Differenze tra le versioni di "Museo dell'Accademia Etrusca e della città di Cortona"

nessun oggetto della modifica
(Nuova pagina: {{coord|43.275444|11.984906|display=title}} {{Museo |NomeMuseo= Museo dell'Accademia Etrusca e della città di Cortona |Data di fondazione= 1727 |Fondatori= Onofrio Bal...)
 
Il ''lampadario etrusco'' è uno dei pezzi più pregiati, noti e significativi appartenenti al Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona. Considerato uno degli esempi più notevoli della bronzistica etrusca, e realizzato intorno alla metà del [[V secolo]], il ''lampadario'' fu rinvenuto nei dintorni di Cortona, in località Fratta, nel 1840, ma venne acquistato dall'Accademia Etrusca solo in seguito ad una lunga e complessa trattativa. Grazie a degli esami radiografici eseguiti di recente, si è appurato che esso è stato realizzato con la tecnica delle [[cera persa]]; probabilmente il ''[[gorgoneion]]'' centrale, con la bocca spalancata e la lingua pendente, deriva da un unico stampo, mentre le restanti matrici del complesso decorativo vennero applicate al nucleo centrale e rimodellate solo in un secondo momento. La mancanza di saldatura è testimonianza del fatto che l'intera composizione venne fusa in un solo tempo. Dalla parte centrale del bacino si innalza un cono, sul quale era originariamente presente una decorazione a palmette e fiori di loto, oggi difficilmente visibile. Intorno al bacino si nota una serie di beccucci, di cui due vennero forati con chiodi di rame puro per l'applicazione di una targhetta metallica con iscrizione. Quest'ultima potrebbe indicare un uso nuovo e del tutto particolare del ''lampadario'', originariamente considerato elemento decorativo di un tempio. I beccucci sono in numero di sedici, il che rimanda inevitabilmente alla tipica suddivisione etrusca del cielo in sedici regioni a scopi divinatori, cosa già largamente attestata da autori latini quali [[Cicerone]], [[Livio]] e [[Varrone]]. La complessità dell'iconografia nelle decorazioni è ulteriormente confermata dalla presenza di [[sileni]] e [[sirene]] nella fascia esterna, che corrisponde al lato inferiore dei beccucci. I primi hanno una [[tenia]] sulla testa, e suonano la ''syrinx'' o il doppio [[aulòs]]; al di sotto dei piedi di questi si innalzano onde stilizzate sulle quali guizzano dei delfini. Le seconde potrebbero unire al suono dello strumento il proprio canto, ma in realtà non presentano il tipico atteggiamento del canto, con la testa leggermente all'indietro e la bocca aperta; figlie della terra e del fiume Acheloo, del quale tra l'altro vengono fatti sedici protomi in forma di toro androcefalo, le sirene hanno le braccia piegate sul petto in un gesto cultuale. Queste figure, oltre a custodire le sedi degli dei con il loro sguardo e la loro posizione rivolte verso il basso fanno riferimento ad una funzione apotropatica nei confronti dell'uomo che è al di sotto della barriera di luce e alla quale non deve avvicinarsi. Nella fascia più interna sono rappresentati animali in lotta, i quali, insieme ai sileni dalla posizione scosciata, confermano il generale valore apotropatico della struttura.
 
=== ''Tabula Cortonensis'' ===
{{Vedi anche|Tavola di Cortona}}
Nel 1992 vennero consegnati al comando dei Carabinieri di Camucia sette frammenti in bronzo, destinati a diventare famosi sotto l'unico nome di ''[[Tavola di Cortona|Tabula Cortonensis]]''. Sottoposti ad una pulitura piuttosto drastica, furono dati come rinvenuti in località le Piagge, presso Camucia; tuttavia, alla luce del fatto che ulteriori ed approfondite ricerche nella zona non portarono al ritrovamento di altre testimonianze archeologiche, si dubita fortemente del luogo di rinvenimento. Questi sette frammenti costituiscono una ''tabula'' di forma rettangolare sulla quale vi è un'iscrizione incisa tramite un'affilatissima sgorbia. Sulla sommità, si nota un manubrio a due ganasce con un pomello sferoidale. Molto probabilmente, la ''tabula'', esposta per qualche tempo in un luogo pubblico, era appesa mediante questo manubrio ad un binario che ne consentiva la lettura fronte-retro. Dopo essere stata asportata dal luogo della sua originaria collocazione, venne rotta in otto pezzi — l'ottavo non ci è pervenuto, ma questo non pregiudica in alcun modo la comprensione generale del testo, in quanto conteneva solamente alcuni nomi di una lista trascritta alle righe 24-32 della prima faccia e prolungata sulla prima riga della seconda faccia — e destinata all'occultamento. Conservata in un ambiente umido, la ''tabula'' riporta macchie e incrostazioni dovute alla compresenza di oggetti in ferro. L'incisione è stata evidentemente facilitata dal fatto che il bronzo utilizzato fosse alquanto tenero, perché contenente una percentuale piuttosto consistente di piombo. L'iscrizione è opistografa, occupa, cioè, tutta una faccia, con 32 righe di scrittura (recto), per proseguire sull'altra faccia con 8 righe (verso). Le lettere risultano essere state incise con grande peculiarità; l'alfabeto è quello usato nel cortonese tra la fine del III e il II secolo a.C.. Dunque, nel complesso il documento presenta 40 righe di testo per 260 parole, guadagnandosi così il pregio di essere il terzo testo etrusco per lunghezza, dopo quello della “Mummia“[[Mummia di Zagabria”Zagabria]]” e della “Tabula“[[Tabula Capuana”Capuana]]”. Si riconoscono chiaramente due mani diverse: uno scriba principale ha inciso le prime 26 righe del recto e le prime otto del verso; a un secondo scriba si attribuiscono le ultime sei righe del verso. Nel testo della tabula si riconosce unanimemente un importante atto giuridico, cosa desumibile dalla presenza del ''zilath mechl rasnal'', ovvero il pretore di Cortona, sommo magistrato della città.
 
L'iscrizione fa particolare riferimento ad una compravendita di terreni tramite rivendicazione pubblica fatta dall'acquirente sulla cosa alla presenza del venditore e del pretore che ne sanzionava, a fine processo, la transazione. Di fatto, si testimonia la cessione da parte di Petru Scevas, uomo di umili origini ma arricchitosi con la mercatura, di terreni collinari affacciati sul lago Trasimeno ai membri di una famiglia aristocratica, i Cusu, in cambio di un miglioramento della posizione sociale. Come si desume dalla Tanella di Pitagora, la figlia di Petru Scevas avrebbe effettivamente sposato un membro della famiglia Cusu.
Utente anonimo