Differenze tra le versioni di "Tuscia"

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==== Le "pievi di confine" ====
Nel [[VII secolo]], con la conversione dei Longobardi al [[cattolicesimo]], nei crocicchi delle strade di confine dei ''[[iudicaria]]'' (territori retti da un ''iudex'') si trovavano le ''plebes ad fines'' ("[[pieve|pievi]] di confine"). Un documento del [[715]], ricco di spunti storico-giuridici, riporta particolari dettagli di una lunga controversia per le pievi di confine tra la [[diocesi di Siena]] e [[Diocesi di Arezzo|quella confinante di Arezzo]]. Il gastaldo di Siena, [[Warnefrido]], tentava di usurpare il territorio della diocesi di Arezzo. Il successivo diploma emesso da re [[Liutprando]] confermò la precedente istruttoria svolta dal notaio Gunteram e, sulla base dell'antica tradizione, assegnò alla diocesi aretina le pievi di [[Sinalunga]], [[Montepulciano]] e [[Montefollonico]], nonostante la loro ubicazione entro i confini del territorio senese. Nel [[diritto longobardo]] il concetto di confine non coincideva perfettamente con quello attuale di confine geografico invece: molto più rilevante era la permanenza di un' antica tradizione<ref>P. M.Conti, ''Il ducato di Spoleto e la storia istituzionale dei Longobardi'', pp. 262-64.</ref>. Le pievi paleocristiane, oltre al servizio religioso, assunsero anche funzioni civili, registrando le nascite presso il [[fonte battesimale]], prestando assistenza ai bisognosi, provvedendo alla manutenzione delle strade. Vicino alle pievi sorsero gli ospizi, edifici di ristoro e cura per i numerosi viandanti in pellegrinaggio verso la [[Tomba di San Pietro]]. Molte pievi furono intitolate a [[san Michele Arcangelo]] raffigurato con la lancia, assunto come protettore dai guerrieri longobardi.
 
Con il miglioramento dei rapporti di convivenza sociale e con la bonifica della [[via Francigena]] apportata dai Longobardi lungo il tracciato della [[via Romea|Romea]], anche le relazioni commerciali ripresero vigore. Documenti lucchesi nell'epoca di Autari attestano commerci di ''negotiantes'' itineranti presenti nella Fiera di [[Parigi]]; ''naviculari'', che dalla [[Maremma]] esercitavano il trasporto di grano e sale, per via d' acqua, per conto del duca [[Wulperto]]. Anche l'artigianato fu in sensibile ripresa. Nel Ducato di Tuscia operò un'associazione di orefici romani e longobardi: i documenti riportano i nomi di Giusto e Pietro insieme ad Aniperto ed Osperto. La [[Pinacoteca di Lucca]] conserva ritrovamenti di manufatti a [[foglia d'oro]]. Un [[bassorilievo]] in rame dorato proveniente da Lucca è esposto nel [[Museo del Bargello]]<ref>A. Mancini, ''Storia di Lucca'', pp. 25-26.</ref>. Anche Lucca, come Pavia, disponeva della [[Zecca (moneta)|zecca]] che emetteva [[Tremisse|tremissi]] aurei con valore pari ad un terzo di [[Solido (moneta)|solido]].
 
=== L'VIII secolo ===
All'estremo nord del ducato (Tuscia romana) venne allestita la fortezza di [[Narni]] che, prossima al presidio longobardo di [[Terni]], venne presto conquistata dal duca di Spoleto [[Faroaldo II]]. A presidiare la [[via Amerina]] rimasero le fortezze di [[Amelia (Italia)|Amelia]] ed [[Orte]]. Più a sud, [[Bomarzo]], [[Sutri]] e [[Blera]], nella valle del [[Tevere]], furono ''[[castrum|castra]]'' a salvaguardia della [[via Cassia]]<ref name="bertolini">O. Bertolini, ''Roma di fronte a Bisanzio ed ai Longobardi'', pp. 370-371.</ref>. Le quattro fortezze, conquistate più volte da [[Liutprando]], nel [[743]] vennero restituite insieme a Sutri dal re a [[papa Zaccaria]] ("[[Donazione di Sutri]]") e costituirono il primo nucleo del [[Patrimonio di San Pietro]].
 
Nel versante orientale del ducato, in [[Sabina]] (l' ex [[provincia Valeria]]), [[Mentana (Italia)|Mentana]] e [[Tivoli]] contrastarono le milizie spoletine, che con numerosi [[gastaldato|gastaldati]] nel territorio di [[Rieti]] avevano preso il controllo della [[via Salaria]]. Più a sud, seguendo il corso del fime [[Liri]], [[Sora]], [[Arce]] e - soprattutto - [[Ceccano]] costituivano un baluardo difensivo efficace nei confonti del [[ducato di Benevento]]. Nella punta estrema della [[Campania]], [[Cuma]] ("''Castrum Cumae''") sulla [[via Domiziana]], già occupato dai beneventani, venne recuperato da [[papa Gregorio II]] con un sostanzioso riscatto. Dopo aver perduto la fortezza di [[Capua]], il papa temeva lo sbarramento della via Domiziana, unica via di accesso <ref>O. Bertolini, ''Op, Cit, p. 427.''</ref>. al [[Patrimonium Neapolitanum]].
 
==== Il dominio carolingio ====
Dopo i Longobardi, la politica accentratrice del governo [[carolingi]]o, con l' istituzione del [[vassallaggio]] privilegiò il potere dei vescovi, sperando con la regola del celibato vescovile di riuscire a limitare la frammentazione ereditaria dei feudi imperiali. La classe nobiliare [[Franchi|franco]]-[[longobarda]] al potere favorì l'edificazione di numerosi monasteri di famiglia affidati al privilegio del vescovo, la cui nomina divenne prestigioso ripiego per i suoi cadetti. I vescovi, con cospicue donazioni del protettore (condizionate spesso dalla volontà del donante), incrementarono notevolmente patrimoni e limiti territoriali delle proprie diocesi. Nelle diocesi della ''Tuscia Langobardorum'' furono istituiti i seguenti monasteri carolingi<ref>P.F.Kher, ''Italia Pontificia'', vol. III.</ref>:
* [[Lucca]]: Santa Giustina, San Ponziano, San Salvatore, San Pietro in Camaiore;
* [[Firenze]]: San Bartolmeo di Ripoli e [[San Miniato al Monte]];
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