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|Immagine=
|Didascalia=
|Data=[[9 agosto]] [[48 a.C.]]
|Luogo=[[Farsalo|Farsalo, Grecia]]
|Casus=
|Effettivi1=circa 22.000 fanti<ref name="Frediani_213">Andrea Frediani, ''Le grandi battaglie di Giulio Cesare'', p. 213.</ref> e 1.000 cavalieri<ref name="PlutarcoCesare42">Plutarco, ''Cesare'', 42</ref><ref name="Cesare3,84-89">Cesare, ''De bello civili'', III, 84, 4; III, 88, 3-5; III, 89, 2.</ref><ref>E. Horst, ''Cesare'', 2000, p.222.</ref>
|Effettivi2=45.000 fanti<ref name="Frediani_213" />, 2.000 ''beneficiari'', 3.000 ''arceri'', 1.200 ''frombolieri'' e 7.000 cavalieri<ref name="PlutarcoCesare42"/><ref name="Cesare3,84-89"/>
|Perdite1=200 soldati (di cui 30 centurioni) <ref name="Cesare3,99">Cesare, ''De bello civili'', III, 99.</ref>
|Perdite2=15.000 morti e 24.000 prigionieri<ref name="Cesare3,99"/>
|Note=
Le forze di Cesare, alla vigilia della battaglia, erano composte nel complesso da circa 22.000 uomini, suddivisi in otto [[legione romana|legioni]].<ref name="Frediani_213" /> Si trattava per lo più dei legionari che avevano seguito Cesare nella lunga campagna di [[Gallia]]: essi erano particolarmente legati al loro comandante, per il quale si sarebbero battuti fino alla morte anche in condizioni disperate. I veterani delle Gallie, dunque, potevano vantare la disciplina inflessibile e l'abilità che derivavano dalle vittorie riscontrate sugli schieramenti dei [[Galli]].<ref name="Frediani_213" />
 
È difficile conoscere come fosse composto l'intero schieramento delle forze messe in campo da Cesare a Farsalo. Ne conosciamo con certezza solo una parte: Cesare infatti, prima di salpare dall'Italia per l'Epiro, avrebbe potuto disporre, in via teorica, di un esercito composto dalle quattro legioni consolari del [[48 a.C.]] ([[legio I (Cesare)|legio I]], [[legio II (Cesare)|II]], [[legio III (Cesare)|III]] e [[legio IIII (Cesare)|IV]]), l'appena reclutata [[Legio XXVII (Cesare)|XXVII]],<ref>Ritterling, c.1821; Parker, ''Roman legions'', 62; Keppie, pp.106 e 200.</ref> oltre a quelle provenienti dalla Spagna e dalla [[Gallia cisalpina]], a completamento della numerazione dalla [[legio VI Gemella|VI Gemella]]<ref>Gonzales, p.208.</ref> alla [[legio XIV (Cesare)|XIV]] legione (inclusa la futura [[legio V Alaudae|V Alaudae]] e la [[legio VII (Cesare)|VII]]).<ref>Keppie, ''The making of the roman army, from Republic to Empire'', pp.106 e 206; J.R.Gonzales, ''Historia de las legiones romanas'', p.186; Parker, ''Roman legions'', p.62.</ref> Non tutte però riuscirono a salpare da Brindisi e a raggiungere il loro comandante a Dyrrhachium. Altre forze furono invece inviate, per un numero di 12.000 armati (pari a circa tre legioni a ranghi completi), dallo stesso Cesare, prima dello scontro decisivo di Farsalo, in [[Macedonia (provincia romana)|Macedonia]] e [[Acaia (provincia romana)|Grecia]] per assicurare il vettovagliamento delle truppe.<ref>L.Keppie, ''The making of the roman army, from Republic to Empire'', pp.103-109.</ref><ref>Horst, p.222.</ref>
 
Le forze schierate da Cesare erano così disposte: la [[legio X (Cesare)|legione X]] all'ala destra sotto il comando di [[Publio Cornelio Silla]], le legioni [[legio VIII (Cesare)|VIII]] e [[legio IX (Cesare)|IX]]<ref>Entrambe constavano di un numero di effettivi dimezzati a seguito dei precedenti scontri a cui avevano preso parte.</ref> all'ala sinistra sotto il comando di [[Marco Antonio]]; al centro erano schierate le restanti cinque legioni, tra cui la [[legio XI (Cesare)|legio XI]] e la [[legio XII (Cesare)|legio XII]],<ref name="Cesare_34">Cesare, ''De bello civili'', III, 34.</ref><ref name="Parker_68">H.M.D.Parker, ''Roman legions'', New York 1928, pp.68 e 265</ref> agli ordini di [[Gneo Domizio Calvino]], per un totale di ottanta coorti; Cesare disponeva, inoltre, di altre due/sette coorti che preferì lasciare a guardia del campo e delle salmerie.<ref name="Appiano_75">Appiano, ''Guerre civili'', II, 75.</ref> Le sue forze, dunque, dovevano essere composte da un totale di 22.000 fanti e 1.000 cavalieri.<ref name="Cesare_89">Cesare, ''De bello civili'', III, 89.</ref>
 
La gran parte del successo delle armate era comunque da attribuire alla capacità di Cesare di gestire con grande abilità tutte le situazioni che gli si presentavano: ideatore di un ambizioso progetto politico, Cesare dimostrò costantemente di essere un grande stratega, e riuscì a ottenere le sue vittorie grazie alla straordinaria determinazione che lo contraddistingueva.<ref name="Frediani_9">Andrea Frediani, ''Le grandi battaglie di Giulio Cesare'', p. 9.</ref>
Cesare quindi staccò dal lato destro sei coorti di soldati, i più esperti, e li posizionò come riserva, rompendo lo schema classico. Separando le coorti dall'ala, oltre ad avere una unità mobile pronta ad accorrere nel momento del bisogno, il generale mostrò contemporaneamente un finto lato debole, prevedendo che la cavalleria pompeiana vi si sarebbe gettata a capofitto.
 
Le forze schierate da Cesare erano così disposte: la [[legio X (Cesare)|legione X]] all'ala destra sotto il comando di [[Publio Cornelio Silla]], le legioni [[legio VIII (Cesare)|VIII]] e [[legio VIIII (Cesare)|VIIII]] (queste ultime due con numero di effettivi dimezzati) all'ala sinistra sotto il comando di [[Marco Antonio]]; al centro le restanti cinque legioni, tra cui la [[legio XI (Cesare)|legio XI]] e la [[legio XII (Cesare)|legio XII]]<ref name="Cesare_34"/><ref>Parker, op.cit., p.62</ref> (agli ordini di [[Gneo Domizio Calvino]]) per un totale di ottanta coorti; oltre a due/sette coorti a guardia del campo,<ref name="Appiano_75"/> per un totale di 22.000 fanti e 1.000 cavalieri.<ref name="Cesare_89"/>
 
E tutto andò secondo il disegno di Cesare: Pompeo schierò la sua fanteria pesante in formazione allargata per impressionare il nemico, e, non appena iniziò la battaglia, Labieno mosse la sua cavalleria all'attacco del lato destro, mentre il grosso della fanteria di Cesare guidato da Marco Antonio attaccò il centro dello schieramento nemico, rimasto, per ordine di Pompeo, fermo ad aspettare la carica nemica (tale disposizione venne considerata come un grosso errore di Pompeo da parte di Cesare).<ref name="Plutarco" /> Quando la cavalleria di Labieno venne a contatto con l'ala destra dell'esercito di Cesare, questi fece muovere la riserva e stringere i cavalieri avversari in una tenaglia: l'unica possibilità di salvezza per Labieno e i suoi fu la ritirata. La riserva di Cesare, composta da 6 coorti, su ordine del generale scagliava i ''[[pilum|pila]]'' contro i volti dei nemici, sebbene ciò non fosse in uso allora, cercando di colpirne gli occhi che gli elmi lasciavano scoperti. Ciò perché Cesare sapeva che i cavalieri di Pompeo, giovani e non avvezzi alla guerra, avrebbero temuto di essere sfregiati orribilmente in volto, e fu anche questo motivo della loro ritirata.<ref name="Plutarco" >{{cita libro|autore=Plutarco|titolo=Le vite parallele|volume=Gaio Giulio Cesare|capitolo=XLVI - XLV}}</ref> Sentendosi sicuro sul lato più debole, Marco Antonio fece avanzare all'attacco i propri fanti, mentre il grosso dell'esercito di Pompeo, vedendo sconfitti e in ritirata i cavalieri su cui erano riposte le speranze di vittoria, cedette terreno demoralizzato.
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