Differenze tra le versioni di "Entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale"

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[[File:Mussolini-dichiarazione-guerra.jpg|thumb|Benito Mussolini, il 10 giugno 1940, annuncia la dichiarazione di guerra dal balcone di Palazzo Venezia a Roma]]
Il 1º settembre [[1939]], a seguito dell'attacco tedesco contro la [[Seconda Repubblica di Polonia|Polonia]], il capo del governo [[Benito Mussolini]], nonostante un patto di alleanza con la [[Germania nazista|Germania]], dichiarò la [[non belligeranza]] italiana. L<nowiki>'</nowiki>'''entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale''' avvenne con una serie di atti formali e diplomatici solo dopo nove mesi, il 10 giugno [[1940]], e fu annunciata da Mussolini stesso con un celebre discorso dal balcone di [[Palazzo Venezia]]. Durante i nove mesi di incertezza operativa, il Duce, impressionato dalle folgoranti vittorie tedesche, ma conscio della grave impreparazione militare italiana, restò a lungo dubbioso fra diverse alternative, a volte contrastanti fra loro, oscillando tra la fedeltà all'amicizia con [[Adolf Hitler]], l'impulso a rinnegarne la soffocante alleanza, la voglia di indipendenza tattica e strategica, il desiderio di facili vittorie sul campo di battaglia e la brama di essere ago della bilancia nello scacchiere della indiplomazia Romaeuropea.
 
== Antefatti ==
Durante i nove mesi di incertezza operativa, il ''duce'', impressionato dalle folgoranti vittorie tedesche, ma conscio della grave impreparazione militare italiana, restò a lungo dubbioso fra diverse alternative, a volte contrastanti fra loro, oscillando tra la fedeltà all'amicizia con [[Adolf Hitler]], l'impulso a rinnegarne la soffocante alleanza, la voglia di indipendenza tattica e strategica, il desiderio di facili vittorie sul campo di battaglia e la brama di essere ago della bilancia nello scacchiere della diplomazia europea.
=== LaGli conferenzaattriti dicon Monacola Francia e l'avvicinamento alla Germania ===
 
== La situazione internazione alla fine degli anni 1930 ==
=== La conferenza di Monaco e l'avvicinamento alla Germania ===
{{Vedi anche|Conferenza e accordo di Monaco}}
[[File:WP André François-Poncet.jpg|thumb|left|L'ambasciatore francese in Italia André François-Poncet]]
Il 28 ottobre [[1938]] il ministro degli esteri tedesco [[Joachim von Ribbentrop]] incontrò a [[Roma]] [[Benito Mussolini]] e il ministro degli esteri italiano [[Galeazzo Ciano]].<ref>{{cita|Ciano, 1948|pp. 369-370.}}</ref> Durante il colloquio, Ribbentrop parlò di un possibile patto di alleanza fra [[Germania nazista|Germania]] e [[Regno d'Italia (1861-1946)|Italia]], argomentando che, forse nel giro di tre o quattro anni, un confronto armato contro [[terza Repubblica francese|Francia]] e [[Regno Unito]] sarebbe stato inevitabile.<ref>{{cita|Ciano, 1948|pp. 373-378.}}</ref> Alle molte domande di Mussolini, il ministro degli esteri tedesco spiegò che esisteva un'alleanza fra inglesi e francesi, i quali avrebbero cominciato insieme a riarmarsi, che esisteva un patto di assistenza reciproca fra sovietici e francesi, che gli [[Stati Uniti d'America]] non erano nelle condizioni di intromettersi in prima persona e che la Germania era in ottimi rapporti con il [[impero giapponese|Giappone]], concludendo che «tutto il nostro dinamismo può dirigersi contro le democrazie occidentali. Questa la ragione fondamentale per cui la Germania propone il Patto e lo ritiene adesso tempestivo».<ref name=Ciano1948-375>{{cita|Ciano, 1948|p. 375.}}</ref>
Dopo la [[Conferenza e accordo di Monaco|conferenza di Monaco]] nel settembre 1938 la Francia si era riavvicinata all'Italia, inviando a Roma un suo ambasciatore nella persona di [[André François-Poncet]], e Mussolini ritenne di poter approfittare del periodo di buoni rapporti per farle tre richieste riguardanti il mantenimento della particolare condizione degli italiani in [[Protettorato francese in Tunisia|Tunisia]], l'ottenimento di alcuni posti nel consiglio di amministrazione della compagnia del [[Canale di Suez]] e un arrangiamento relativo alla città di [[Gibuti (città)|Gibuti]], che era il terminale dell'unica ferrovia esistente per [[Addis Abeba]], all'epoca capitale dell'[[Africa Orientale Italiana]].<ref name="C p383">{{cita|Ciano, 1948|p. 383.}}</ref> Almeno fino alla primavera del [[1940]], infatti, gli obiettivi del Duce non comprendevano la conquista di territori europei.<ref>{{cita|Paoletti|p. 31.}}</ref>
 
Il ''duce''Duce non sembrava convinto e iniziò a tergiversare, ma Ribbentrop catturò la sua attenzione affermando che il [[mar Mediterraneo]], nelle intenzioni di [[Adolf Hitler]], sarebbe stato posto sotto il totale dominio italiano, aggiungendo che l'Italia aveva in passato dimostrato la sua amicizia verso la Germania e che adesso era «la volta dell'Italia di profittare dell'aiuto tedesco».<ref name=Ciano1948-375/> L'obiettivo di Hitler, cogliendo l'importanza strategica di avere Roma dalla propria parte, consisteva nel ridurre il numero dei potenziali nemici in una futura guerra, scongiurando l'eventuale avvicinamento dell'Italia a Francia e Regno Unito, il quale avrebbe significato il ritorno al vecchio schieramento della [[prima guerra mondiale]] e al blocco marittimo che aveva contribuito a piegare l'[[Impero tedesco]] di [[Guglielmo II di Germania|Guglielmo II]]. L'incontro fra Ribbentrop, Mussolini e Ciano, però, si concluse con un momentaneo nulla di fatto.
Il 28 ottobre [[1938]] il ministro degli esteri tedesco [[Joachim von Ribbentrop]] incontrò a [[Roma]] [[Benito Mussolini]] e il ministro degli esteri italiano [[Galeazzo Ciano]].<ref>{{cita|Ciano, 1948|pp. 369-370.}}</ref> Durante il colloquio, Ribbentrop parlò di un possibile patto di alleanza fra [[Germania nazista|Germania]] e [[Regno d'Italia (1861-1946)|Italia]], argomentando che, forse nel giro di tre o quattro anni, un confronto armato contro [[terza Repubblica francese|Francia]] e [[Regno Unito]] sarebbe stato inevitabile.<ref>{{cita|Ciano, 1948|pp. 373-378.}}</ref> Alle molte domande di Mussolini, il ministro degli esteri tedesco spiegò che esisteva un'alleanza fra inglesi e francesi, i quali avrebbero cominciato insieme a riarmarsi, che esisteva un patto di assistenza reciproca fra sovietici e francesi, che gli [[Stati Uniti d'America]] non erano nelle condizioni di intromettersi in prima persona e che la Germania era in ottimi rapporti con il [[impero giapponese|Giappone]], concludendo che «tutto il nostro dinamismo può dirigersi contro le democrazie occidentali. Questa la ragione fondamentale per cui la Germania propone il Patto e lo ritiene adesso tempestivo».<ref name=Ciano1948-375>{{cita|Ciano, 1948|p. 375.}}</ref>
 
Dopo la [[Conferenza e accordo di Monaco|conferenza di Monaco]] nel settembredel 1938 la Francia si era riavvicinata all'Italia, inviando a Roma un suo ambasciatore nella persona di [[André François-Poncet]], e Mussolini ritenne di poter approfittare del periodo di buoni rapporti per farle tre richieste riguardanti il mantenimento della particolare condizione degli italiani in [[Protettorato francese in Tunisia|Tunisia]], l'ottenimento di alcuni posti nel consiglio di amministrazione della compagnia del [[Canale di Suez]] e un arrangiamento relativo alla città di [[Gibuti (città)|Gibuti]], che era il terminale dell'unica ferrovia esistente per [[Addis Abeba]], all'epoca capitale dell'[[Africa Orientale Italiana]].<ref name="C p383">{{cita|Ciano, 1948|p. 383.}}</ref> Almeno fino alla primavera del [[1940]], infatti, gli obiettivi del Duce non comprendevano la conquista di territori europei.<ref>{{cita|Paoletti|p. 31.}}</ref>
Il ''duce'' non sembrava convinto e iniziò a tergiversare, ma Ribbentrop catturò la sua attenzione affermando che il [[mar Mediterraneo]], nelle intenzioni di [[Adolf Hitler]], sarebbe stato posto sotto il totale dominio italiano, aggiungendo che l'Italia aveva in passato dimostrato la sua amicizia verso la Germania e che adesso era «la volta dell'Italia di profittare dell'aiuto tedesco».<ref name=Ciano1948-375/> L'obiettivo di Hitler, cogliendo l'importanza strategica di avere Roma dalla propria parte, consisteva nel ridurre il numero dei potenziali nemici in una futura guerra, scongiurando l'eventuale avvicinamento dell'Italia a Francia e Regno Unito, il quale avrebbe significato il ritorno al vecchio schieramento della [[prima guerra mondiale]] e al blocco marittimo che aveva contribuito a piegare l'[[Impero tedesco]] di [[Guglielmo II di Germania|Guglielmo II]]. L'incontro fra Ribbentrop, Mussolini e Ciano, però, si concluse con un momentaneo nulla di fatto.
 
Il 23 novembre 1938 il primo ministro inglese [[Neville Chamberlain]] e il suo ministro degli esteri, [[Edward Wood, I conte di Halifax|lord Halifax]], si recarono a Parigi e ultimarono i dettagli per la collaborazione militare tra Francia e Regno Unito, mentre i rapporti fra Italia e Francia iniziavano a deteriorarsi. Il successivo 30 novembre, durante un discorso alla [[Camera dei fasci e delle corporazioni]], il ministro degli esteri Ciano pronunciò un discorso durante il quale, accennando alle rivendicazioni [[Irredentismo italiano|irredentistiche italiane]], venne interrotto dalle acclamazioni ''Nizza!'', ''Savoia!'', ''Corsica!'', partite da una trentina di deputati. In quel momento, nella tribuna diplomatica, assisteva alla seduta anche l'ambasciatore francese André François-Poncet, arrivato a Roma da appena una settimana. Una manifestazione simile si verificò il giorno stesso in [[piazza di Monte Citorio]], dove un centinaio di dimostranti esternò le stesse acclamazioni.<ref name=Acerbo451>{{cita|Acerbo|p. 451.}}</ref>
 
=== La firma del ''Patto d'Acciaio'' ===
{{Vedi anche|Patto d'Acciaio}}
[[File:Patto-acciaio.jpg|thumb|La firma del ''Patto d'Acciaio'' fra Italia e Germania il 22 maggio 1939]]
Il 22 maggio 1939 Italia e Germania, rappresentate rispettivamente dai ministri degli esteri Ciano e Ribbentrop, concretizzarono la proposta tedesca dell'anno precedente e firmarono a Berlino un'alleanza difensiva-offensiva, che Mussolini aveva inizialmente pensato di battezzare ''Patto di Sangue'', ma che poi aveva più prudentemente chiamato ''[[Patto d'Acciaio]]''. Il testo dell'accordo prevedeva che le due parti contraenti fossero obbligate a fornirsi reciproco aiuto politico e diplomatico in caso di situazioni internazionali che mettessero a rischio i propri interessi vitali. Questo aiuto sarebbe stato esteso anche al piano militare qualora si fosse scatenata una guerra. I due Paesi si impegnavano, inoltre, a consultarsi permanentemente sulle questioni internazionali e, in caso di conflitti, a non firmare eventuali trattati di pace separatamente.<ref>{{cita|Paoletti|pp. 56-58.}}</ref>
Mussolini, precedentemente, aveva già tentato di instradare la situazione nell'alveo di una soluzione diplomatica. Ciano, nel suo diario, in più momenti annotò che il Duce «è d'avviso che una coalizione di tutte le altre Potenze, noi compresi, potrebbe frenare l'espansione germanica»;<ref>{{cita|Ciano, 1990|nota del 16 marzo 1939.}}</ref> «Il Duce [...] sottolinea la necessità di una politica di pace»;<ref>{{cita|Ciano, 1990|nota del 4 maggio 1939.}}</ref> «[...] si potrebbe parlare col Führer di lanciare una proposta di conferenza internazionale»;<ref>{{cita|Ciano, 1990|nota del 19 luglio 1940.}}</ref> «Il Duce tiene molto a che io provi ai tedeschi [...] che lo scatenare una guerra adesso sarebbe una follia [...] Mussolini ha sempre in mente l'idea di una conferenza internazionale»;<ref>{{cita|Ciano, 1990|nota del 9 agosto 1940.}}</ref> «Il Duce [...] raccomanda ancora ch'io faccia presente ai tedeschi che bisogna evitare il conflitto con la Polonia [...] il Duce ha parlato con calore e senza riserve della necessità della pace»;<ref>{{cita|Ciano, 1990|nota del 10 agosto 1940.}}</ref> «Vedo nuovamente il Duce. Tentativo estremo: proporre a Francia e Inghilterra una conferenza per il 5 settembre»;<ref name=Ciano31agosto1940>{{cita|Ciano, 1990|nota del 31 agosto 1940.}}</ref> «[...] facciamo cenno a Berlino della possibilità di una conferenza».<ref name=Ciano2settembre1940>{{cita|Ciano, 1990|nota del 2 settembre 1940.}}</ref> Durante la sera del 31 agosto, però, Mussolini venne informato che Londra aveva tagliato le comunicazioni con l'Italia.<ref name=Ciano31agosto1940/>
 
=== Lo scoppio deldella conflittoguerra ein laEuropa "non belligeranza" italiana ===
=== La scelta della non belligeranza ===
{{Vedi anche|Campagna di Polonia}}
Il 1º settembre [[1939]], a seguito dell'attacco tedesco contro la [[Seconda Repubblica di Polonia|Polonia]], il capo del governo [[Benito Mussolini]], nonostante un patto di alleanza con la [[Germania nazista|Germania]], dichiarò la "[[non belligeranza]]". Il successivo 24 settembre, a conferma dell'impreparazione italiana, il Commissariato Generale per le Fabbricazioni di Guerra sondò il grado di [[approntamento]] delle Forze Armate, ricevendo come risposta dagli Stati Maggiori che, salvo imprevisti, la [[Regia Aeronautica]] sarebbe riuscita a ripianare sufficientemente le proprie carenze entro la metà del 1942, la [[Regia Marina]] alla fine del 1943 e il [[Regio Esercito]] alla fine del 1944.<ref>{{cita|Paoletti|p. 68.}}</ref> Inoltre l'economia italiana risultava fortemente danneggiata dal blocco navale alle esportazioni tedesche di carbone, imposto da Regno Unito e Francia nell'autunno 1939,<ref>{{cita|Paoletti|p. 75.}}</ref> e dall'applicazione del ''[[diritto di angheria]]'', il quale prevedeva che Londra e Parigi potessero non solo attaccare il naviglio nemico, ma anche controllare il naviglio neutrale (o non belligerante) e porre sotto sequestro merci e navi neutrali (o non belligeranti) provenienti da una nazione nemica o dirette verso di essa. Dall'agosto al dicembre 1939, infatti, gli inglesi fermarono a [[Gibilterra]] e a [[Suez]], con vari pretesti, 847 navi mercantili e passeggeri italiane (cifra poi salita a 1.347 navi al 25 maggio 1940), rallentando fortemente i traffici di qualsiasi merce nel [[Mar Mediterraneo]], arrecando grave danno alla produttività nazionale e peggiorando i rapporti fra Roma e Londra.<ref>{{cita|Paoletti|pp. 76-77.}}</ref>
 
== Le prime operazioni belliche in Europa e la diplomazia ==
{{Vedi anche|Patto Molotov-Ribbentrop}}
[[File:Danzig Police at Polish Border (1939-09-01).jpg|thumb|left|Truppe tedesche, il 1º settembre 1939, rimuovono una sbarra di confine tra Germania e Polonia]]
All'alba del 1º settembre le [[Wehrmacht|forze armate tedesche]], utilizzando come ''[[casus belli]]'' l'[[incidente di Gleiwitz]], diedero inizio alla [[campagna di Polonia]], varcandone il confine alla volta di Varsavia. La mancata consultazione dell'Italia da parte della Germania prima dell'invasione della Polonia e prima della firma del [[patto Molotov-Ribbentrop]] del 23 agosto 1939 fra Germania e [[Unione Sovietica]], comunque, secondo l'interpretazione italiana erano violazioni dei tedeschi dell'obbligo di consultazione fra i due Paesi, previsto dal testo del ''Patto d'Acciaio'', consentendo perciò a Mussolini di dichiarare la non belligeranza senza formalmente venir meno ai patti sottoscritti. Mussolini, avendo firmato solo tre mesi prima l'alleanza con il Reich, fu messo di fronte alla scelta se scendere o meno in campo a fianco di Hitler. Ricevuta notizia dell'attacco tedesco e conscio dell'impreparazione italiana, la mattina dello stesso giorno il Duce telefonò subito all'ambasciatore italiano a Berlino, [[Bernardo Attolico]], chiedendo che Hitler gli mandasse un telegramma per sganciarlo dagli obblighi del ''Patto'', in modo da non passare per traditore agli occhi dell'opinione pubblica.<ref name=Paoletti62>{{cita|Ciano, 1990|p. 340.}}</ref>
 
Il Führer rispose immediatamente, in modo molto cortese, accogliendo senza problemi la posizione dell'Italia, dicendo che ringraziava Mussolini per l'appoggio morale e politico e rassicurandolo sul fatto che non aspettava il sostegno militare italiano.<ref name=Paoletti62/> Il telegramma, però, probabilmente per punire la beffa italiana della ''[[Lista del molibdeno]]'', non venne pubblicato da alcun quotidiano del Reich e non venne trasmesso alla radio, facendo successivamente nascere, nell'opinione pubblica tedesca, una crescente ostilità nei confronti degli italiani, percepiti come inaffidabili e traditori del ''Patto''.<ref name=Paoletti80>{{cita|Paoletti|p. 80.}}</ref> Galeazzo Ciano riferì che Mussolini, avendo percepito questa crescente avversione, ancora il 10 marzo 1940 disse a Ribbentrop di essere «molto riconoscente al Führer per il telegramma nel quale questi ha dichiarato che non aveva bisogno dell'aiuto militare italiano per la campagna contro la Polonia», ma che sarebbe stato meglio «se questo telegramma fosse stato pubblicato anche in Germania».<ref>{{cita|Ciano, 1948|p. 530.}}</ref>
 
Non potendo scegliere la neutralità per non tradire l'amicizia con Hitler, nella seduta del Consiglio dei Ministri delle 15:00 del 1º settembre 1939 il Duce rese nota ufficialmente la posizione di [[non belligeranza]].<ref>{{cita|Bocca|pp. 50-53.}}</ref> La mancata consultazione dell'Italia da parte della Germania prima dell'invasione della Polonia e prima della firma del [[patto Molotov-Ribbentrop]] del 23 agosto 1939 fra Germania e [[Unione Sovietica]], comunque, secondo l'interpretazione italiana erano violazioni dei tedeschi dell'obbligo di consultazione fra i due Paesi, previsto dal testo del ''Patto d'Acciaio'', consentendo perciò a Mussolini di dichiarare la non belligeranza senza formalmente venir meno ai patti sottoscritti.
Non potendo scegliere la neutralità per non tradire l'amicizia con Hitler, nella seduta del Consiglio dei Ministri delle 15:00 del 1º settembre 1939 il Duce rese nota ufficialmente la posizione di [[non belligeranza]].<ref>{{cita|Bocca|pp. 50-53.}}</ref> Il 2 settembre Mussolini ripropose l'idea di una conferenza internazionale: inaspettatamente, Hitler rispose dichiarandosi disposto a fermare l'avanzata tedesca e a intervenire in una conferenza di pace cui avrebbero partecipato Germania, Italia, Francia, Regno Unito, Polonia e Unione Sovietica. Gli inglesi, tuttavia, posero come condizione inderogabile che i tedeschi abbandonassero immediatamente i territori polacchi occupati il giorno prima. Galeazzo Ciano riportò nel suo diario che «non tocca a noi dare un consiglio di tale natura a Hitler, che lo respingerebbe con decisione e forse con sdegno. Dico ciò ad Halifax, ai due Ambasciatori e al Duce, e infine telefono a Berlino che, salvo avviso contrario dei tedeschi, noi lasciamo cadere le conversazioni. L'ultima luce di speranza si è spenta».<ref name=Ciano2settembre1940/> Secondo lo storico [[Renzo De Felice]]: «Così, nelle prime ore tra il 2 e il 3 settembre, sulle secche dell'intransigenza inglese forse più che su quelle dell'intransigenza tedesca [...], naufragò la navicella della mediazione italiana».<ref>{{cita|De Felice|p. 669.}}</ref> Il 3 settembre Regno Unito e Francia, in virtù di un trattato di alleanza con la Polonia, dichiararono guerra alla Germania. Il 10 settembre l'ambasciatore Bernardo Attolico, facendo riferimento all'accordo fra Hitler e Mussolini per una non immediata entrata in guerra dell'Italia e al telegramma di conferma di Hitler, comunicò che nel Reich «le grandi masse popolari, ignare dell'accaduto, cominciano già a dar segno di una crescente ostilità. Le parole tradimento e spergiuro ricorrono con frequenza».<ref>{{cita|Ciano, 1948|pp. 344-345.}}</ref>
 
Non potendo scegliere la neutralità per non tradire l'amicizia con Hitler, nella seduta del Consiglio dei Ministri delle 15:00 del 1º settembre 1939 il Duce rese nota ufficialmente la posizione di [[non belligeranza]].<ref>{{cita|Bocca|pp. 50-53.}}</ref> Il 2 settembre Mussolini ripropose l'idea di una conferenza internazionale: inaspettatamente, Hitler rispose dichiarandosi disposto a fermare l'avanzata tedesca e a intervenire in una conferenza di pace cui avrebbero partecipato Germania, Italia, Francia, Regno Unito, Polonia e Unione Sovietica. Gli inglesi, tuttavia, posero come condizione inderogabile che i tedeschi abbandonassero immediatamente i territori polacchi occupati il giorno prima. Galeazzo Ciano riportò nel suo diario che «non tocca a noi dare un consiglio di tale natura a Hitler, che lo respingerebbe con decisione e forse con sdegno. Dico ciò ad Halifax, ai due Ambasciatori e al Duce, e infine telefono a Berlino che, salvo avviso contrario dei tedeschi, noi lasciamo cadere le conversazioni. L'ultima luce di speranza si è spenta».<ref name=Ciano2settembre1940/> Secondo lo storico [[Renzo De Felice]]: «Così, nelle prime ore tra il 2 e il 3 settembre, sulle secche dell'intransigenza inglese forse più che su quelle dell'intransigenza tedesca [...], naufragò la navicella della mediazione italiana».<ref>{{cita|De Felice|p. 669.}}</ref> Il 3 settembre Regno Unito e Francia, in virtù di un trattato di alleanza con la Polonia, dichiararono guerra alla Germania. Il 10 settembre l'ambasciatore Bernardo Attolico, facendo riferimento all'accordo fra Hitler e Mussolini per una non immediata entrata in guerra dell'Italia e al telegramma di conferma di Hitler, comunicò che nel Reich «le grandi masse popolari, ignare dell'accaduto, cominciano già a dar segno di una crescente ostilità. Le parole tradimento e spergiuro ricorrono con frequenza».<ref>{{cita|Ciano, 1948|pp. 344-345.}}</ref>
 
Il 1º settembre [[1939]], a seguito dell'attacco tedesco contro la [[Seconda Repubblica di Polonia|Polonia]], il capo del governo [[Benito Mussolini]], nonostante un patto di alleanza con la [[Germania nazista|Germania]], dichiarò la "[[non belligeranza]]". Il successivo 24 settembre, a conferma dell'impreparazione italiana, il Commissariato Generale per le Fabbricazioni di Guerra sondò il grado di [[approntamento]] delle Forze Armate, ricevendo come risposta dagli Stati Maggiori che, salvo imprevisti, la [[Regia Aeronautica]] sarebbe riuscita a ripianare sufficientemente le proprie carenze entro la metà del 1942, la [[Regia Marina]] alla fine del 1943 e il [[Regio Esercito]] alla fine del 1944.<ref>{{cita|Paoletti|p. 68.}}</ref> Inoltre l'economia italiana risultava fortemente danneggiata dal blocco navale alle esportazioni tedesche di carbone, imposto da Regno Unito e Francia nell'autunno 1939,<ref>{{cita|Paoletti|p. 75.}}</ref> e dall'applicazione del ''[[diritto di angheria]]'', il quale prevedeva che Londra e Parigi potessero non solo attaccare il naviglio nemico, ma anche controllare il naviglio neutrale (o non belligerante) e porre sotto sequestro merci e navi neutrali (o non belligeranti) provenienti da una nazione nemica o dirette verso di essa. Dall'agosto al dicembre 1939, infatti, gli inglesi fermarono a [[Gibilterra]] e a [[Suez]], con vari pretesti, 847 navi mercantili e passeggeri italiane (cifra poi salita a 1.347 navi al 25 maggio 1940), rallentando fortemente i traffici di qualsiasi merce nel [[Mar Mediterraneo]], arrecando grave danno alla produttività nazionale e peggiorando i rapporti fra Roma e Londra.<ref>{{cita|Paoletti|pp. 76-77.}}</ref>
 
Durante l'inverno il Regno Unito fece sapere di essere disposto a vendere [[carbone]] all'Italia, ma ad un prezzo stabilito unilateralmente da Londra, senza garanzia sulle tempistiche di consegna e a patto che l'Italia rifornisse di armamenti pesanti Regno Unito e Francia.<ref>{{cita|Candeloro|p. 37.}}</ref> Siccome l'accettazione di una simile proposta avrebbe comportato il crollo delle relazioni fra Italia e Germania e una sicura reazione di Hitler, Galeazzo Ciano comunicò il rifiuto del governo italiano. La cronica mancanza di carbone e di approvvigionamenti causata dal blocco navale anglo-francese, però, minava fortemente la stabilità nazionale e rischiava di portare il Paese all'asfissia economica. La Germania intervenne, rifornendo l'Italia del carbone necessario e rendendola così ancora più dipendente da Berlino, anche se la fornitura era molto rallentata perché, per aggirare il blocco marittimo, doveva obbligatoriamente avvenire via rotaie dal [[passo del Brennero]]. Per i generi di prima necessità, invece, l'Italia sopperì parzialmente mediante l'estensione delle [[Autarchia|politiche autarchiche]] adottate ai tempi della [[guerra d'Etiopia]].<ref>{{cita|Ciano, 1948|p. 513.}}</ref> Gli esorbitanti costi di gestione dell'[[Africa Orientale Italiana]], uniti ai suoi magri guadagni, stavano però rivelando che la conquista dell'impero era stata più un aggravio che un beneficio per le casse dello Stato.<ref>{{cita|Candeloro|pp. 78-79.}}</ref> Per quanto riguarda le risorse umane, le truppe italiane risultavano impreparate sotto ogni aspetto: nonostante le «otto milioni di baionette» millantate da Mussolini, la stragrande maggioranza dei soldati italiani non era motivata da alcun odio contro inglesi e francesi, non era addestrata a impieghi specifici come l'assalto a opere fortificate o l'aviotrasporto ed era cronica la mancanza di munizioni, mezzi motorizzati e indumenti adatti.<ref>{{cita|Bocca|pp. 147-148.}}</ref>
Il Duce, a conoscenza della crescente ostilità dei tedeschi nei confronti degli italiani,<ref name=Paoletti80/> aveva paura di una possibile ritorsione di Hitler vincitore e si era posto il problema di quale sorte, in caso di vittoria tedesca, il Führer avrebbe riservato all'Italia qualora questa si fosse sottratta ai suoi doveri di alleata.<ref>{{cita|Candeloro|pp. 32-33.}}</ref> Il generale [[Emilio Faldella]], infatti, testimoniò che «più si profilava l'eventualità della vittoria germanica, più Mussolini temeva la vendetta di Hitler».<ref>{{cita|Faldella|p. 29.}}</ref> Sulla situazione, poi, pesava la questione dell'[[Provincia autonoma di Bolzano|Alto Adige]], una zona di territorio italiano popolata prevalentemente da abitanti di lingua e cultura tedesca che, nonostante le rassicurazioni sull'inviolabilità dei confini, Hitler avrebbe potuto sfruttare come ''[[casus belli]]'', nell'ottica [[Pangermanismo|pangermanista]] di unificare tutte le popolazioni di stirpe germanica, per annettere quel territorio al Reich e per invadere militarmente l'Italia settentrionale.<ref>{{cita|Paoletti|pp. 89-90.}}</ref> Addirittura, il Duce fu anche sfiorato dall'idea che convenisse cambiare campo e schierarsi con gli anglo-francesi. Il 30 settembre 1939, infatti, alludendo alla scarsità delle riserve di carburante necessarie per la guerra, commentò che, senza tali scorte, non sarebbe stato possibile impegnarsi «né col gruppo A né col gruppo B», facendo perciò supporre che, almeno in linea teorica, il Duce non escludeva a priori un ribaltamento delle alleanze.<ref>{{cita|Bottai|p. 165.}}</ref> Spaventato dalla situazione, diffidente nei confronti dei tedeschi e preoccupato da una loro eventuale calata nella Penisola, il successivo 21 novembre Mussolini ordinò il prolungamento difensivo del [[Vallo Alpino del Littorio]] anche sul confine con il Reich, nonostante l'alleanza fra Italia e Germania, creando il [[Vallo Alpino in Alto Adige]]. La zona, massicciamente fortificata a tempo di record, venne poi soprannominata dalla popolazione locale "Linea non mi fido", con evidente riferimento ironico alla [[Linea Sigfrido]].<ref>{{cita|Bernasconi e Muran|p. 15.}}</ref>
 
=== Il problema della "non belligeranza" ===
[[File:Italian and German flags - june 1943.png|thumb|La bandiera da guerra tedesca e la bandiera italiana sventolano insieme]]
Gli esiti della [[campagna di Polonia]], contraddistinta da una serie di impressionanti e fulminee vittorie dei tedeschi, contrastavano con la condizione di non belligeranza italiana, mettendo implicitamente in risalto il fallimento della [[Società italiana durante il fascismo|politica militarista]] che Mussolini aveva condotto durante tutto il suo governo e dando l'inaccettabile impressione che l'Italia potesse essere considerata, in sede internazionale, come un Paese debole, ininfluente, secondario o codardo.<ref name=Rochat239>{{cita|Rochat|p. 239.}}</ref>
Scartata la prima ipotesi, dal momento che le richieste di trattative avanzate da Hitler erano state respinte, Mussolini si orientò allora sulla seconda e sulla terza, in realtà strettamente interconnesse fra loro, maturando questa convinzione almeno già dal 3 gennaio 1940, quando scrisse una lettera al Führer per comunicargli che l'Italia avrebbe preso parte al conflitto, ma solo nel momento che avrebbe ritenuto più favorevole:<ref>{{cita|Paoletti|p. 87.}}</ref> non troppo presto per evitare una guerra logorante, e non troppo tardi da arrivare ormai a cose fatte.<ref name="C p48">{{cita|Candeloro|p. 48.}}</ref> Nella stessa lettera, però, nonostante l'impegno a entrare in guerra, Mussolini dimostrò di nuovo la propria titubanza, suggerendo contraddittoriamente a Hitler di trovare un accomodamento pacifico con Parigi e Londra, in quanto «non è sicuro che si riesca a mettere in ginocchio gli alleati franco-inglesi senza sacrifici sproporzionati agli obiettivi».<ref>{{Cita web|url=https://digilander.libero.it/rsi_analisi/mushit.htm|titolo=Corrispondenza Mussolini – Hitler|accesso=7 febbraio 2019}}</ref> Il 10 marzo 1940, dopo un incontro con il ministro degli esteri tedesco [[Joachim von Ribbentrop|Ribbentrop]], il Duce confermò questa linea, come risulta dal contenuto di una sua telefonata con [[Clara Petacci|Claretta Petacci]] intercettata dagli stenografi del Servizio Speciale Riservato.<ref group=N>Il Servizio Speciale Riservato era un organo, istituito ai tempi di [[Giovanni Giolitti]], per tenere sotto controllo le principali personalità del Paese.</ref> Nella telefonata, Mussolini parlò dell'eventuale entrata dell'Italia in guerra come di un fatto ineludibile, senza però precisare come e quando.<ref>{{cita|Speroni|p. 179.}}</ref>
 
=== LeI incertezzadubbi dellasul politicada esterafarsi ===
[[File:Mussolini and Hitler 1940 (retouched).jpg|thumb|left|Mussolini e Hitler nel 1940]]
 
Secondo Mussolini, invece, le rapide vittorie tedesche erano il presagio dell'imminente fine della guerra, per cui l'insufficienza effettiva delle Forze Armate italiane assumeva ormai un'importanza trascurabile.<ref>{{cita|Faldella|pp. 77-78.}}</ref> Accanto al suo timore che l'Italia non avrebbe ricevuto alcun beneficio nella futura conferenza di pace qualora il conflitto fosse terminato prima dell'intervento nostrano,<ref name=costabona14/> nacque in Mussolini la convinzione che gli fosse necessario «solo un pugno di morti»<ref>{{cita|Badoglio|p. 37.}}</ref> per potersi sedere al tavolo dei vincitori e per avere diritto a reclamare parte dei guadagni, senza la necessità di un esercito preparato e adeguatamente equipaggiato in una guerra che, secondo l'opinione pubblica nella tarda primavera del 1940,<ref name=Candeloro47/> sarebbe durata ancora solo poche settimane e il cui destino era già scritto in favore della Germania.<ref name=Speroni174/><ref>{{cita|De la Sierra|pp. 37-38.}}</ref>
 
== L'entrata in guerra del Regno ddell'Italia ==
=== La resa della Francia e gli ultimiUltimi tentativi di mediazione ===
{{Vedi anche|Campagna di Francia}}
[[File:Cropped Portrait of FDR.jpg|thumb|Il presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt]]
A fine maggio, nei giorni in cui i tedeschi vincevano la [[battaglia di Dunkerque]] contro gli anglo-francesi e il re del Belgio [[Leopoldo III del Belgio|Leopoldo III]] firmava la resa del proprio paese, il Duce si convinse che fosse arrivato il «momento più favorevole» che attendeva da gennaio ed ebbe una decisiva virata verso l'intervento: il 26 ricevette una lettera dal Führer che lo sollecitava a intervenire e, contemporaneamente, un rapporto inviato a Roma dall'ambasciatore italiano a Berlino [[Dino Alfieri]], che era succeduto a [[Bernardo Attolico]], su un suo colloquio con [[Hermann Göring]]. Quest'ultimo aveva suggerito all'Italia di entrare in guerra quando i tedeschi avessero «liquidata la sacca anglo-franco-belga», situazione che si stava verificando proprio in quei giorni. Entrambi produssero nel dittatore una forte impressione, tanto che Ciano annotò nel proprio diario che Mussolini «si propone di scrivere una lettera ad Hitler annunciando il suo intervento per la seconda decade di giugno». Ogni settimana, di fronte all'ampiezza della vittoria tedesca, poteva essere quella decisiva per la fine della guerra e l'Italia, secondo Mussolini, non poteva farsi trovare non in armi.<ref>{{cita|De Felice|p. 824.}}</ref>
Di seguito, l'''incipit'' e ''explicit'' del discorso: «Combattenti di terra, di mare, dell'aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del Regno d'Albania. Ascoltate! Un'ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. [...] La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo. Popolo italiano! Corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!».<ref name=discorso>{{Cita web|url=http://www.storiaxxisecolo.it/fascismo/fascismo10a.htm|titolo=La Dichiarazione di Guerra di Mussolini|sito=www.storiaxxisecolo.it|accesso=6 settembre 2016}}</ref>
 
=== Le conseguenzeReazioni ===
=== Le reazioni dell'opinione pubblica italiana ===
[[File:Popolo d Italia 11-06-1940.png|thumb|La prima pagina de ''Il Popolo d'Italia'' dell'11 giugno 1940]]
La notizia fu accolta con entusiasmo dai gruppi industriali italiani, che vedevano l'inizio del conflitto come un'occasione per aumentare la produzione e la vendita di armi e macchinari, e da una buona parte dei vertici fascisti, nonostante le più alte personalità del regime avessero in precedenza espresso scetticismo sull'intervento italiano e avessero abbracciato la linea di condotta tracciata da Mussolini il 31 marzo 1940, che prevedeva di entrare in guerra il più tardi possibile allo scopo di evitare un conflitto lungo e insopportabile per il Paese. In ogni caso, fra le personalità che avevano espresso dubbi - se non veri e propri atteggiamenti ostili - sull'intervento militare italiano, nessuna palesò pubblicamente la propria opposizione al conflitto e sulla scrivania del Capo del Governo non vennero recapitate lettere di dimissioni.
In sede internazionale l'intervento italiano contro la Francia fu visto come un gesto vile, al pari di una pugnalata alle spalle,<ref>{{cita|De Santis|p. 40.}}</ref> in quanto l'esercito francese era già stato messo in ginocchio dai tedeschi e il suo comandante supremo, il generale [[Maxime Weygand]], aveva già impartito ai comandanti delle forze superstiti l'ordine di ritirarsi per mettere in salvo il maggior numero possibile di unità.<ref>{{cita|Bocca|p. 144.}}</ref> Il giudizio di [[Winston Churchill|Churchill]] sull'ingresso dell'Italia nel conflitto bellico e sull'operato di Mussolini fu affidato al commento pronunciato a [[Radio Londra]]:<ref>{{cita news|autore=Simonetta Fiori|titolo=Mussolini e il 10 giugno del 1940: il discorso che cambiò la storia d'Italia|pubblicazione=Repubblica|data=10 giugno 2014|url=http://www.repubblica.it/cultura/2014/06/10/news/mussolini-88555416/|accesso=25 dicembre 2018}}</ref> «Questa è la tragedia della storia italiana. E questo è il criminale che ha tessuto queste gesta di follia e vergogna». Quando venne raggiunto dalla notizia dell'intervento italiano contro un nemico ormai sconfitto, il presidente degli Stati Uniti [[Franklin Delano Roosevelt]] rilasciò a [[Charlottesville]] una dura dichiarazione radiofonica:<ref>{{cita web|url=http://www.storiaxxisecolo.it/secondaguerra/sgmcampagnafrancia.htm|titolo=Campagna di Francia (1940)|accesso=19 dicembre 2018}}</ref> «In questo 10 giugno, la mano che teneva il pugnale l'ha affondato nella schiena del suo vicino».
 
=== I pianiPiani di guerra preliminari ===
[[File:Giornale11giugno1940.jpg|thumb|left|L'entrata in guerra fu la notizia principale su tutti i quotidiani italiani dell'11 giugno 1940]]
I preparativi bellici italiani erano stati delineati dallo Stato Maggiore dell'esercito nel febbraio 1940 e prevedevano una condotta strettamente difensiva sulle [[Alpi Occidentali]] ed eventuali azioni offensive (da iniziare solamente in condizioni favorevoli) in [[Jugoslavia]], [[Egitto]], [[Somalia francese]] e [[Somalia britannica]]. Si trattava di indicazioni di massima per la dislocazione delle forze disponibili, non di piani operativi, per i quali veniva lasciata al Duce piena libertà di improvvisazione.<ref>{{cita|Rochat|pp. 242-243.}}</ref> I vertici militari riconobbero l'inadeguatezza del Paese ad affrontare una guerra ma, allo stesso tempo, non presero posizione dinanzi all'intervento, ribadendo la loro totale fiducia in Mussolini.<ref name=Rochat244>{{cita|Rochat|p. 244.}}</ref> L'approccio del Duce al conflitto appena iniziato dall'Italia si concretizzò in direttive più o meno frammentarie, che egli indirizzava ai vertici militari: furono formulate richieste di operazioni nei teatri più disparati, mai trasformatesi in scelte precise e piani concreti. Venivano a mancare, in questo quadro, una strategia complessiva e di ampio respiro, obiettivi reali e un'organizzazione razionale della guerra.<ref name=Rochat244/>
== Voci correlate ==
* [[Battaglia delle Alpi Occidentali]]
* [[Italia nella seconda guerra mondiale]]
* [[Lista del molibdeno]]
* [[Occupazione italiana della Francia meridionale]]
* [[Patto d'Acciaio]]
* [[Storia d'Italia (1861-oggi)]]
* [[Italia nella seconda guerra mondiale]]
 
== Altri progetti ==
* {{cita web|url=https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL3000052286/1/10-giugno-anno-xviii.html|titolo=Istituto Nazionale Luce. La dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna: il discorso di Mussolini|accesso=3 febbraio 2019}}
 
{{Portale|guerra|Italia|seconda guerra mondiale|storia}}
{{Benito Mussolini}}
{{Seconda guerra mondiale}}
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[[Categoria:Discorsi di Mussolini|Italia nella seconda guerra mondiale]]
[[Categoria:Italia nella seconda guerra mondiale]]
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