Differenze tra le versioni di "Giovanni Pascoli"

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Qui interviene l'altra e complementare poetica pascoliana: la poetica delle cose. "Vedere e udire: altro non deve il poeta. Il poeta è l'arpa che un soffio anima, è la lastra che un raggio dipinge. La poesia è nelle cose". Ma questa aderenza alle cose ha una conseguenza linguistica di estrema importanza, ogni cosa deve parlare quanto più è possibile con la propria voce: gli esseri della natura con l'onomatopea, i contadini col vernacolo, gli emigranti con l'italo-americano, Re Enzio col bolognese del Duecento; i Romani, naturalmente, parleranno in latino. Dunque il bilinguismo di Pascoli in realtà è solo una faccia del suo plurilinguismo. Bisogna tenere conto anche di un altro elemento: il latino del Pascoli non è la lingua che abbiamo appreso a scuola. Questo è forse il secondo motivo per il quale la produzione latina pascoliana è stata per anni oggetto di scarso interesse: per poter leggere i suoi poemetti latini è necessario essere esperti non solo del latino in generale, ma anche del latino di Pascoli. Si è già fatto menzione del fatto che nello stesso periodo, e anche prima di lui, altri autori avevano scritto in latino; scrivere in latino per un moderno comporta due differenti e contrapposti rischi. L'autore che si cimenti in questa impresa potrebbe, da una parte, incappare nell'errore di esprimere una sensibilità moderna in una lingua classica, cadendo in un latino maccheronico; oppure potrebbe semplicemente imitare gli autori classici, senza apportare alcuna novità alla letteratura latina.
 
Pascoli invece reinventa il latino, lo plasma, piega la lingua perché possa esprimere una sensibilità moderna, perché possa essere una lingua contemporanea. Se oggi noi parlassimo ancora latino, forse parleremmo il latino di Pascoli. (cfr. ''[[Alfonso Traina]], ''Saggio sul latino del Pascoli'', Pàtron). Numerosi sono i componimenti, in genere raggruppati in diverse raccolte secondo l'edizione del Gandiglio, tra le quali: ''Poemata Christiana'', ''Liber de Poetis'', ''Res Romanae'', ''Odi et Hymni''. Due sembrano essere i temi favoriti del poeta: [[Quinto Orazio Flacco|Orazio]], poeta della mediocritas, che Pascoli sentiva come suo alterego, e le madri orbate, cioè private del loro figlio (cfr. ''[[Thallusa]]'', ''Pomponia Graecina'', ''Rufius Crispinus''). In quest'ultimo caso il poeta sembra come ribaltare la sua esperienza personale di orfano, privando invece le madri del loro ''ocellus'' ("occhietto", come Thallusa chiama il bambino). I ''Poemata Christiana'' sono da considerarsi il suo capolavoro in lingua latina. In essi Pascoli traccia attraverso i vari poemetti, tutti in esametri, la storia del [[Cristianesimo]] in Occidente: dal ritorno a [[Roma]] del [[centurione]] che assistette alla morte di [[Gesù|Cristo]] sul [[Golgota]] (''Centurio''), alla penetrazione del Cristianesimo nella società romana, dapprima attraverso gli [[schiavo|schiavi]] (''[[Thallusa]]''), poi attraverso la nobiltà romana (''Pomponia Graecina''), fino al tramonto del [[paganesimo]] (''Fanum Apollinis'').
 
== Curiosità ==