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La rappresentanza conferisce a un'associazione sindacale il diritto a usufruire dei locali aziendali e di ore di permesso per sindacalisti e lavoratori in assemblea, a indire [[sciopero|scioperi]], agli obblighi di informazione, consultazione o partecipazione sindacale dove previsti dalla legge.
 
Infatti l'articolo 19 dello [[Statuto dei Lavoratori]] riconosce il diritto di rappresentanza alle associazioni sindacali che risultino firmatarie di [[Contratto collettivo nazionale di lavoro|contratti collettivi di lavoro]] applicati nell'unità produttiva.
Il menzinato Statuto inizialmente riconosceva questo diritto anche alle organizzazione più rappresentative a livello nazionale, a prescindere dalla firma sindacale di accordi collettivi (nazionali o proviciali) e dalla loro applicabilità all'unità produttiva, norma interpretata a favore di [[CGIL]], [[CISL]] e [[UIL]]. Il cosiddetto monopolio della rappresentnaza fu abolito con ilun [[Referendum abrogativi del [[1995]] in Italia|referendum abrogativo delnel 1995]], a seguito del quale fu promulgato il D.P.R. n. 312 del [[1995]], il quale andò ben oltre l'oggetto della consultazione referendaria.
 
La [[Corte Costituzionale]] con sentenza n. 325 del [[1995]], dichiarò legittimo il citato [[DPR]], in quanto non in contrasto con gli artt. 3 e 39 della Costituzione.
Il [[DPR]], all' art. 1 modificò anche lettera b (dell'art. 19 comma 1) che non era oggetto di referendum, eliminando il vincolo della rappresentatività per le sole associazioni sindacali firmatarie di accordi collettivi nazionali o provinciali: con la nuova legge si potevano creare associazioni sindacali con unica sede in un'unità produttiva che beneficiavano della rappresentanza perché firmatarie di un accordo collettivo aziendale, mentre prima era richiesta la costituzione di un sindacato con sedi almeno a livello provinciale e la relativa firma di accordi collettivi, non limitati a una singola azienda, e di estensione pari almeno all'ambito della provincia.
 
La [[Corte Costituzionale]] con sentenza n. 325 del [[1995]], dichiarò legittimo il citato [[DPR]], in quanto non in contrasto con gli artt. 3 e 39 della Costituzione.
Il datore ha la possibilità di escludere dalla rappresentanza determinate RSU attraverso la scelta di un contratto collettivo nazionale o territoriale non sottoscritto dai sindacati di riferimento, ovvero di non applicare nessun accordo, oppure di ammettere altre RSU, anche non rappresentate a livello nazionale o provinciale, sottoscrivendo con queste un accordo collettivo aziendale.
 
Il [[datore di lavoro]] ha la possibilità di escludere dalla rappresentanza determinate RSU attraverso la scelta di un contratto collettivo nazionale o territoriale non sottoscritto dai sindacati di riferimento, ovvero di non applicare nessun accordo, oppure di ammettere altre RSU, anche non rappresentate a livello nazionale o provinciale, sottoscrivendo con queste un accordo collettivo aziendale.
 
La scelta dell'accordo collettivo applicabile non è limitata né dall'effettiva attività di produzione o servizi svolta dall'azienda, né dall'obbligo di garantire, almeno oltre una certo numero di dipendenti, una rappresentanza alle organizzazioni sindacali più rappresentative (più votate e con più iscritti) in azienda e/o nel territorio nazionale.
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