Differenze tra le versioni di "Guelfi bianchi e neri"

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I '''guelfi bianchi''' e i '''guelfi neri''' furono le due fazioni in cui si divisero intorno alla fine del [[XIII secolo]] i guelfi di [[Firenze]], ormai il partito egemonico in città dopo la cacciata dei [[ghibellini]].
 
Le due fazioni lottavano per l'egemonia politica - e quindi economica - in città. A livello della situazione extracittadina, seppur entrambe sostenitrici del [[papa]], erano opposte per carattere politico, ideologico ed economico. I guelfi bianchi, un gruppo di famiglie [[Magnate|magnatizie]] aperte alle forze popolari, perseguivano l'indipendenza politica e rifiutavano ogni ingerenza papale. Mentre i guelfi neri, che rappresentavano soprattutto gli interessi delle famiglie più ricche di Firenze, erano strettamente legati al papa per interessi economici e ne ammettevano l'ingerenza negli affari interni di Firenze.
 
==Cerchi e Donati a Firenze==
[[ImmagineFile:Vicolo dello scandalo.JPG|thumb|200px|Il ''vicolo dello Scandalo'']]
Dopo la cacciata dei [[ghibellini]] dalla città e la loro definitiva sconfitta nella [[Battaglia di Campaldino]] ([[1289]]), si auspicava un periodo di pace per la città di Firenze, ma le rivalità, prima a livello semplicemente personale e poi familiare, si estesero gradualmente a tutta la città, dando vita a una nuova divisione, quella fra guelfi bianchi e neri, capitanati rispettivamente dalle famiglie dei Cerchi e dei Donati.
 
A Firenze i due schieramenti nacquero gradualmente a partire da alcuni litigi familiari causati da questioni di vicinato: i [[Cerchi]], mercanti di recente ricchezza ([[Dante]] li chiama ''la parte selvaggia'' cioè campagnola) avevano comprato alcune case, già dei Conti [[Guidi]], accanto a quelle degli orgogliosi [[Donati]] ed erano nati alcuni dissidi legati ai più vari motivi di convivenza. Le odierne [[Torre dei Cerchi]] e [[Torre dei Donati]] a Firenze ci possono dare un'idea di dove si trovassero gli edifici familiari, anche se in antico i possedimenti di ciascuna famiglia erano estesi a molti più edifici confinanti. I rispettivi capifamiglia erano [[Vieri de' Cerchi]] e [[Corso Donati]]. Il cosiddetto ''[[vicolo dello Scandalo]]'', un tortuoso vicoletto che serpeggia tra il Corso e Via degli Alighieri, fu creato nel Trecento proprio per dividere le proprietà delle due fazioni, quando nel momento di maggior astio si arrivò a minacciare di buttare giù i muri interni delle case per assaltare i nemici di notte.
 
La nascita di conflitti era favorita anche da un sistema giudiziario facilmente corruttibile e sprovvisto di solide leggi con le quali dirimere le controversie. [[Dino Compagni]] racconta di vari episodi che avevano come colpevole [[Corso Donati]] e il suo clan, ma attraverso la corruzione dei giudici essi riuscivano sempre a farla franca <ref>''Cronica'' Libro I, XVI</ref>.
 
===La nascita delle fazioni e lo scoppio delle violenze===
All'inizio del Trecento questa rivalità si estese gradualmente e "''a poco a poco tutti trascinò seco, anche i religiosi, anche le donne''" ([[Isidoro Del Lungo]] 1112:123). Questo era dovuto al sistema delle cosiddette [[consorterie]], cioè affiliazioni (''clan'') di famiglie alleate che condividevano politiche comuni, come era già successo all'epoca dei [[Amidei e Buondelmonti|Buondelmonti e Amidei]], che avevano portato alla divisione tra [[guelfi e ghibellini]].
 
L<nowiki>'</nowiki>''escalation'' della violenza tra le due fazioni fiorentine è ben narrata in tutte le cronache cittadine, da [[Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi|quella]] di [[Dino Compagni]] e [[Nova Cronica|quella]] di [[Giovanni Villani]], per essere poi trasposta in più canti della [[Divina Commedia]] di Dante.
Dalla semplice [[invidia]] per chi avesse la torre più alta (i più ricchi Cerchi, rispetto ai più antichi Donati o ai loro alleati [[Pazzi]]), si passò a una serie di screzi e di maldicenze reciproche. Corso Donati, rimasto da poco vedovo si risposò con Tessa Ubertini ([[1296]]), parente dei Cerchi, ma negò alla famiglia di lei alcuna parte su un'eredità che spettava alla donna, nonostante il ricorso alla magistratura dei Cerchi. Essi ne ebbero molto a male e questo fatto di soldi fu il primo screzio in assoluto tra le due parti.
 
[[ImmagineFile:Palazzo pretorio di fiesole, stemma cerchi.JPG|thumb|200px|Stemma dei Cerchi, dal [[palazzo Pretorio (Fiesole)|palazzo Pretorio]] di [[Fiesole]]]]
Un secondo episodio è quello di una zuffa tra alcuni giovani membri delle famiglie, probabilmente solo adolescenti: poiché nessuna delle due parti volle pagare la multa pecuniaria per il disordine, essi vennero trattenuti nel Palazzo del Podestà (il [[Bargello]]), dove però ai Cerchi vennero somministrati dei [[migliaccio|migliacci]] avvelenati, che fecero star male chi li mangiò, e sei persone ne morirono (quattro Cerchi, un [[Portinari]] e un Bronti), maleficio del quale venne accusato Corso Donati, ma non fu provata la sua colpevolezza ([[1298]]). Dopo questo episodio i Cerchi si allontanarono dalle riunioni della Parte guelfa, dando vita a una specie di contro-schieramento, con il quale iniziarono a essere solidali molti cittadini ([[Lapo Saltarelli]], [[Donato Ristori]] e numerosi popolani), indignati dal comportamento dei Donati.
 
Il terzo episodio di rilievo si ebbe in occasione di una cerimonia funebre per la sepoltura di una donna avvenuta in [[Oltrarno]] in piazza de' Frescobaldi, vicino al primitivo [[Ponte Santa Trinita|Ponte di Santa Trinita]] (probabilmente gennaio [[1297]]). I fatti sono egregiamente descritti dal Compagni:
Infatti la notizia della simpatia tra Cerchi e ghibellini non tardò ad arrivare alle orecchie di [[Bonifacio VIII]], il quale però ancora non aveva preso parte nello schieramento (''"tal che testé piaggia''" dice Dante su Bonifacio in Inf VI 69, cioè ''colui che ora'', nell'anno [[1300]], ''si tiene in bilico''). Bonifacio VIII aveva infatti molti interessi in Firenze, essendo il centro finanziario più importante della penisola e dovendo ai capitali fiorentini il finanziamento delle sue attività. Egli mandò un paciere a Firenze, il [[cardinale]] [[Matteo d'Acquasparta]] (giugno 1300), il quale però se ne ripartì presto perché le parti non gli diedero delega per prendere decisioni. Il cardinale si stabilì allora a [[Lucca]].
 
Nel frattempo il [[Consiglio dei Cento]], nel quale sedevano anche [[Dino Compagni]] e [[Dante Alighieri]] in qualità di priori, prese la decisione di confinare i capi delle due fazioni nel tentativo freddare gli animi. La disposizione, vedremo presto, che non ebbe alcun esito, e lo stesso Dante faceva risalire proprio a questo suo intervento nel governo la sua rovina, poiché in questa occasione si era attirato le rimostranze sia dei nemici che degli ''amici''.
 
I capi ''donateschi'' vennero mandati a [[Castel della Pieve]] (vicino a [[Urbino]]) e furono [[Corso Donati]] e suo fratello Sinibaldo, [[Rosso della Tosa|Rosso]] e [[Rossellino della Tosa]], [[Pazzino di Jacopo de' Pazzi|Pazzino]] e [[Giacchinotto de' Pazzi]], [[Geri Spini]] e [[Porco Ranieri]]. La parte dei Cerchi fu spedita all'estremo opposto della Toscana, a [[Sarzana]]. Vennero confinati [[Gentile de' Cerchi|Gentile]], [[Torrigiano de' Cerchi|Torrigiano]] e [[Carbone de' Cerchi]], [[Guido Cavalcanti]], [[Baschieri della Tosa]], [[Baldinaccio Adimari]] e Naldo dei [[Gherardini]] di [[Montagliari]].
 
===I fatti di sangue di Calendimaggio===
L'inizio della lotta armata vera e propria si ebbe per causa di una zuffa tra giovani esponenti delle due casate. Il [[1 maggio]] ([[Calendimaggio]]) del 1300, nacque una baruffa tra i componenti delle due famiglie in [[piazza Santa Trinita]]. Durante la lotta armata Ricoverino de' Cerchi ebbe il naso tagliato via da un ''donatesco'', forse [[Piero Spini]], forse uno dei [[Pazzi]]. Questo fu il primo fatto di sangue dello scontro.
{{quote|Il quale colpo fu la distruzione della nostra città, perché crebbe molto odio tra i cittadini|Dino Compagni, ''Cronica'', Libro 1, XXII}}
 
Dopo questo episodio Corso Donati e altri ruppero il confino andandosene a Roma a pregare il papa di intervenire perché ormai si erano formate due fazioni in lotta una delle quali, quella ''cerchiesca'' si era alleata con i ghibellini. Il papa convocò a Roma [[Vieri de' Cerchi]] per farsi dare spiegazioni, ed egli si recò diligentemente riferendo come la sua fede guelfa fosse salda, ma come non fosse possibile riappacificarsi con l'altro partito. I Cerchi confinati, con il sostegno di [[Lotteringo Gherardini]] tornarono allora in città e poco dopo seguirono anche i capi dei Donati. Lo stesso autunno Bonifacio VIII nominò [[Carlo Valois]], fratello di [[Filippo il Bello di Francia]], ''Paciaro di Toscana'', una carica non ben definita e che molti giudicarono come minacciosa.
 
===L'esilio dei neri===
[[ImmagineFile:Stemma Donati.jpg|thumb|200px|Stemma Donati, da [[Santa Maria Novella]]]]
I Donati vennero scoperti di aver tramato di eliminare la parte bianca in un consiglio segreto tenutosi in [[Basilica di Santa Trinita|Santa Trinita]] (giugno [[1301]]). Una volta scoperto il cosiddetto Consiglio di Santa Trinita (vi era implicato anche Simone de' [[Bardi (famiglia)|Bardi]], marito di [[Beatrice Portinari]]), i neri vennero puniti duramente, con l'esilio dei capi della fazione, multe e confische. È la fugace vittoria dei bianchi citata da [[Dante Alighieri|Dante]] nella profezia di [[Ciacco]]:
{{quote|[...] Dopo lunga tencione
 
===L'intervento di Carlo di Valois e l'esilio dei bianchi===
Il principe francese si trovava a Firenze dal [[1 novembre]] [[1301]], in una visita di cortesia mascherata, che generava molta inquietudine nei fiorentini. Vi era entrato in pompa magna, con cavalli e fanti di picche, con l'intento ufficiale di riportare la pace tra le fazioni in lotta, e giurando solennemente di non arrecare danno alla città e alle sue istituzioni per nessuna ragione. Molti sono gli aneddoti che riporta il Compagni, come quello secondo il quale Carlo invitò i priori presso la sua residenza nelle case dei [[Frescobaldi]]: essi tuttavia ebbero sospetto e solo tre andarono<ref>''Cronica'' Libro II, XIII</ref>, i quali, una volta lì, si resero conto loro malgrado di non essere desiderati e che l'invito era stato forse solo un maldestro tentativo di imprigionarli tutti.
 
Il Valois iniziò tuttavia a promulgare leggi dure e richiese il pagamento di tributi per la sovvenzione della sua milizia. Egli aveva inoltre provveduto a nominare alla suprema magistratura fiorentina, quella di [[podestà]], [[Cante Gabrielli]] da [[Gubbio]], uomo fedele alla Chiesa ed ai disegni politici di Bonifacio VIII ([[9 novembre]] [[1301]]).
 
La progressiva occupazione del potere fece sì che non ci furono reazioni quando i Donati iniziarono a rientrare in città alla spicciolata, non solo violando la disposizione dell'esilio, ma dandosi a saccheggi, omicidi e altre efferatezze.
Carlo di Valois si risolse anche all'utilizzo di stratagemmi, con lo scopo di eliminare gli elementi a lui ostili, come in occasione della scoperta di un documento che avrebbe provato l'esistenza di una congiura contro la sua persona ([[1302]]). Questo documento, tuttora esistente nell'Archivio di Stato, è rappresentato da un atto notarile stipulato tra i [[Cerchi]], i [[Gherardini]] e la [[Repubblica di Siena]]: tuttavia non è mai stato chiarito se si trattasse di un originale o di una messinscena architettata dai neri, come piuttosto sembrerebbe. Fatto sta, che quella fu la scusa anche per sradicare dal contado le ultime frange della nobiltà signorile e di fatto, con la distruzione del castello di [[Montagliari]], finì l'epoca feudale in Toscana.
 
All'ottobre [[1302]] il potere era ormai in mano ai neri che si erano insediati in tutti gli uffici governativi con l'appoggio del papa e del Valois. Al [[30 giugno]] [[1302]], termine della sua podesteria, Cante Gabrielli si era reso responsabile di 170 condanne a morte ed dell'espulsione di circa seicento cittadini della fazione dei bianchi.
 
===Avvicinamento tra guelfi bianchi e ghibellini===
[[ImmagineFile:Palazzo dei priori di volterra, stemma della tosa.jpg|thumb|250px|Stemma dei Della Tosa (dal [[palazzo dei Priori (Volterra)|palazzo dei Priori]] di [[Volterra]])]]
La cacciata da Firenze, con l'esperienza dell'esilio ed i tentativi di rientrare in città con la forza, spinse i guelfi bianchi a cercare l'appoggio del partito [[ghibellino]], come prova ad esempio la battaglia ([[1303]]) presso [[Castel Puliciano]], che vide i fuoriusciti fiorentini uniti ai ghibellini di [[Scarpetta Ordelaffi]], signore di [[Forlì]], presso cui Dante si era rifugiato, quell'anno, ricevendone la qualifica di segretario. Ecco come introduce l'episodio [[Dino Compagni]]: «La terza disaventura ebbono i Bianchi e Ghibellini (la quale gli accomunò, e i due nomi si ridussono in uno) per questa cagione: che essendo [[Fulcieri da Calboli|Folcieri da Calvoli]] podestà di Firenze, i Bianchi chiamorono Scarpetta degli Ordalaffi loro capitano, uomo giovane e temperato, nimico di Folcieri».
 
 
===Tosinghi e Donateschi===
Dopo la cacciata dei bianchi, i conflitti cittadini si quietarono ma solo per poco: [[Rosso della Tosa]] e [[Corso Donati]], entrambi guelfi neri, si scontrarono l'un l'altro per il governo della città, dando origine ancora a due nuove fazioni, dei "[[tosinghi]]" e dei "donateschi". Per esempio nel [[1301]] i Tosinghi erano riusciti a imporre il loro controllo sulla diocesi con il vescovo loro congiunto [[Lottieri della Tosa]]. A questo Corso aveva risposto prima alleandosi coi [[Cavalcanti]] (che ebbero le proprie case incendiate a causa di questa alleanza), poi, alcuni anni dopo, arrivando a cercare alleanza tra i fuorusciti [[ghibellini]], destando le ire della fazione dei Tosinghi, che nel [[1308]] cercarono di assassinarlo, riuscendoci dopo una tumultuosa giornata (ricordata da Dante in [[Purgatorio (Divina Commedia)|Purgatorio]], [[Purgatorio - Canto ventiquattresimo|Canto XXIV]], v. 79-87), che vide anche il saccheggio e l'incendio delle [[torri di Corso Donati|case di Corso]].
 
Dopo questo ennesimo episodio di violenza e la cacciata dei Donateschi, la città iniziò a normalizzare la propria vita politica e sociale, mentre nuove famiglie stavano sorgendo all'orizzonte.
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