Virtù: differenze tra le versioni

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Il significato di virtù ha risentito di quello di bene, un concetto che assume significati diversi a seconda delle modifiche intervenute nel corso delle varie situazioni storiche e sociali. Concezione questa non condivisa dalle dottrine che ne negano il [[relativismo]] connesso e che intendono la virtù come l'assunzione di valori, intesi come [[assoluto|assoluti]], immutabili nel tempo.<ref>Cfr. Romanus Cessario, ''Le virtù'', Editoriale Jaca Book, 1994</ref>
 
La parola latina ''virtus'', che significa letteralmente "virilità", dal latino ''vir'', "uomo", nel senso del suo carattere specificatamente maschile si riferisce ad esempio alla forza fisica e a valori [[guerra|guerreschi]] maschili, qualicome, ad esempio, il [[coraggio]].
 
Nella lingua italiana la virtù è invece la qualità di eccellenza morale sia per l'uomo chesia per la donna e il termine è riferito comunemente anche ada un qualche tratto [[abito (filosofia)|caratteriale]] considerato da alcuni positivo.
[[File:Arete - Areté- Éfeso.jpg|thumb|150px|Personificazione della virtù nella [[Biblioteca di Celso]].]]
 
== La virtù nella filosofia occidentale antica ==
 
=== Il concetto greco di aretèareté ===
[[File:Santi di Tito - Niccolo Machiavelli's portrait.jpg|thumb|100px|Niccolò Machiavelli]]
 
Nella visione della vita della [[filosofia antica]] greca, la concezione dell'aretèareté non era connessa all'azione per il conseguimento del bene, bensì indicava semplicemente una forza d'animo, un vigore morale e anche fisico.
Questa concezione di virtù, contiene l'eccellenza degli eroi omerici, quella degli statisti Ateniesi, o quella descritte nel Menone di Platone ovvero la capacità di ben governare. In questo senso il coraggio, la moderazione e la giustizia erano virtù morali <ref>[http://plato.stanford.edu/entries/ethics-ancient/]</ref>.
 
Tale sarà, ad esempio, il senso nella concezione [[Rinascimento italiano|rinascimentale]] sulla politica in [[Niccolò Machiavelli]] che vorrà distinguere l'areté del principe moderno, come la capacità di opporsi alla "fortuna" e di modificare le circostanze ai propri fini di potere e con lo scopo principale del mantenimento dello stato (senza tener conto del giudizio morale su isui mezzi impiegati), dalla virtus cristiana del sovrano [[medioevo|medioevale]] che governa per grazia di Dio a cui deve rispondere per la giustificazione della sua azione politica, diretta anche a difendere i buoni e proteggere i deboli dalla malvagità. Nel [[Il principe|Principe]] nessuna considerazione morale né religiosa dovrà inficiare la sua azione spregiudicata e forte, frutto della sua "aretèareté", tesa a mettere ordine là dov'è il caos della politica italiana del [[secolo XVI|'500]].<ref>Giulio Ferroni, ''Machiavelli, o Dell'incertezza: la politica come arte del rimedio'', Donzelli Editore, 2003 p.87</ref>
 
Non diversamente, nella visione di [[Nietzsche]] la virtù consisterà nella "volontà di potenza" in opposizione alla "morale degli schiavi" nata dallo spirito di risentimento del Cristianesimo nei confronti degli uomini superiori.
===La virtù degli stoici===
{{Vedi anche|Stoicismo#Etica{{!}}L'etica stoica}}
La saggezza, ossia la capacità di operare con prudenza, è al centro della morale [[Epicuro|epicurea]] e [[stoicismo|stoica]] ma, mentre per gli epicurei la virtù si consegue attraverso un calcolo razionale dei piaceri stabilendo quali di essi siano veramente necessari e naturali, per gli stoici invece il comportamento virtuoso, risultato del conseguimento dell<nowiki>'</nowiki>"[[apatia]]", cioè della liberazione ascetica dalle passioni, è di per sé portatore di felicità. Per coloro che non riescono a condurre la loro vita secondo saggezza lo stoicismo indicherà delle regole di condotta che insegnaranno ada operare secondo ciò che è più "conveniente" od opportuno tenendosi sempre lontano dagli eccessi delle passioni.
 
La morale stoica ispirerà quella dei filosofi del [[XVI secolo|XVI]] e [[XVII secolo]] come [[Cartesio]], che rivaluterà tra le passioni quella della "[[magnanimità]]", considerata virtù somma,<ref>Cfr. D. Kambouchner, ''L'Hommes des passions. Commentaires sur Descartes'', Paris, Albin Michel 1995</ref><ref>Remo Bodei, ''Geometria delle passioni. Paura, speranza, felicità: filosofia e uso politico'', Feltrinelli Editore, 2003 p.293</ref> e [[Baruch Spinoza|Spinoza]] che afferma che «il primo e unico fondamento della virtù, ossia della retta maniera di vivere, è di cercare il proprio utile»<ref>Eth. V, prop. 41</ref> intendendo per "utile" solo ciò che «conduce l'uomo a maggior perfezione»<ref>Eth. IV, prop. 18</ref> infatti «gli uomini che ricercano il proprio utile sotto la guida della ragione non appetiscono per sé niente che non desiderino gli altri uomini, e perciò essi sono giusti, fedeli, onesti»<ref>Eth. IV, prop. 18</ref> e per ciò stesso la virtù è premio a se stessa come portatrice di una vita serena condotta secondo la razionalità.
[[File:Anthony Ashley Cooper, 3. Earl of Shaftesbury.jpg|100px|thumb|Anthony Ashley Cooper, III conte di Shaftesbury]]
 
Nell'etica inglese la virtù è intesa, in opposizione alle dottrine sull'"[[egoismo]]" di [[Thomas Hobbes]], come atteggiamento impulsivo naturale determinato dal sentimento morale della [[carità|benevolenza]] ([[Anthony Ashley Cooper, III conte di Shaftesbury|Shaftesbury]] e [[Francis Hutcheson]]) che spinge l'uomo ada operare senza badare alla riprovazione morale dell'[[opinione pubblica]], al terrore di una punizione futura o all'intervento delle autorità, istituite come incentivi alla bontà. L'azione virtuosa dell'uomo è invece ispirata dalla voce della [[coscienza]] e dall'amore di Dio. Solo questi due fattori spingono l'uomo verso la perfetta armonia, per il suo stesso bene e per quello dell'universo. Lo stesso istinto alla virtù secondo [[David Hume]] e [[Adam Smith]] è quello della "[[simpatia]]"
{{Quote|Le nostre sensazioni nelle relazioni con gli altri (e le azioni sono valutabili moralmente in rapporto ad altri uomini), non possono essere ridotte a una dimensione esclusivamente egoistica: ciò che noi proviamo è condizionato sempre da ciò che provano gli altri in conseguenza delle nostre azioni.<ref>D. Hume, ''Trattato sulla natura umana'', Libro terzo, Parte terza, Sez. prima-terza</ref>}}
{{Quote|Per scoprire la vera origine della morale, e quella dell’amore e dell’odio che deriva dalle qualità morali, dobbiamo considerare nuovamente la natura e la forza della simpatia. Gli animi degli uomini sono simili nei loro sentimenti o nelle loro operazioni, né esiste un sentimento che si produca in una persona di cui non partecipino, in qualche grado, tutte le altre.<ref>''Grande Antologia Filosofica'', Marzorati, Milano, 1968, vol. XIII, pagg. 934-935</ref>}}
Una ripresa della concezione della virtù come repressione delle passioni umane è nella filosofia morale di [[Kant]] che distingue una "dottrina della virtù" dalla "dottrina del diritto"<ref>Cfr, I. Kant, ''Metafisica dei costumi''</ref>. Nel [[diritto]] l'uomo si sottomette alla legge per rispettarne la formalità esteriore senza considerare il motivo della sua azione ma solo perché così prescrive la norma, mentre nella morale ci si vuole comportare secondo il dettato morale indipendentemente da qualsiasi motivo e conseguenza della propria azione: si realizza così la virtù come soggezione della volontà all'"[[imperativo categorico]]".
 
L'imperativo categorico, ossia la virtù, implica che l'uomo debba sforzarsi, combattendo le inclinazioni sensibili e le passioni, di conformare la sua volontà a ciò che esso comanda mentre pensare che questo possa avvenire spontaneamente significa confondere la debolezza umana con ciò che è proprio della [[santità]] che appartiene solo a Dio che non ha nessun dovere nei confronti della legge morale. Ciò che prescrive la morale è identico sia per gli uomini chesia per la divinità, ma questa, poiché non ha niente che possa ostacolarla nell'osservanza della legge morale, non ha neppure virtù.<ref>Fausto Fraisopi, ''Adamo sulla sponda del Rubicone: analogia e dimensione speculativa in Kant'', Armando Editore, 2005 p.318</ref>
 
Questa visione della virtù assimilerebbe il pensiero kantiano allo stoicismo che Kant invece rifiuta là dove questo connette all'esercizio della virtù la [[felicità]]. Certo l'uomo nella sua costituzione sensibile ha bisogno della felicità ma nulla garantisce che egli possa raggiungerla. Un'esigenza di giustizia vuole poi che l'uomo abbia una felicità bilanciata al suo comportamento virtuoso ma poiché questo non accadrà mai nel nostro mondo terreno, egli allora postulerà l'esistenza di un'anima immortale a cui un Dio giusto assicuri la giusta felicità.
== La virtù nella filosofia cinese ==
 
La virtù (traduzione di "de" 德) è un concetto importante anche nelle filosofie cinesi qualicome il [[confucianesimo]] ede il [[taoismo]]. Le virtù cinesi comprendono l'[[umanità]], lo ''[[xiao]]'' (solitamente tradotta come [[pietà filiale]]) e ''[[zhong]]'' ([[lealtà]]). Un valore importante, contenuto nella gran parte del pensiero cinese, è che lo stato sociale di ciascuno debba essere determinato dall'insieme delle sue virtù manifeste, e non da un qualunque privilegio di nascita. Nei suoi ''[[Analecta di Confucio|Analecta]]'', [[Confucio]] parla della pratica che conduce alla perfetta virtù. Le virtù confuciane si sviluppano in due rami: il ''ren'' e il ''li''; il ''ren'' può essere tradotto come benevolenza, amore disinteressato, e l'uomo la può raggiungere praticando cinque virtù: magnanimità, rispetto, scrupolosità, gentilezza e sincerità. Confucio afferma che queste virtù devono essere praticate verso il ''li'', che è la parte pratica della virtù confuciana. Il li consiste in cinque canali relazionali: marito/moglie, genitore/figlio, amico/amico, giovane/anziano, suddito/sovrano.
 
==Note==
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