Differenze tra le versioni di "Pastiche"

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Nel [[1787]] il saggio ''Pastiche'' di [[Jean-François Marmontel]] (parte dell'opera ''Eléments de littérature'') dà una definizione retorica del "pastiche" quale imitazione affettata della maniera e dello stile di un grande artista, lasciando poi intendere che la presenza di numerosi "pastiche" attorno a un'opera sia il segno della grandezza dell'opera stessa. Ci sono due modi di imitare un grande scrittore, imitarlo per cosa lo si distingue e ritiene grande o imitarlo per semplice "pastiche", svilendo in fondo il modello in un'intenzione che finisce con l'essere comunque satirica<ref>citato da Pascal Mougin e Karen Haddad-Wotling, ''Dictionnaire mondial des littératures'', Paris, Larousse, 2002, ad vocem.</ref>
 
Anche [[Giacomo Leopardi]] fa da giovane alcuni "pastiche", e [[Marcel Proust]] addirittura vi intitola un libro (''Pastiches et mélanges'', [[1919]], raccolta di articoli da "[[Le Figaro]]"). In pratica, si prende un soggetto e lo si racconta in maniere diverse dalla propria, imitando altri scrittori (Proust, per esempio, "à la manière de" [[Balzac]], [[Flaubert]], [[Henri de Régnier]], [[Ernest Renan]] ecc.<ref>D'altra parte Proust, che svilupperà una delle voci più originali e interessanti del secolo, considerava i "pastiche" più che un'attività di scrittura, un esercizio di lettura, o, come scrive in una lettera a Ramon Fernandez, un "affare d'igiene", non tanto per richiamare il modello, quanto per liberarsene. Tuttavia, come dice bene Gérard Genette: "Il pastiche proustaino non è né puramente satirico né puramente ammirativo, e il suo regime specifico è proprio quello, irriducibilmente ambiguo, della "punzecchiatura", per cui lo schernire è un modo di amare, e l'ironia (chi ha orecchie per intendere, intenda) è solo una diversa espressione dell'affetto" (''op. cit.'', p. 134).</ref>). Questo tipo di esercizio mondano andrà a svilupparsi sui giornali dei primi decenni del [[secolo XX]], quasi a volersi dare una coscienza della propria decadenza rispetto la letteratura alta, e insieme a legittimarne un "uso quotidiano".
 
Un esempio può considerarsi anche ''Le copiste indiscret'' di Jean Pellerin ([[1919]]).
 
==Pastiche in ambito operistico ==
In campo [[opera lirica|operistico]] si definisce come ''pastiche'' o [[centone]] un'opera lirica composta, in tutto o in parte, da arie tratte da opere o composizioni preesistenti di differenti autori, in certi casi conservando il libretto originale, più spesso con il testo del libretto opportunamente modificato in base alle esigenze sceniche o in chiave satirica. Le opere pastiche hanno avuto il loro apogeo a cavallo del [[XVII secolo|XVII]] e [[XVIII secolo]].
 
== Bibliografia ==
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