), e l'appellativo era già stato usato per Trotsky da Lenin nel 1912-1913 all'epoca dei suoi falliti tentativi di mediare tra bolscevichi e menscevichi (Clements, p. 311, nota n. 54). La Clements traduce, molto liberamente, con "Giuda" (p. 255).</ref> di questo "futuro agente della Gestapo". Fortunatamente la saggezza di Lenin e del suo grande discepolo Stalin aveva alla fine avuto la meglio.<ref>Clements, pp. 254-255. L'articolo, dal titolo ''Ruka istorij: Vospominanija A. Kollontaj'' [La mano della storia: Ricordi di A. Kollontaj], fu pubblicato originariamente su «Krasnoarmejets», n. 10-15, novembre 1927, pp. 68-71, e poi ristampato, nella sua versione rimaneggiata, come ''V.V.'', sulle «[[Izvestija]]» del 24 ottobre 1937.</ref>
 
Ora, dieci anni dopo, la Kollontaj si lasciava andare a una descrizione caricaturale e falsificatoria degli avvenimenti, in cui la terna Zinov'ev, Kamenev e Trotsky veniva dipinta a tinte grottescamente fosche, con profluvio di termini spregiativi, mentre Stalin faceva la sua comparsa in un ruolo centrale, a sostegno di [[Lenin]]. I primi due - nel frattempo fucilati sui patiboli staliniani - erano ora rappresentati in questi termini: «I due loschi figuri, nemici malefici e traditori del partito, stavano seduti separati da noi, sul divano, non al tavolo. Sedevano l'uno accanto all'altro e parlottavano piano tra loro. Zinov'ev e Kamenev si espressero apertamente contro Lenin, contro il Comitato Centrale, con obiezioni sordidamente vili e con argomenti criminali e disgregatóri.» Per parte sua, Trotsky - ormai ''al sicuro'' in Messico - veniva dipinto come la sentina di ogni tradimento: il suo appoggio a Lenin era simulato e ingannatore, il suo atteggiamento era malignamente adulatorio, il suo comportamento in generale "la diceva lunga" sulla natura di questo "''iuduška''" (ipocrita dissimulatore),<ref>La Kollontai scrive "иудушка" (''iuduška''), letteralmente "piccolo Giuda", ma il termine è in effetti derivato dal personaggio di Porfirij Vladimiryc Golovlëv, detto appunto, per il suo poco encomiabile carattere, Iuduška (oltre che "piccolo Giuda", anche "sanguisuga" o, per antifrasi, "bimbo sincero"), indicato come prototipo dell'ipocrisia. Il personaggio è tratto dal romanzo ''I signori Golovlëv'' di [[Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin]], (cfr. Alessandro Zaccuri, ''La Russia di Saltykov-Ščedrin nella trappola dell'ipocrisia'', «Avvenire», 19 dicembre 2014), e l'appellativo era già stato usato per Trotsky da Lenin nel 1912-1913 all'epoca dei suoi falliti tentativi di mediare tra bolscevichi e menscevichi (Clements, p. 311, nota n. 54). La Clements traduce, molto liberamente, con "Giuda" (p. 255).</ref> di questo "futuro agente della Gestapo". Fortunatamente la saggezza di Lenin e del suo grande discepolo Stalin aveva alla fine avuto la meglio.<ref>Clements, pp. 254-255. L'articolo, dal titolo ''Ruka istorij: Vospominanija A. Kollontaj'' [La mano della storia: Ricordi di A. Kollontaj], fu pubblicato originariamente su «Krasnoarmejets», n. 10-15, novembre 1927, pp. 68-71, e poi ristampato, nella sua versione rimaneggiata, come ''V.V.'', sulle «[[Izvestija]]» del 24 ottobre 1937.</ref>
 
A dispetto dell'estrema cautela sempre dimostrata nei confronti del regime, la Kollontaj osò però una cosa da cui la gran parte delle altre personalità sovietiche dell'epoca si astenne sempre con estrema cura: tenere un diario. I diari erano il materiale più ricercato dalla polizia politica ed era quindi inconcepibile tenerne uno, specie se veritiero.<ref>Anche i diari della Kollontaj caddero, almeno parzialmente, nelle mani dell'[[Commissariato del popolo per gli affari interni|NKVD]]. Durante il suo ricovero in ospedale per l'ictus che l'aveva colpita, nel 1942 (e quindi quando l'acme del terrore poteva considerarsi superata), tre intere valigie di documenti furono furtivamente prelevate dal suo appartamento di Stoccolma e spedite a Mosca. Secondo il racconto fatto successivamente alla Kollontaj dal generale E.T. Sinicyn, lui stesso era stato incaricato da [[Lavrentij Pavlovič Berija|Beria]] di procedere all'esame dei documenti, ma, apprezzando molto l'ambasciatrice, aveva ritenuto di presentare un rapporto negativo. Egli la tranquillizzò anche ulteriormente rivelandole che i suoi documenti si trovavano ora depositati al sicuro nell'Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca (Farnsworth, ''Conversing with Stalin'', pp. 964-965), dove la Kollontaj diede anche disposizione che fossero trasferiti, dopo la sua morte, tutti i suoi archivi, con il vincolo che niente fosse pubblicato fino al 1972, centennale della sua nascita.</ref> Eppure la Kollontaj volle farlo e, anche se non è sempre chiaro che cosa sia eventualmente frutto di successive modifiche e cautelari aggiunte, in qualche caso «arrivò perigliosamente ai confini di ciò che era lecito esprimere in epoca staliniana, e si spinse anche oltre.»<ref>Farnsworth (''Conversing with Stalin''), 946.</ref> Così, nel luglio del 1930, quando un amico (di cui, come di consueto, tace il nome) le raccontò delle indicibili vessazioni cui erano sottoposti i [[kulaki]], veri e presunti, vittime della "collettivizzazione forzata", la Kollontaj confidò al suo diario: «Non sono riuscita a dormire, dopo che se n'è andato: madri e bambini congelati mi si paravano d'innanzi ... nessuno ha il diritto di affamare la gente o di accrescere senza necessità le sue sofferenze. Quanti bambini sono morti e a che scopo? Una cosa fatta male, stupida, una mancanza di vera umanità comunista. Mi faceva male il cuore.»<ref>Farnsworth (''Conversing with Stalin''), pp. 956-957.</ref> Negli anni successivi non mancò ripetutamente di esprimere, in maniera chiara, la sua ripulsa per le esecuzioni dilaganti di prigionieri politici: ella definiva «colpevoli innocenti» i giustiziati,<ref>Farnsworth (''Conversing with Stalin''), p. 959.</ref> e suo «eterno tormento» le esecuzioni.<ref>Farnsworth (''Conversing with Stalin''), p. 960.</ref> Secondo Beatrice Farnsworth, fu a partire da gennaio 1936 che