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A causa di questo problema alcuni positivisti come Neurath abbracciano le tesi del [[Filosofia del linguaggio#Naturalismo e convenzionalismo|convenzionalismo]] e la verità diventa una questione di conformità a ciò che la scienza ha già confermato e accettato. Questo metodo garantisce l'intersoggetività, ritenuta da Neurath indispensabile perché un asserto possa dirsi scientifico, e che invece il fenomenismo, con i suoi asserti protocollati privati, non garantisce arrivando addirittura al paradosso: ricercando l'obiettivo dell'oggettività si rischia di cadere nel vicolo cieco del [[solipsismo]].
D'altra parte sostenere che la verità di una proposizione dipenda dalla sua coerenza con credenze già accettate fa dire ad Ayer che non è più possibile distinguere una verità da una fiaba coerente, quale può essere qualsiasi sistema metafisico<ref>A.J. Ayer, ''Verification and Experience'',in "[[Società Aristotelica|Proceedings of the Aristotelian Society]]", NS 37, 1937, pp. 139-145.</ref>.
 
Anche Schlick era fortemente contrario a questa deriva e la sua formulazione della forma forte del principio di verificabilità voleva essere anche una risposta al convenzionalismo che imperava nella filosofia della scienza del '900 (soprattutto dopo la scoperta delle [[geometrie non euclidee]]). Di fronte al convenzionalismo che riteneva che la verità fosse solo un problema di coerenza tra proposizioni, Schlick si richiama all'empirismo come unico criterio di verificazione. Questo per evitare quel circolo vizioso citato sopra, e cioè che il senso di una proposizione derivi solo dalla coerenza interna delle definizioni date ai termini che la compongono. Il convenzionalismo può andare bene per scienze analitiche come la matematica e la geometria, scienze che non hanno lo scopo di dire di dare una rappresentazione del mondo come è, ma solo un modello di rappresentazione. Per dire come il mondo invece sia è necessario rompere il circolo e dare, di una proposizione, o legge fisica, una verifica (o un metodo di verifica) basata sull'esperienza. Russell riporta questo concetto con una celebre citazione: "I convenzionalisti dicono che in principio era il verbo, Schlick risponde che in principio era ciò che il verbo significa"<ref>P. Bordignon, ''Appunti di filosofia''</ref>.