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Per la maggior parte della sua storia l’IRI è stato un [[ente pubblico economico]], che rispondeva formalmente al [[Ministero delle Partecipazioni Statali]], che fino agli anni ’80 fu ricoperto da esponenti della [[Democrazia Cristiana|DC]].
 
A capo dell’IRI vi erano un consiglio di amministrazione ed il ''comitato di presidenza'', formato dal presidente e da membri nominati dai partiti di governo. Se il presidente dell’IRI fu sempre espressione della [[Democrazia Cristiana|DC]], la vicepresidenza fu spesso ricoperta da esponenti del [[Partito Repubblicano Italiano|PRI]] come [[Bruno Visentini]] (per più di vent’anni) prima e [[Pietro Armani]] poi, a controbilanciare il peso dei cattolici con quello dei grandi imprenditori privati e laici, di cui i repubblicani erano espressione. Le nomine ai vertici delle banche, delle finanziarie e delle maggiori aziende erano decise dal comitato di presidenza ma, soprattutto durante il mandato di Petrilli, i poteri erano concentrati nelle mani del presidente e di poche persone a lui vicine.
 
Dopo la trasformazione dell’IRI in [[società per azioni]] nel 1992, il consiglio d’amministrazione dell’Istituto fu ridotto a tre soli membri e l’influenza della DC e degli altri partiti, in un periodo in cui molti loro esponenti furono coinvolti nelle indagini di [[Tangentopoli]], fu di molto ridotta. Negli anni delle privatizzazioni, la gestione dell’IRI fu accentrata nelle mani del [[Ministero del Tesoro]].
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