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→‎Disegno e tinte: corretto termine errato
A questo punto si iniziava a stendere il colore. I colori a tempera erano di tre categorie: vegetali, derivati da pietre dure macinate o derivati da sintesi chimiche, spesso [[ossidazione]] di metalli. Alla prima categoria appartenevano le tinte come il [[giallo]] [[zafferano]], l'[[indaco]], la [[cocciniglia (colorante)|cocciniglia]] o le terre e il nero [[carbone]]; alla seconda i preziosi blu come l'[[Blu oltremare|oltremare]] di [[lapislazzuli]] o la più economica [[azzurrite]]; alla terza il bianco di [[biacca]] o il [[bianco di San Giovanni]], usato a Firenze. Le tempere erano solitamente sciolte con il [[tuorlo d'uovo]].
 
La tecnica pittorica nell'arte medievale italiana di solito prevedeva la stesura di velature partendo da quella più scura. Ad esempio per i corpi si partiva da un verde-terra che veniva via via brunitoschiarito per sovrapposizione fino ad arrivare alle tinte chiare del bianco e del rosa carnicino, che era il [[cinabrese]]. A volte restauri sbagliati ottocenteschi per ridare chiarore alle tavole hanno eroso con la [[Idrossido di sodio|soda caustica]] proprio quegli stati superficiali più chiari, andando ben oltre la velatura della polvere e ottenendo l'effetto contrario di scoprire le velature scure sottostanti.
 
La pittura avveniva di solito stendendo il dipinto in orizzontale o leggermente inclinato, comunque era un elemento che dipendeva dall'uso dell'artista e dalla grandezza del dipinto da eseguire.
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