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Alla prova della storia, i disegni politici del Giberti, ostacolati anche dalle incertezze e dalle indecisioni del papa, fallirono tragicamente. Il 6 maggio 1527 un'orda senza freno di milizie imperiali, rimaste senza guida e senza controllo, prese Roma al primo assalto e la sottopose a uno spaventoso saccheggio che rischiò di annientare la città. Il Berni, che vi rimase direttamente coinvolto, cercò di esprimere l'orrore dell'esecrando spettacolo a cui fu costretto ad assistere in una serie di ottave aggiunte al suo rifacimento dell'''Orlando innamorato'', ma non ci riuscì («Io vorrei dir, ma l'animo l'aborre...»).<ref>''Orlando innamorato'', I, xiv, 23-28.</ref>
 
Sopravvissuto ai massacri, alla fame, alla peste, riparò per qualche tempo in [[Mugello]], dove aveva delle proprietà; quindi raggiunse nel suo vescovado di Verona il padrone, che aveva abbandonato definitivamente la Curia per votarsi a un progetto di riforma ''in membris'', cioè che partisse dalla periferia per conquistare il centro e che in primo luogo comportasse per i vescovi l'obbligo di risiedere nella loro sede episcopale. Ma nonostante i propositi di buona volontà più volte manifestati, la convivenza con il Giberti, che a Verona aveva fondato un cenacolo di severo umanesimo cristiano, restò sempre difficile e conflittuale. Il Berni tentò una prima evasione dalla «suggezione in che stava in Verona»<ref>Si veda il titolo tradizionale del sonetto ''S'io posso un dì porti le mani addosso''.</ref> nel 1531, quando tentò di accasarsi con i tre giovani abati Cornaro, figli del [[Francesco Corner (1478-1543)|cardinale Francesco]], che dimoravano insieme a [[Padova]].<ref>Vedi Virgili 1881, pp. 251-257.</ref> Tornato poco dopo con il Giberti, riprese a scrivere versi paradossali, sintomo di un'inquietudine che avrebbe portato di lì a poco alla rottura definitiva.
 
Alla fine del 1532 il Berni passò al servizio del cardinale [[Ippolito de' Medici]], nipote del papa, e ritornò a Roma minacciando di «far''vi'' il bordello».<ref>Lettera ''Al signor abbate di Vidor'', marzo 1533, in Francesco Berni 1999, p. 487.</ref> Tuttavia, nonostante che il servizio fosse assai poco faticoso («mangio 'l suo pane e non me l'affatico»)<ref>''Capitolo a messer Baccio Cavalcanti'', v. 21, in ''Rime'' 1985, LX, p. 171.</ref> e piuttosto remunerativo, dopo pochi mesi, nel settembre 1533, approfittando di un viaggio di quest'ultimo verso [[Nizza]], il poeta si fermò a Firenze, dove aveva ottenuto un canonicato della [[cattedrale di Santa Maria del Fiore]].
 
Morì nel 1535, a soli 38 anni, dopo un'agonia durata una settimana, in casa di [[Ricciarda Malaspina]], marchesa di Massa, dove era stato colto da un improvviso malore. Si parlò di oscuri intrighi alla corte del duca [[Alessandro de' Medici (duca di Firenze)|Alessandro de' Medici]] e si disse che fosse stato avvelenato per non aver voluto propinare lui il veleno al cardinale [[Giovanni Salviati]].<ref>Vedi Virgili 1881, pp. 481-507.</ref> Non vi sono elementi certi né per affermare né per negare.
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