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Questa produzione, connessa ai liberi costumi di un ambiente spregiudicato, si arresta all'avvento di papa Adriano VI (contro il quale il Berni scagliò un rabbioso capitolo ternario) e all'esilio in Abruzzo, per dileguare affatto dopo il passaggio al servizio del Giberti. In quest'epoca fiorisce invece il sonetto di polemica politica (è celebre ''Un papato composto di rispetti'', contro l'inettitudine di papa Clemente VII) o letteraria (è celebre ''Chiome d'argento fino'', parodia della poesia petrarchesca dettata dal [[Pietro Bembo|Bembo]]). Ma è anche l'epoca del ''Dialogo contra i poeti'', che liquida la vacuità e l'empietà della poesia umanistica alla luce della dottrina cristiana, reclamando concretezza e rettitudine. Tuttavia il Berni non resiste a riesumare un episodio della passata attività pubblicando nel 1526 il ''Commento alla Primiera'', nel quale tace completamente della componente oscena dei versi, ma si lascia sfuggire frecciate polemiche contro gli "scrupolosi" (i rigoristi), tra i quali è da annoverare - è ovvio - il suo austero padrone.
 
Dopo il sacco del 1527 e il sonetto di vituperio contro Pietro Aretino (''Tu ne dirai e farai tante e tante''), la sua attività letteraria sembra concentrarsi nel rifacimento dell'''[[Orlando innamorato]]'' di [[Matteo Maria Boiardo]], per il quale chiedeva i privilegi di stampa nel 1531, ma che sarà pubblicato soltanto postumo. Si tratta di un poema toscanizzato ma anche "moralizzato",<ref>Vedi Danilo Romei, ''L'"Orlando" moralizzato dal Berni'', in Id., ''Da Leone X a Clemente VII. Scrittori toscani nella Roma dei papati medicei (1513-1534)'', Manziana (Roma), Vecchiarelli editore («Cinquecento» - Studi, 21), 2007, pp. 181-201.</ref> che invita a leggere le vicende narrate in funzione dei proemi premessi a ogni canto e degli insegnamenti morali che vi si espongono. L'operazione non risulta molto convincente.
 
Dopo l'esperimento del capitolo epistolare, inaugurato nel 1528 con il ''Capitolo a messer Francesco milanese'', e di quello narrativo con il ''Capitolo del prete da Povigliano'' (1532), il Berni tornava al capitolo paradossale negli ultimi mesi del servizio con il Giberti (1532), votando le sue lodi alla ''Peste'', ad ''Aristotele'', al ''Debito''. In questi casi il paradosso non implicava più, almeno per principio, l'equivoco osceno, ma prendeva di mira bersagli ideologici: la convinzione che la natura sia necessariamente buona perché creata da Dio, l'aristotelismo che si andava affermando, le convenzioni sociali.
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