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Lo '''schlokaśloka''' (in [[sanscritodevanāgarī ]]: श्लोक,; s.m.; pronunciato {{IPA|ˈɕloːkə}} espesso anglicizzato in ''shloka'' o ''sloka'' con il significato di "canzonecanto", "stanza", "metro epico" dalla radice ''śru'', orecchio<ref name=MacDonell>{{Cita| MacDonell |pp. 232-3}}, 1927.</ref>) è una categoria di [[verso|versi]] della [[metrica]] [[Sanscrito vedico|vedica]] [[anuṣṭubh]].detta Rappresenta la base della poesia epica indiana e può essere considarata la forma del verso indiano per eccellenza, dal momento che si tratta di quella che appare più frequentemente nella poesia classica in sanscrito<ref name=MacDonell/>. Ilanche ''[[Mahabharataanuṣṭubh]]'' e il ''[[Ramayana]]'', per esempio, sono scritti quasi esclusivamente in schloka. La visione tradizionale è che questa forma di versi venne in mente a [[Valmiki]], l'autore del ''Ramayana'', vedendo un cacciatore abbattere uno di due uccelli in amore.
 
Rappresenta la base della poesia epica indiana e può essere considarata la forma del verso hindū per eccellenza, dal momento che si tratta di quella che appare più frequentemente nella poesia classica in sanscrito<ref name=MacDonell/>. Il ''[[Mahābhārata]]'' e il ''[[Rāmāyaṇa]]'', per esempio, sono scritti quasi esclusivamente in ''śloka''.
 
La tradizione [[Induismo|hindū ]] assegna la scoperta di questo tipo di "canto" [[Vālmīki]], mitico autore del ''Rāmāyaṇa''.
 
Nella prima sezione (''kāṇḍa'') del ''Rāmāyaṇa'' si avvia con il celebre ''[[Ṛṣi]]'' della sfera celeste (''devaṛṣi''), Nārada<ref>Già menzionato nell'<nowiki></nowiki>''Atharvaveda'', ad es. IV, 19,9. È un ''devaṛṣi'' in quanto, come illustrato da Śaṅkara, pur essendo libero da ogni condizionamento rinasce al fine di portare a compimento la sua missione; da qui i ''[[Purāṇa]]'' e gli ''[[Itihāsa]]'' che lo vogliono di volta in volta, e ad esempio, come un Prajāpati emerso dalla gola, o dalla fronte, di Brahmā, ancora come figlio di Kaśyapa oppure figlio di Viśvāmitra, etc. </ref>, che visita Vālmīki, il quale con l'occasione gli domanda quale sia l'eroe da celebrare per la sua virtù, "Rāma" risponde il ''devaṛṣi'', narrandogliene le vicende epiche.<br>
Il giorno successivo, ancora impressionato dal racconto di Nārada, Vālmīki si reca sulle rive del fiume Tamasā per le quotidiane purificazioni mattutine. Lì il poeta coglie un cacciatore uccidere un uccello ''krauñca''<ref>Probabilmente un ''[[Grus grus]]''.</ref> mentre questi si accoppiava. D'istinto Vālmīki lancia una maledizione contro il cacciatore, sorprendendosi per le parole pronunciate che conservavano comunque un ritmo meravigliosamente melodioso: il cantore aveva elaborato lo ''śloka'', il verso musicale su cui si sarebbe fondata la letteratura sanscrita. Vālmīki ritiene che tale stupendo ritmo melodioso non sia che il risultato del gioco divino, ''[[līlā]]'', e quindi si immerge nelle profondità meditative dove gli appare Brahmā che gli spiega la ragione della sua "scoperta": tale ritmo poetico si fonda sul dolore (''śoka'') ed è per questa ragione che prende il nome di ''śloka''.
{{q|Il dolore (''śoka'') dal grande saggio (''maharṣiṇā'') cantato in versi di quartine (''caturbhiḥ yaḥ pādaiḥ'') è divenuto attraverso la sua ripetizione (''anuvyāharaṇāt bhūyaḥ'') la strofa (''ślokatvam '').|''Rāmāyaṇa'', I, 2, 40|samākṣaraiḥ caturbhiḥ yaḥ pādaiḥ gīto maharṣiṇā<br>
saḥ anuvyāharaṇāt bhūyaḥ śokaḥ ślokatvam āgataḥ|lingua=sa}}
 
==Caratteristiche==