Differenze tra le versioni di "Gallieno"

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{{Vedi anche|Anarchia militare}}
 
Tra le fonti della vita di Gallieno, una delle più importanti è la ''[[Historia Augusta]]'', la quale descrive le gesta di Gallieno dal punto di vista del [[Senato romano]], e quindi mostrando ostilità verso questo imperatore. Nel corso del [[253]] una nuova ondata di [[Goti]], [[Borani (popolo)|popolo]], [[Carpi (popolo)|Carpi]] ed [[Eruli]] portò distruzione fino a [[Pessinunte]] ed [[Efeso]] via mare, e poi via terra fino ai territori della [[Cappadocia (provincia romana)|Cappadocia]].<ref name="GiordaneXIX">Giordane, XIX.</ref><ref>Zosimo, I.26-28.</ref> E mentre [[Emiliano (imperatore romano)|Emiliano]], allora governatore della [[Mesia|Mesia inferiore]], era costretto a ripulire i territori romani a sud del Danubio dalle orde dei [[Barbaro|barbari]], scontrandosi vittoriosamente ancora una volta con il capo dei Goti, [[Cniva]] (primavera del 253) e ottenendo grazie a questi successi il titolo di imperatore, ne approfittarono le armate dei [[Sasanidi]] di [[Sapore I]], che provocarono un contemporaneo [[Campagne siriano-mesopotamiche di Sapore I|sfondamento del fronte orientale]], penetrando in [[Mesopotamia (provincia romana)|Mesopotamia]] e [[Siria (provincia romana)|Siria]] fino ad occupare la stessa [[Antiochia di Siria|Antiochia]].<ref>Zosimo, I.27.2 e I, 28.1-2; {{Cita|Grant 1984|pp. 220-221|Grant 1984|harv=s}}.</ref><ref name="Mazzarino526">{{Cita|Mazzarino 1973|p. 526|Mazzarino 1973|harv=s}}.</ref>
 
È in queste circostanze che fu elevato alla porpora [[Valeriano]] (22 ottobre del [[253]]). Il [[Senato romano]] ratificò la nomina ad Imperatore delle truppe di [[Rezia (provincia romana)|Rezia]], elevando contestualmente il figlio Gallieno al ruolo di ''[[cesare (titolo)|Cesare]]''.<ref>Aurelio Vittore, ''De Caesaribus'', 32.1-3.</ref> Quando in seguito Valeriano giunse a [[Roma antica|Roma]], decise di innalzare il figlio al rango di co-[[augusto (titolo)|augusto]], mentre il nipote [[Cornelio Valeriano]]<ref name="AurelioVittoreEpitCaes32.2">[[Aurelio Vittore]], ''De Caesaribus'', 32.2.</ref><ref name=southern78>{{Cita|Southern 2001|p. 78|Southern 2001|harv=s}}.</ref> o l'altro suo figlio, [[Publio Licinio Valeriano (console 265)|Valeriano il giovane]],<ref>''[[Historia Augusta]]'', ''Valeriani duo'', 8.1; {{AE|2005|1476}}.</ref> a quello di ''Cesare''. Nell'[[Impero romano]] all'epoca della [[crisi del III secolo]], la pratica di associare un figlio al trono era abituale, come nel caso di [[Massimino Trace]] e [[Gaio Giulio Vero Massimo|Massimo]],<ref>''[[Historia Augusta]]'', ''Massimini duo'', 8.1.</ref> [[Filippo l'Arabo]] e [[Marco Giulio Severo Filippo|Severo Filippo]],<ref>[[Aurelio Vittore]], ''De Caesaribus'', 28.3.</ref> [[Decio]] ed [[Erennio Etrusco]],<ref>[[Aurelio Vittore]], ''De Caesaribus'', 29.1; ''Epitome de Caesaribus'', 29.2.</ref> [[Treboniano Gallo]] e [[Volusiano]].<ref>[[Aurelio Vittore]], ''De Caesaribus'', 30.1.</ref> Nel caso di Valeriano e Gallieno, oltre a vantaggi dinastici, l'associazione del figlio adulto al trono del padre,<ref name="AurelioVittoreEpitCaes32.2"/> permise di avere due imperatori perfettamente capaci di governare, dando così all'agire imperiale doppio vigore. Si trattava di qualcosa di più simile a quanto era accaduto alla metà del [[II secolo]], quando, morto [[Antonino Pio]], [[Marco Aurelio]] associò al trono il fratello adottivo [[Lucio Vero]].<ref>[[Aurelio Vittore]], ''De Caesaribus'', 16.5; ''De Caesaribus'', 16.3.</ref> E così padre e figlio si spartirono l'amministrazione dell'Impero e partirono appena possibile per le rispettive destinazioni, Gallieno, dopo essere stato nominato [[console romano|console ordinario]] per il [[254]], in Occidente lungo il [[limes renano|''limes'' renano]],<ref name="ReferenceA">[[Aurelio Vittore]], ''De Caesaribus'', 33.1.</ref> Valeriano in Oriente.<ref>[[Aurelio Vittore]], ''De Caesaribus'', 32.5.</ref>
[[File:Bas relief nagsh-e-rostam al.jpg|thumb|upright=1.5|left|Rilievo sasanide a [[Naqsh-e Rustam]] raffigurante [[Sapore I]] che tiene prigioniero Valeriano e riceve l'omaggio di [[Filippo l'Arabo]], inginocchiato davanti al sovrano sasanide.]]
 
E così l'imperatore [[Valeriano]] fu costretto ad intervenire, riuscendo a riconquistare la capitale della Siria, [[Antiochia di Siria|Antiochia]], quello stesso anno ([[253]]) o l'anno successivo ([[254]]), facendone poi il suo "quartier generale" per la ricostruzione dell'intero [[limes orientale|fronte orientale]]. Ancora nel [[256]]<ref name="Rémondon75" />. gli eserciti di [[Sapore I]] sottraevano importanti roccaforti al dominio romano in [[Siria (provincia romana)|Siria]],<ref name="Eutropio9.8" /> tra cui [[Dura Europos]] che questa volta, dopo una strenue resistenza, fu [[assedio di Dura Europos (256)|definitivamente distrutta]] insieme all'intera guarnigione romana.<ref>[[Clark Hopkins]] (1947), ''L'assedio di Dura''. The Classical Journal '''42''' (5): pp. 251-259.</ref> I pochi sopravvissuti furono condotti a [[Ctesifonte]] e venduti come schiavi. La città fu saccheggiata al punto che non fu mai ricostruita. Ancora una volta Valeriano fu costretto a reagire, riuscendo a recuperare inizialmente parte dei territori perduti, fino a tutto il [[259]]. Sembra infatti che già nella primavera del [[257]] i Romani ebbero la meglio sui Persiani presso ''[[Circesium]]''<ref> ({{Cita|Drinkwater 1987|p. 42|Drinkwater 1987|harv=s}}).</ref>
 
Una nuova invasione compiuta da [[Sapore I]] ai danni dell'[[Impero romano]], costrinse per la terza volta Valeriano ad intervenire (nel [[260]]). Il padre di Gallieno, infatti, informato della nuova invasione in Oriente, si recò in tutta fretta ad [[Antiochia di Siria|Antiochia]], dove una volta riorganizzato l'esercito marciò fino in [[Cappadocia (provincia romana)|Cappadocia]], dove però incontrò la [[peste]] che decimò il suo [[esercito romano|esercito]], permettendo a Sapore I di continuare a saccheggiare altri territori romani.<ref name="Zosimo, I.36.1"/><ref name="Patrizio9">[[Pietro Patrizio]], frammento 9.</ref>
Resosi conto dell'impossibilità di proteggere contemporaneamente tutte le province dell'impero con una statica linea di uomini posizionati a ridosso della frontiera, Gallieno sviluppò una pratica che era iniziata verso la fine del [[II secolo]] sotto [[Settimio Severo]] (con il posizionamento di una legione, la [[legio II Parthica]], [[Castra Albana|a pochi chilometri]] da [[Roma antica|Roma]]<ref>[[Giuseppe Lugli]] (1919), ''Castra Albana. Un accampamento romano fortificato al XV miglio della Via Appia''. Ausonia '''9''': p. 258.</ref>), ovvero posizionando una riserva strategica di soldati ben addestrati pronti ad intervenire, dove serviva nel minor tempo possibile (contingenti di cavalleria a ''[[Mediolanum]]'', ''[[Sirmio]]'',<ref>{{CIL|3|3228}} (p 2328,182).</ref> ''[[Poetovio]]''<ref>{{AE|1936|55}}, {{AE|1936|53}}, {{AE|1936|56}}, {{AE|1936|55}}, {{AE|1936|54}}, {{AE|1936|57}}.</ref> e ''[[Lychnidos]]''<ref>{{AE|1934|193}}.</ref>).<ref>Giuseppe Cascarino; Carlo Sansilvestri, ''L'esercito romano. Armamento e organizzazione, Vol. III: Dal III secolo alla fine dell'Impero d'Occidente'', Rimini, il Cerchio, 2009, p. 26. ISBN 88-8474-215-3</ref> In accordo con queste considerazioni, Gallieno attorno agli anni [[264]]-[[268]], o forse poco prima<ref>{{Cita|Grant 1984|p. 232|Grant 1984|harv=s}}.</ref>, costituì questa riserva strategica centrale (che sarà alla base della futura riforma dell'esercito di [[Diocleziano]]), formata prevalentemente da unità di [[cavalleria (storia romana)|cavalleria]] pesante dotate di armatura (i cosiddetti ''[[promoti]]'', tra cui spiccavano gli ''equites Dalmatae'', gli ''equites Mauri<ref>{{CIL|16|108}}; {{CIL|16|114}}.</ref> et Osroeni''), poiché queste percorrevano distanze maggiori in minor tempo della [[legione romana|fanteria legionaria]] o [[truppe ausiliarie dell'esercito romano|ausiliaria]]. Ed ogni volta che i barbari sfondavano il ''[[limes romano]]'' e s'inoltravano nelle province interne, la "riserva strategica" poteva così intervenire con forza dirompente<ref>{{Cita|Mazzarino 1973|pp. 551-552|Mazzarino 1973|harv=s}}.</ref>. La base principale scelta da Gallieno per la nuova armata fu posta a [[Mediolanum|Milano]], punto strategico equidistante da Roma e dalle vicine [[limes romano|frontiere settentrionali]] della [[Rezia (provincia romana)|Rezia]] e del [[Norico (provincia romana)|Norico]]. Si trattava di un'iniziativa resasi necessaria anche a causa della perdita degli ''[[Agri decumates]]'' tra il [[Reno (Germania)|Reno]] ed il [[Danubio]], che aveva portato i vicini [[Germani]] a trovarsi più vicini alla penisola italica, centro del potere imperiale.<ref>{{Cita|Watson 1999|p. 11|Watson 1999|harv=s}}; {{Cita|Grant 1984|p. 232|Grant 1984|harv=s}}.</ref>
 
I generali che comandavano questa forza, quindi, avevano nelle loro mani un potere incredibile e non è un caso che futuri ''augusti'' come [[Claudio II il Gotico]] o [[Aureliano]] ricoprissero questo incarico prima di diventare imperatori.<ref>Zonara XII, 23; Aurelio Vittore, ''De Caesaribus'' 33, 21; Zosimo I, 40 e ''[[Historia Augusta]]'', ''Gallieni duo'' 14, 1-11 che dà il nome, Cercopio, al ''dux Dalmatarum'' che uccise Gallieno, probabilmente un ufficiale di Aureliano.</ref> È vero anche che questa riforma eliminò definitivamente ogni legame tra le legioni e l'Italia, poiché i nuovi comandanti, che erano spesso militari di carriera partiti dai gradi più bassi, erano interessati al loro tornaconto o al massimo alla provincia d'origine, non a [[Roma antica|Roma]].<ref name="HAClaudio-Aureliano">''[[Historia Augusta]]'', ''Divus Claudius'' e ''Divus Aurelianus''.</ref> La predisposizione per la [[cavalleria (storia romana)|cavalleria]] riguardava non solo le forze ausiliarie ed i numeri, ma anche le [[legione romana|legioni]] stesse, dove il numero di cavalieri passò da 120 a 726 per legione. Sembra infatti che Gallieno abbia aumentato il contingente di cavalleria interno alla [[legione romana|legione]] stessa, portandolo da soli 120 cavalieri a 726, dove la prima [[coorte]] era composta da 132 cavalieri, mentre le altre nove di 66 ciascuna. Questo incremento fu dovuto proprio alla necessità di avere un [[esercito romano|esercito]] sempre più "mobile".<ref>[[Flavio Vegezio Renato|Vegezio]], ''[[Epitoma rei militaris]]'', II, 6.</ref><ref name="Dixon&Southern27-28">Karen R. Dixon; Pat Southern, ''The Roman Cavalry: From the First To the Third Century'',London, Batsford, 1992, pp. 27-28. ISBN 0-7134-6396-1</ref>
 
La riforma di Gallieno, inoltre, toglieva ai [[Senato (storia romana)|senatori]] ogni carica militare; se in passato i comandanti delle legioni (''[[legatus legionis]]'') provenivano dal Senato a parte quelli che comandavano le legioni [[Egitto (provincia romana)|egiziane]], ora provenivano dalla [[Equites|classe equestre]] (''[[praefectus legionis]]'').<ref>{{CIL|7|107}}; {{CIL|3|1560}} (p 1017); {{CIL|3|875}} (p 1014); {{CIL|3|3424}}; {{AE|1965|9}}.</ref> Gallieno non fece altro che formalizzare una pratica che già esisteva dall'epoca di [[Augusto]] relativamente alle legioni di stanza in [[Egitto (provincia romana)|Egitto]] ed ampliata con [[Settimio Severo]], riguardo a quelle di stanza nella nuova provincia di [[Mesopotamia (provincia romana)|Mesopotamia]] (come la [[Legio I Parthica|I]] e [[Legio III Parthica|III ''Parthica'']]) ed in Italia presso il ''[[castrum]]'' sui [[colli Albani]], a sud di Roma (''[[Legio II Parthica]]'').<ref>{{Cita|Mazzarino 1973|p. 550|Mazzarino 1973|harv=s}}; {{CIL|8|20996}}.</ref> Questo punto della riforma eliminò, pertanto, in modo definitivo ogni legame tra le legioni e l'Italia, poiché i nuovi comandanti, che erano spesso militari di carriera partiti dai gradi più bassi e arrivati a quelli più alti, erano interessati più al proprio tornaconto o al massimo agli interessi della provincia d'origine (in particolare a [[Illiricum|quelle Illiriche]]; vedi anche [[Imperatori illirici]]), ma non a Roma.<ref name="HAClaudio-Aureliano"/> I generali che comandavano questa forza, quindi, avevano nelle loro mani un potere incredibile e non è un caso che futuri ''augusti'' come [[Claudio II il Gotico]] o [[Aureliano]] ricoprissero questo incarico prima di diventare imperatori.<ref>Zonara XII, 23; Aurelio Vittore, ''De Caesaribus'' 33, 21; Zosimo I, 40 e ''[[Historia Augusta]]'', ''Gallieni duo'' 14, 1-11 che dà il nome, Cercopio, al ''dux Dalmatarum'' che uccise Gallieno, probabilmente un ufficiale di Aureliano.</ref>
 
===== Politica culturale, artistica del periodo =====
 
Fu questo periodo che vide fiorire il [[Neoplatonismo]], il cui maggior rappresentante, [[Plotino]], fu amico personale di Gallieno e Salonina. I ritratti di Gallieno si rifanno allo stile classico-ellenistico di quelli di [[Publio Elio Traiano Adriano|Adriano]], ma la nuova spiritualità è evidente dallo sguardo verso l'alto e dalla palese immobilità del ritratto, che danno un senso di trascendenza e immutabilità. Lo stesso imperatore rinnovò i legami con la cultura ellenica rafforzati da Adriano e [[Marco Aurelio]],<ref>''Historia Augusta'', '' Gallieni duo'', 11.4.</ref> recandosi in visita ad [[Atene]], diventando [[arconte eponimo]]<ref>''Historia Augusta'', ''Gallieni duo'', 11.3.</ref> e facendosi iniziato ai misteri di [[Demetra]].
 
{{Citazione|In verità Gallieno si segnalava, non lo si può negare, nell'oratoria, nella poesia ed in tutte le arti. Suo è il celebre [[epitalamio]] che risultò il migliore tra cento poeti. [...] si racconta che abbia recitato: |''[[Historia Augusta]]'', ''Gallieni duo'', 11.6-8.}}
 
Tale slancio verso il trascendente e la divinità è rimarcato dalle emissioni numismatiche di Gallieno. Lì dove l'imperatore si trovava per far sentire la propria presenza in zone dell'impero minacciate, la zecca locale coniava monete in cui gli dei (tra cui [[Giove (divinità)|Giove]] in diverse incarnazioni, [[Marte (divinità)|Marte]], [[Giunone]], [[Apollo (divinità)|Apollo]], [[Esculapio]], [[Salus]]...) venivano ritratti come protettori dell'imperatore, direttamente o tramite gli animali che li rappresentavano. Un posto particolare fu quello del [[Sole Invitto]], che venne identificato come ''comes Augusti'', "compagno dell'augusto": tale divinità era particolarmente venerata dai soldati, ancor di più da quelli orientali, dei quali Gallieno cercava il favore e il sostegno.
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