Differenze tra le versioni di "Messa stazionale"

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Sant'Ambrogio (339 o 340 – 397) interpretò i digiuni dei cristiani figurativamente in relazione alla loro lotta controi gli spiriti malvag: «I nostri digiuni sono i nostri accampamenti, che ci difendono dagli attacchi del maligno. Infine sono chiamati "stazioni", perché rimanendovi (''stantes'') e perseverando in loro, respingiamo le insidie dei nemici».<ref name="Novatian">Archdale Arthur King, [https://books.google.it/books?redir_esc=y&id=gCMvAAAAYAAJ ''Liturgy of the Roman Church''], Longmans, Green and Company, 1957, p. 434</ref><ref>Il testo originale è: «Castra enim nobis sunt nostra ieiunia, quae nos a diabolica oppugnatione defendunt. Denique stationes vocantur, quod stantes et commorantes in eis, inimicorum insidias repellamus». [https://www.google.com/books/edition/_/T9xGAQAAMAAJ?gbpv=1 ''Sermo XXI. De Quadregesima V''], 1, PL 17, p. 666</ref><ref>In un altro sermone scrive sant'Ambrogio: «Ieiunia enim nostra mansiones quaedam sunt, per quae iter spiritualiter facientes, animae virtutibus ambulamus, diurno profectu repromissae nobis terrae viciniores efficimur». [https://www.google.com/books/edition/_/T9xGAQAAMAAJ?gbpv=1 ''Sermo XIX. De Quadregesima III''], 2, PL 17, col. 662</ref>
 
La stessa metafora si trova in [[Tertulliano]] (155 circa – 230 circa), sia nell'opera ''Ad uxorem''<ref>''Ad uxorem'', liber II, IV, 1</ref> sia nel ''De oratione'', dove spiega: «''Statio de militari exemplo nomen accipit, nam et militia Dei sumus''». («La stazione deriva il suo nome dal mondo militare, poiché infatti siamo esercito di Dio»)<ref>[https://www.tertullian.org/articles/evans_orat/evans_orat_03latin.htm ''De oratione''], XIX, 5</ref> I Romani davano infatti il nome "statio" ad una caserma (es. "statio primae cohortis").<ref name="EncItal">[https://www.treccani.it/enciclopedia/roma_%28Enciclopedia-Italiana%29/ "Roma" in ''Enciclopedia italiana'', capitolo "Roma medievale"]</ref><ref name="Novatian"/> Tertulliano parla di "processioni, digiuni, stazioni, preghiere"; e dice che nelle stazioni i soldati cristiani stavano di guardia, e vegliavano in preghiera, e Ugonio . Il termine militare per questo atto di preghiera, dice Pompeio Ugonio (''Historia delle stationi di Roma'', 1588), è entrato in uso durante le persecuzioni e Tertulliano suggeriva che significasse il tempo della battaglia della Chiesa, la veglia della Chiesa militante, la sua penitenza, che terminerebbe con la vittoria.<ref>M. A. R. Tucker e Hope Malleson, ''Handbook to Christian and Ecclesiastical Rome'' [British Museum, Londra, 1900} citato da [https://www.liturgicalartsjournal.com/2019/03/the-stational-liturgies-of-roman-church.html Shawn Tribe in "The Stational Liturgies of the Roman Church" in ''Liturgical Arts Journal'']</ref><ref>Il testo di Ugonio è riprodotto in [https://arachne.uni-koeln.de/Tei-Viewer/cgi-bin/teiviewer.php?manifest=BOOK-713953 ''Historia delle Stationi di Roma''], Roma, 1588, sezione "Breve discorso generale intorno le Stationi", ma senza numerazione delle pagine.</ref>
 
Pasquale Iacobone pure mette il termine ''statio'' in relazione con la idea di "veglia". Dice che Il termine latino ricorda anche la figura della sentinella che vigila nell'accampamento, e riprende così il tema della vigilanza e dell'attenzione verso le opere di penitenza, carità e digiuno, tipiche della [[quaresima]], il [[Anno liturgico|tempo liturgico]] in cui spesso si tengono queste Messe.<ref name="intervistaoss">{{cita web|url=http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2008/033q08a1.html|titolo=Le «stationes» quaresimali nella tradizione della Chiesa|accesso=14 marzo 2014}}</ref>
Anche altre diocesi svilupparono delle liturgie stazionali, che comprendevano una processione, in genere in correlazione al culto liturgico dei martiri.<ref name=R517>[[Mario Righetti]], ''Storia liturgica'', vol. III, Milano, Ancora, 1949, p. 517</ref> Fra queste vi erano [[Chiesa di Gerusalemme|Gerusalemme]] e [[patriarcato di Costantinopoli|Costantinopoli]]<ref name="Leclerq"/>, [[arcidiocesi di Milano|Milano]], [[patriarcato di Antiochia|Antiochia]], [[arcidiocesi di Tours|Tours]], [[arcidiocesi di Ossirinco|Ossirinco]] in [[Egitto]], [[Diocesi di Metz|Metz]], [[arcidiocesi di Vercelli|Vercelli]] e [[diocesi di Pavia|Pavia]].<ref>[[Mario Righetti]], ''Storia liturgica'', vol. III, Milano, Ancora, 1949, pp. 517-521</ref> Ad [[patriarcato di Aquileia|Aquileia]] le stazioni si svolgevano per le tre messe di Natale, nelle feste dei tre giorni successivi e nelle ferie di Pasqua.<ref>[[Mario Righetti]], ''Storia liturgica'', vol. III, Milano, Ancora, 1949, p. 518</ref>
 
Henri Leclerque dice che il nome di "stazione" venne dato alla chiesa che era la meta verso la quale i fedeli andavano in processione, ciò che spiegherebbe l'espressione "''Statio ad ...''" che si trova nelle edizioni del Messale Romano prima di quella del 1970.
 
L'attuale [[Messale Romano]] "raccomanda vivamente che, soprattutto nel [[Tempo di Quaresima]], si conservi e si incrementi, l'uso di riunire la Chiesa locale nella forma delle «stazioni» romane. Nelle domeniche o nei giorni più adatti durante la settimana, in particolare quando presiede il pastore della diocesi, si potranno radunare tali assemblee di fedeli presso i luoghi di sepultura dei santi, nelle principali chiese o santuari [...] Se prima della celebrazione della Messa, secondo i luoghi e le circostanze, si svolge una [[processione]], ci si raduna in una chiesa minore o in altro luogo adatto fuori della chiesa versi la quale si dirige la processione".<ref>Messale Romano, 3ª edizione 2020, p. 68</ref>
 
===Il retaggio dell'antica messa stazionale nella liturgia===
La [[messa]] del [[rito romano]], soprattutto, secondo Francesco Arisi (1874–1930),<ref>[http://www.librinlinea.it/search/autore/arisi-francesco librinlea}]</ref> nella sua [[messa tridentina|forma tridentina]], deriva dall'antica messa stazionale e talvolta ne riproduce gesti e prescrizioni liturgiche.<ref>[https://books.google.it/books?id=FttqS8HRBw4C&pg=PA479&lpg=PA479&dq=arisi+messale+civilt%C3%A0+cattolica+torino&source=bl&ots=W56cVTkkKl&sig=ACfU3U0-qjfoYNokJp1PabMRVlix1eDg2w&hl=en&sa=X&ved=2ahUKEwikxuXBp7D0AhUzoVwKHZJLCh4Q6AF6BAgWEAM#v=onepage&q=arisi%20messale%20civilt%C3%A0%20cattolica%20torino&f=false Fr. Arisi, ''Il Messale romano completo'' (Torino, Società editrice internazionale., 1925)], p. [[29]]</ref> Tuttavia quella rivista dopo il Concilio Vaticano II ha ripreso alcune concrete peculiarità della messa antica, fra cui la frazione del pane al canto dell{{'}}''[[Agnus Dei]]'' e l'assenza di alcune peculiarità della messa tridentina quali l'"[[Ultimo Vangelo]]" e le dichiarazioni nell'"offertorio" di offrire "hanc immaculatam hostiam", che ancora non era altro che pane, e "calicem salutaris", il cui contenuto era ancora vino.<ref>Lucien Deiss, [https://books.google.it/books?id=lb6cD0uw0aIC&pg=PA50 ''The Mass''], Liturgical Press, 1992, p. 50</ref><ref>[https://books.google.it/books?id=VZj6DwAAQBAJ&pg=PA96&dq=lambert+%22sacrificial+moment%22&h#v=onepage&q=lambert%20%22sacrificial%20moment%22&f=false Jozef Lamberts, ''With One Spirit: The Roman Missal and Active Participation'' (Liturgical Press 2020), p. 96]</ref> Secondo Weigel, il [[Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia]], nell'elaborazione del nuovo Messale, fece molto meno conto del rapporto tra le chiese stazionali e la liturgia quaresimale.<ref>« [...] the Concilium (sic) that implemented these reforms relied far less on the station church/Lenten liturgy nexus in fashioning the Roman Missal of 1970 than had the Missal of Pope St. Pius V», Weigel, ''op. cit.'', 2013, p. 8</ref>
 
Il canto dell'[[introito]] deriva dal canto di accoglienza da parte del coro per il papa, che si iniziava quando il papa usciva dalla sagrestia, come indica l{{'}}''Ordo Romanus Primus'',<ref>''Ordo Romanus Primus'', p. 126</ref> o quando appariva sulla soglia della basilica, come dice Arisi, il quale osserva che in origine l'introito era presente solo nelle Messe stazionali in cui c'era l'ingresso solenne.<ref>Arisi, ''op. cit.'', p. [37]</ref>
Il Messale Romano parla della '''messa stazionale''' senza menzionare né le «stazioni» romane né il tempo di [[Quaresima]]:
 
"Particolare importanza si deve dare a quella [[concelebrazione eucaristica|concelebrazione]] in cui i [[presbitero|presbiteri]] di una [[diocesi]] concelebrano con il proprio [[vescovo]] nella '''Messa stazionale''' soprattutto nei giorni più solenni dell'[[Anno liturgico]], nella Messa dell'[[Ordinazione episcopale nel Rito romano della Chiesa cattolica|Ordinazione]] del nuovo vescovo diocesano o del suo [[Vescovo coadiutore|coadiutore]] o [[Vescovo ausiliare|ausiliare]], nella [[Messa crismale]], nella [[Messa nella Cena del Signore|Messa vespertina «Cena del Signore»]], nelle celebrazioni del santo fondatore della Chiesa locale o del patrono della diocesi, negli anniversari del vescovo e infine in occasione del sinodo o della [[visita pastorale]]".<ref>[https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_doc_20030317_ordinamento-messale_it.html Ordinamento Generale del Messale Romano, 203]]</ref>
 
A partire dalla rivista edizione del 1984, il ''[[Caeremoniale Episcoporum]]'' (Cerimoniale dei Vescovi) descrive, anch'essa senza menzionare né la «stazione» romana né la [[Quaresima]], la '''messa stazionale'''.<ref>[https://books.google.it/books/about/Caeremoniale_Episcoporum.html?id=OkKgtwAACAAJ&redir_esc=y ''Caeremoniale Episcoporum'' (Typis Polyglottis Vaticanis 1984), pp. 41–51]; [https://www.sacraliturgia.it/2020/10/cerimoniale-dei-vescovi.html traduzione italiana da scaricare, pp. 26–35]</ref> Le precedenti edizioni, a partire dalla prima (dell'ano 1600), parlavano invece della [[Messa pontificale]],
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