Differenze tra le versioni di "Marcia su Roma"

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La notte tra il 27 e il 28 il Presidente del Consiglio fu svegliato per essere informato che le colonne fasciste erano partite verso Roma, sui treni che avevano requisiti, mentre il re si consultava con i maggiori esponenti del [[Regio Esercito]] e della [[Regia Marina]], tra i quali [[Armando Diaz|Diaz]], [[Paolo Emilio Thaon di Revel|Thaon di Revel]], [[Guglielmo Pecori Giraldi|Giraldi]] e [[Roberto Bencivenga|Bencivenga]], per fare il punto della situazione: "Sciaboletta" chiese ai suoi generali se le forze armate sarebbero state fedeli alla monarchia in caso di stato d'assedio e quelli, per voce di Diaz, risposero che "l'esercito avrebbe certamente fatto il suo dovere, ma sarebbe stato bene non metterlo alla prova".<ref>Alberto Consiglio, ''Badoglio re di complemento'', Cino del Duca, Bologna, 1964, p.77</ref>
 
Il ministro della Guerra Marcello Soleri, che si era fermato a dormire nei locali del proprio ministero, prontamente diede mandato al sottosegretario [[Aldo Rossini]] e al deputato [[Giuseppe Bevione]] di provvedere alla stesura di un manifesto auspicante «disarmo di spiriti», «disarmo di azioni» e contenente un chiaro appello a troncare, «senza indugio, una esasperazione produttrice soltanto di dolori e di rovine»; inoltre il detto documento doveva chiarire che il Governo intendeva «difendere lo Stato a qualunque costo e con qualunque mezzo e contro chiunque attentasse alle sue leggi», assumendo, se necessario, «ogni responsabilità per la inflessibile tutela della sicurezza e dei diritti dello Stato».<ref>Duccio Chiapello, ''Marcia e contromarcia su Roma. Marcello Soleri e la resa dello Stato liberale'', Aracne, Roma, 2012, p. 111</ref> Con questo manifesto, alle due e mezza circa del mattino Facta partì per Villa Savoia,<ref> ciò è confermato da una lettera di [[Amedeo Paoletti]], segretario particolare di Facta, a [[Efrem Ferraris,]], pubblicata su «La Stampa» del 21 febbraio 1948</ref> ove si trovava il re, il quale, esaminatolo, si disse d’accordo.
 
Il documento, pur molto fermo, non conteneva la proclamazione dello stato d'assedio, anche se ne prospettava implicitamente l'eventualità. Il sovrano, dunque, dando il proprio consenso a tale manifesto non ritenne di essersi impegnato - come Facta e Soleri invece pensarono - a dar corso allo stato d'assedio. Alle 6 del mattino del giorno 28, si riunì al [[Palazzo del Viminale|Viminale]] (allora sede della Presidenza del Consiglio) il consiglio dei ministri che decise di proclamare lo stato di assedio: il ministro dell'Interno Taddei stilò un proclama sulla falsariga di quello che [[Luigi Pelloux]] aveva stilato nel [[1898]] e il suo capo di Gabinetto Efrem Ferraris lo fece dare immediatamente alle stampe, inviandolo a tutte le prefetture senza attendere, «stante l'urgenza», che il re firmasse il relativo decreto<ref>Duccio Chiapello, ''Marcia e contromarcia su Roma. Marcello Soleri e la resa dello Stato liberale'', Aracne, Roma, 2012, p. 123</ref>.
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