Differenze tra le versioni di "Rivoluzione di febbraio"

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|Esito = Vittoria dei rivoluzionari
* Abdicazione di [[Nicola II di Russia|Nicola II]]
* Potere diviso tra il [[Governo provvisorio russo|Governo provvisiorio]] e il [[Soviet]] di [[San Pietroburgo|Pietrogrado]]
|Mutamenti_territoriali = Caduta dell'[[Impero russo]] e proclamazione della [[Repubblica russa|repubblica]]
|Schieramento1 = [[File:Flag of Russia (1914–1917).svg|20px|bordo]] [[Impero russo|Russia]]
La '''rivoluzione di febbraio''' è la prima fase della [[rivoluzione russa]] del [[1917]].
 
Frutto della sollevazione, in gran parte spontanea, della popolazione e della guarnigione di [[San Pietroburgo|Pietrogrado]], avvenuta tra il 23 al 27 febbraio (secondo il calendario giuliano vigente allora in Russia; tra l'8 e il 12 marzo nel calendario gregoriano), provocò l'abdicazione dell'imperatore [[Nicola II di Russia|Nicola II]], la fine della dinastia dei [[Romanov]], dell'[[Impero russo]] e dell'[[Assolutismo monarchico|autocrazia]]. Otto mesi dopo, la [[rivoluzione d'ottobre]] portò al potere i [[Bolscevismo|bolscevichi]].
 
== La situazione della Russia in guerra ==
Per garantire la massima produttività l'orario di lavoro degli operai era stato allungato, ma i salari reali, per effetto dell'inflazione crescente, erano diminuiti di un terzo, i consumi erano scesi della metà e davanti ai negozi si facevano file di 3-6 ore per acquistare il pane e il latte. Ripresero gli scioperi che assunsero sempre più un carattere politico e denunciavano l'inutile protrarsi della guerra, la corruzione dilagante, l'autocrazia divenuta intollerabile e l'incapacità del governo.<ref>M. Reiman, cit., pp. 95-97.</ref>
 
Il discredito investiva in primo luogo i regnanti, la corte e il governo. [[Nicola II di Russia|Nicola II]], diffidente e inaccessibile, si mostrava sempre più inetto e rifiutava di prendere in considerazione qualunque riforma del [[Diritto divino dei re|regime autocratico]]; la zarina [[Aleksandra Fëdorovna Romanova|Alessandra]], reazionaria quanto il marito, era sospettata di simpatie per la Germania e appariva soggiogata da [[Grigorij Efimovič Rasputin|Rasputin]], un monaco che da quattro anni imponeva e licenziava i ministri. Il suo assassinio, nato da una congiura di palazzo, non mutò la politica del regime.<ref>E. Donnert, ''La Russia degli Zar. Ascesa e declino di un Impero'', pp. 450-455.</ref>
 
== La settimana che cambiò la Russia ==
Il 24 febbraio (9 marzo) il numero degli scioperanti aumentò ancora, raggiungendo la cifra di circa 200.000 operai,<ref name="M. Reiman, cit., p. 101"/> e i manifestanti invasero il centro della città, con parole d'ordine contro l'autocrazia e la guerra. Nelle vie principali si tenevano comizi volanti che venivano dispersi dai cosacchi a cavallo, ma senza la consueta violenza,<ref>N. N. Suchanov, ''Cronache della Rivoluzione russa'', I, p. 6.</ref> limitandosi ad attraversare la folla senza caricare. Si sparse la voce che diversi cosacchi vedessero di buon occhio la manifestazione, sorridendo ai dimostranti.<ref>V. N. Kajurov, cit.; L. D. Trotskij, ''Storia della Rivoluzione russa. La Rivoluzione di febbraio'', p. 93.</ref> Diverso era il comportamento dei poliziotti, i cosiddetti «faraoni», e contro di loro si esercitava l'odio della folla.
 
Il generale [[Sergej Semënovič Chabalov|Chabalov]], comandante della regione militare di Pietrogrado, seguendo l'esperienza della [[Rivoluzionerivoluzione russa del 1905]] non aveva ancora previsto l'uso delle armi, benché nel corso delle due giornate dai manifestanti «fossero stati bastonati 28 poliziotti» riservando l'intervento dell'esercito per il giorno dopo, se le manifestazioni fossero continuate.<ref>L. D. Trotskij, cit., pp. 94-95. Il numero dei feriti tra la polizia è un dato governativo.</ref>
 
=== Il 25 e il 26 febbraio ===
I soldati inviati a reprimere la manifestazione restarono passivi, a parte un reparto di dragoni che aprì il fuoco al Gostinyj Dvor, il mercato coperto sulla [[Prospettiva Nevskij]], facendo tre morti e dieci feriti. Nemmeno i cosacchi si mossero, anzi in qualche caso intervennero contro la polizia. Una loro scarica di fucileria la mise in fuga da piazza Znamenskaja, alla stazione un commissario fu ucciso a sciabolate da un cosacco, che venne portato in trionfo dalla folla. Incoraggiati, gli scioperanti diedero la caccia ai poliziotti, che scomparvero dalla scena.<ref>L. D. Trotskij, cit., p. 96; M. Reiman, cit., p. 101.</ref>
 
Verso sera, dal quartier generale di [[Mahilëŭ|Mogilëv]] [[Nicola II di Russia|Nicola II]] telegrafò a Chabalov ordinandogli di «liquidare sin da domattina i disordini nella capitale» ed emanò il decreto di sospensione dei lavori della Duma.<ref>E. Donnert, cit., p. 457.</ref> Il governo decise, ancora una volta, che polizia ed esercito dovessero far uso delle armi. Durante la notte furono operati un centinaio di arresti: in particolare, furono arrestati i membri del gruppo operaio del Comitato centrale dell'industria, diversi esponenti dei sindacati e delle cooperative,<ref>N. N. Suchanov, cit., p. 26.</ref> e il comitato dei bolscevichi.<ref>L. D. Trotskij, cit., p. 98; M. Reiman, cit., p. 102.</ref>
 
Domenica 26 febbraio (11 marzo) il governò tentò di volgere la situazione a proprio favore. A Pietrogrado, presidiata dai militari, cominciarono le sparatorie contro la folla e all'una del pomeriggio la Prospettiva Nevskij era coperta di cadaveri. La grande novità della giornata fu la ribellione di una compagnia del reggimento Pavlovskij, sulla quale esistono diverse versioni. Secondo una versione, la IV compagnia del Pavlovskij sparò contro un reparto di polizia impegnato nella repressione delle manifestazioni lungo il [[Canale Griboedov|canale Caterina]]. La compagnia si presentò poi in caserma, invitando i compagni alla rivolta, e qui ci fu una nuova sparatoria.<ref>N. N. Suchanov, cit., p. 31.</ref> Secondo un'altra versione, per difendere i dimostranti la compagnia aveva sparato contro la squadra d'istruzione del proprio reggimento.<ref name="M. Reiman, cit., p. 102">M. Reiman, cit., p. 102.</ref> Una terza versione afferma che una parte del reggimento Pavlovskij non solo si rifiutò di reprimere le manifestazioni, ma sparò anche contro i reggimenti Preobraženskij e Keksgol'mskij.<ref name="V. I. Nevskij, cit., p. 447"/>
=== Il 27 febbraio ===
[[File:RuinasDelPalacioDeJusticiaEnPetrogrado--russiainrevolut00jone.jpg|miniatura|sinistra|upright=0.6|Rovine del tribunale]]
Lunedì 27 febbraio (12 marzo) Rodzjanko inviò altri telegrammi allo zar. Gli ricordava che la sospensione della Duma fino ad aprile era stato un errore, perché così si abbatteva «l'ultimo baluardo dell'ordine», lo invitava a revocare il decreto e a formare un nuovo governo, dal momento che l'attuale era «del tutto impotente». La situazione a Pietrogrado era grave: «Le truppe della guarnigione sono inaffidabili. I reggimenti della guardia sono contagiati dallo spirito di rivolta». E concludeva: « e il movimento si estende all'esercito, trionfa il tedesco, e la caduta della Russia, così come della dinastia, saranno inevitabili. Imploro [[Sua maestà|Vostra Maestà]] in nome della Russia intera di accettare queste proposte». Nicola II non rispose nemmeno, limitandosi a commentare con l'aiutante di campo [[Vladimir Borisovič Frederiks|Frederiks]]: «Quel ragazzone di Rodzjanko mi scrive di nuovo sciocchezze varie, a cui non risponderò affatto».<ref>E. Donnert, cit., pp. 457-458.</ref>
 
Gli scioperi continuarono. Per coinvolgere i soldati nella rivolta, fu diffuso un appello ai soldati e gli operai di Vyborg organizzarono comizi di fronte alla caserma del reggimento Moskovskij, ma gli ufficiali aprirono il fuoco, disperdendoli.<ref>L. D. Trotskij, cit., pp. 103-104.</ref> La svolta avvenne con la rivolta del reggimento Volynskij: in mattinata, guidati dal sottufficiale [[Timofej Ivanovič Kirpičnikov|Timofej Kirpičnikov]], i soldati uccisero con un colpo di fucile alla schiena il capitano [[Ivan Stepanovič Laškevič|Laškevič]] e il suo attendente e s'impadronirono delle armi. Corsero poi alle caserme dei reggimenti Preobraženskij e Litovskij e li trascinarono con sé dal reggimento Moskovskij,<ref name="V. I. Nevskij, cit., p. 447"/> che dopo una certa resistenza si unì alla rivolta.<ref>L. D. Trotskij, cit., p. 108.</ref>
 
Nel primo pomeriggio i soldati e i civili saccheggiarono l'[[arsenale]] militare. Furono liberati i prigionieri politici, date alle fiamme il tribunale, la prigione del Litovskij Zamok,<ref>Il Castello lituano, edificio adibito a prigione.</ref> la questura, la sede dell'Ochrana.<ref name="V. I. Nevskij, cit., p. 447"/> Si combatteva nelle strade contro la polizia che sparava dai tetti degli edifici, e contro le ultime forze fedeli al regime, come il reggimento dei ciclisti, che si arrese dopo il cannoneggiamento di un'autoblindo degli insorti.<ref>V. I. Nevskij, cit., p. 448; L. D. Trotskij, cit., p. 109.</ref> A sera passarono alla rivoluzione anche i reggimenti Semënovskij e [[reggimento Izmajlovskij|Izmajlovskij]], i protagonisti della repressione della [[Rivoluzione russa del 1905|rivoluzione del 1905]]. Un ultimo tentativo del generale Chabalov di opporsi alla rivoluzione fallì: un battaglione inviato contro gli insorti si sciolse nelle strade.<ref>L. D. Trotskij, cit., p. 109.</ref>
 
==== Il Comitato provvisorio della Duma ====
[[File:Miting-gosduma-1917.jpg|miniatura|upright=0.8|La folla davanti alla Duma]]
Intanto, Rodzjanko aveva informato i deputati della Duma del decreto di scioglimento. Nacque allora nell'opinione pubblica la leggenda della resistenza che la Duma avrebbe opposto al proprio scioglimento. Anni dopo Rodzjanko ammise invece che «la Duma si sottomise alla legge, sperando pur sempre di trovare una via d'uscita dall'intricata situazione», come confermò anche [[Pavel Nikolaevič Miljukov|Miljukov]], il capo dei [[Partito deiDemocratico cadettiCostituzionale (Russia)|cadetti]]. I rappresentanti della borghesia liberale, temendo la rivoluzione, cercarono un accordo con la monarchia e contattarono il [[Michail Aleksandrovič Romanov|granduca Michele]] affinché assumesse la dittatura, costringesse il governo alle dimissioni e chiedesse allo zar di formare un nuovo governo. Ma l'iniziativa fallì per l'indecisione del granduca.<ref>M. V. Rodzjanko, ''La Duma di Stato e la rivoluzione del febbraio 1917'', in ''Fevral'skaja Revoljucija'', 1926; P. N. Miljukov, ''Storia della seconda rivoluzione russa'', I, 1921, citati in L. D. Trotskij, cit., p. 128.</ref>
 
Per non disobbedire all<nowiki>'</nowiki>''[[ukaz]]'' dello zar e insieme non ignorare quanto stava avvenendo in città, Rodzjanko e gli altri deputati decisero di riunirsi in «assemblea non ufficiale» in una sala attigua alla Sala bianca del [[Palazzo di Tauride]].<ref>La Sala bianca era il luogo ufficiale di riunione della Duma.</ref> Il deputato monarchico [[Vasilij Vital'evič Šul'gin|Šul'gin]] ricordò poi che essi «si stringevano istintivamente gli uni contro gli altri. Quegli stessi che da anni si combattevano a vicenda avevano sentito di colpo che qualcosa di orribile li minacciava tutti in egual misura. Quel ''qualcosa'' era la strada. La strada e la plebaglia».<ref>V. V. Šul'gin, ''Dni'', citato in G. Soria, ''Les 300 jours de la Révolution russe'', p. 49.</ref>
 
Il cadetto [[Nikolaj Vissarionovič Nekrasov|Nekrasov]] propose di nominare un generale abbastanza popolare da avere l'autorità di fermare la rivolta; il ''trudovico'' [[Aleksandr Fëdorovič Kerenskij|Kerenskij]] si offrì di dichiarare agli insorti la solidarietà della Duma; Miljukov suggerì di temporeggiare, in attesa di avere informazioni più sicure sugli sviluppi della situazione. Quando un usciere annunciò che una grande folla di soldati e di operai era di fronte alla sede della Duma, ci fu il panico. Mentre una parte dei deputati si allontanava uscendo dalle porte laterali del palazzo, Rodzjanko si affrettò a proporre la costituzione di un Comitato provvisorio della Duma, incaricato di «ristabilire l'ordine a Pietrogrado e assicurare i rapporti con le istituzioni e le persone». La proposta fu subito approvata. Del comitato fecero parte Rodzjanko, Kerenskij, Nekrasov, Miljukov, gli ottobristi [[Sergej Iliodorovič Šidlovskij|Šidlovskij]] e [[Ivan Ivanovič Dmitrjukov|Dmitrjukov]], i nazionalisti Šul'gin e [[Vladimir Nikolaevič L'vov|L'vov]], i "progressisti" [[Michail Aleksandrovič Karaulov|Karaulov]], [[Ivan Nikolaevič Efremov|Efremov]], [[Aleksandr Ivanovič Konovalov|Konovalov]] e [[Vladimir Alekseevič Rževskij|Rževskij]]. Il Comitato istituì anche una Commissione militare presieduta dal colonnello [[Boris Aleksandrovič Engel'gardt|Engel'gardt]].<ref>G. Soria, cit., p. 50; M. Reiman, cit., pp. 122 e 127. Il menscevico Čcheidze, invitato a far parte del Comitato, rifiutò.</ref>
 
==== Il Soviet di Pietrogrado ====
Nello stesso giorno, nell'opposta ala del [[Palazzo di Tauride]], nasceva il [[Soviet]] pietrogradese dei deputati operai. Già nei giorni precedenti, in riunioni clandestine di gruppi operai socialisti era stato deciso di procedere all'elezione di rappresentanti di fabbrica. Nel primo pomeriggio del 27 febbraio i membri operai del Comitato centrale militare-industriale<ref>Creato dal governo zarista, era un organismo formato da industriali e rappresentanti operai incaricato di provvedere ai bisogni della produzione bellica.</ref> e altri militanti socialisti, per lo più menscevichi «[[Difensismo|difensisti]]»,<ref>Sostenitori della guerra.</ref> si costituirono in Comitato esecutivo provvisorio del Soviet dei deputati operai, invitando gli operai della capitale a partecipare alla prima assemblea del Soviet.<ref>O. Anweiler, ''Storia dei soviet. I consigli di fabbrica in URSS 1905-1921'', p. 185.</ref> [[Kuz'zma Antonovič Gvodzev|Gvozdev]], [[Boris Osipovič Bogdanov|Bogdanov]], [[Nikolaj Semënovič Čcheidze|Čcheidze]], [[Viktor Petrovič Grinevič|Grinevič]], [[Matvej Ivanovič Skobelev|Skobelev]], Kapelinskij e Frankorusskij furono i primi membri del Comitato esecutivo provvisorio.<ref>N. N. Suchanov, cit., p. 49.</ref>
 
Nell'assemblea serale furono eletti al Comitato esecutivo anche [[Jurij Michajlovič Steklov|Steklov]], [[Nikolaj Nikolaevič Suchanov|Suchanov]], [[Aleksandr Gavrilovič Šljapnikov|Šljapnikov]] e [[Pёtr Georgievič Aleksandrovič|Aleksandrovič]], e istituite commissioni per la difesa di fronte a possibili iniziative contro-rivoluzionarie, il ristabilimento dell'ordine in città, l'approvvigionamento e altri compiti urgenti. I delegati e i membri del comitato esecutivo erano destinati a crescere di numero nei giorni successivi, essendo stato deciso che del Soviet avrebbero fatto parte un rappresentante per ogni mille operai e un soldato per ogni compagnia della guarnigione della capitale, trasformandosi così in Soviet dei deputati degli operai e dei soldati di Pietrogrado.<ref>O. Anweiler, cit., p. 185.</ref>
 
=== Il 28 febbraio ===
Il 28 febbraio (13 marzo) soldati e operai armati raggiunsero l'isola Vasilevskij dove il 180º Reggimento fanteria Finlandia si unì alla rivolta. Anche i marinai della flotta del Baltico passarono con i rivoluzionari e il battaglione ciclisti, che resistette, venne sopraffatto e il suo colonnello Balkašin ucciso. Il generale [[Vladimir Nikolayevich Nikitin|Nikitin]], comandante della [[fortezza di Pietro e Paolo]], fu persuaso da Šul'gin a riconoscere il nuovo potere, mentre il generale Chabalov, rifugiatosi nel [[Ammiragliato (San Pietroburgo)|palazzo dell'Ammiragliato]], venne arrestato insieme con alcuni ministri del vecchio governo e altri dignitari zaristi.<ref>''Fevral'skaja Revoljucija'', in « Enciclopedia di San Pietroburgo »; N. N. Suchanov, cit., p. 114.</ref>
 
Mentre anche Mosca insorgeva senza che i rivoluzionari incontrassero resistenza, a Pietrogrado la rivoluzione si rafforzava. Il generale [[Nikolaj Judovič Ivanov|Ivanov]], partito dal fronte con la nomina di comandante del distretto militare di Pietrogrado e con l'ordine di soffocare con le armi la rivoluzione, si rese conto di non poter disporre di alcuna forza militare e fu richiamato a Mogilëv. Le ferrovie passarono sotto il controllo degli insorti e fu impedita la circolazione dei treni fino a 250 chilometri dalla capitale. Lo stesso treno dello zar, partito dal Quartier generale e diretto a [[Carskoe Selo]], venne fermato alla stazione di [[Malaja Višera]] e dirottato a [[Pskov]].<ref>N. N. Suchanov, cit., p. 132.</ref>