Differenze tra le versioni di "Ente partecipazioni e finanziamento industrie manifatturiere"

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Altri interventi furono compiuti dall’EFIM nel settore agroalimentare: all’ente furono affidati compiti di intervento in settori importanti per l’agricoltura italiana, come quello delle conserve (tonno e vegetali) e delle carni; le iniziative dell’EFIM non riuscirono però ad incidere sulla struttura eccessivamente frammentata dei due comparti, e l’ente uscì completamente dal settore alimentare nel 1985.
==Gestione politica dell’EFIM==
Il primo presidente dell’EFIM fu Pietro Sette, manager di area democristiana, vicino ad [[Aldo Moro]]: non a caso, numerose iniziative industriali dell’EFIM furono realizzate nell’area di [[Bari]]. Negli anni ’80, quando l’IRI era presieduto da democristiani e l’[[ENI]] da socialisti, la presidenza dell’EFIM fu ricoperta da esponentiuomini delvicini al [[PSDI]] (Corrado Fiaccavento, Stefano Sandri); ultimo presidente dell’EFIM fu invece il socialista Gaetano Mancini, cugino del senatoredi delarea [[Partito Socialista Italiano (1892-1994)|PSI]] [[Giacomo Mancini]].
 
==La messa in liquidazione==
Nel [[1992]] la gravissima esposizione dell’EFIM verso le banche fece propendere il governo dell’epoca per la sua messa in liquidazione. Le tappe principali della liquidazione furono segnate dal [[decreto-legge]] 18 luglio [[1992]], n. 340, dal d.l. 20 ottobre [[1992]], n. 414 e dal d.l. 19 dicembre [[1992]], n. 487 (convertito in l. 17 febbraio [[1993]], n. 33). La voragine dei conti causò un complesso contenzioso, anche internazionale. Dei debiti dell'EFIM si fecero stime sempre più allarmanti: il [[Financial Times]] le valutò in 4 miliardi di lire verso banche italiane, 3 miliardi e mezzo verso banche estere, 2 miliardi verso i fornitori, 1 miliardo per obbligazioni collocate sul [[mercato]]. Le numerose banche estere esposte verso l’EFIM si videro congelare i propri crediti, e questo provocò una crisi di credibilità dello Stato italiano che portò le agenzie internazionali a declassare il ''rating'' dei [[titoli di stato]]<ref>Massimo Pini, ''I giorni dell’IRI'', Mondadori, 2004.</ref>. Nel 1993 la garanzia dello Stato sui debiti dell’EFIM e la concessione dei fondi necessari alla liquidazione furono tra gli argomenti dell’accordo tra il ministro [[Beniamino Andreatta|Andreatta]] ed il commissario europeo Van Miert, che portò ad accelerare il processo di [[privatizzazione]] dell’IRI.La liquidazione dell’EFIM fu un processo lungo e complesso; entro il 1998 tutte le aziende ritenute economicamente valide (78 sulle 116 che componevano il gruppo) furono cedute: il settore dell’alluminio per la maggior parte ad [[Alcoa]], quello del vetro a [[Pilkington]], quello della difesa e ferroviario a [[Finmeccanica]]. Però, conclusa la parte della liquidazione più rilevante sul piano economico e sociale, nel 2003 la procedura non era ancora conclusa, rallentata dalle numerose azioni legali promosse da creditori ed ex-dipendenti ed arrivata a costare allo Stato più di 5 miliardi di euro<ref>S.Rizzo, ''L’Efim presenta il conto: 1.547 cause e 7 miliardi per liquidarlo'', [[Corriere della Sera]], 7 agosto 2003</ref>. La [[Legge finanziaria]] del 2007 ha trasferito a [[Fintecna]] ([[Ligestra S.r.l.]])il patrimonio di EFIM ed il relativo contenzioso<ref>''La Finanziaria 2007 commentata'', [[Italia Oggi]], 21 dicembre 2006</ref>, mettendo fine alla liquidazione dell’ente.
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