Differenze tra le versioni di "Statua del dio Nilo"

Il popolo napoletano non si dimostrò avverso a questo fenomeno, tant'è che le colonie vennero soprannominate le «[[Nilo|nilesi]]», in onore del vasto fiume egiziano. Gli alessandrini decisero così di erigere una statua che ricordasse loro proprio il fiume Nilo, elevato ai ranghi di divinità portatrice di prosperità e ricchezza alla loro terra natia.
 
Nei secoli successivi, dopo essere caduta in oblio, la statua fu ritrovata acefala verso la metà del XII secolo, quando l'edificio del seggio fu costruito nell'area dell'attuale largo, venendo collocata così all'angolo esterno dello stesso palazzo. Il ritrovamento è riportato, nelle loro opere storiche, da [[Camillo Tutini]], [[Giovanni Antonio Summonte]] e, in epoca assai più recente, da Ludovico de la Ville Sur-Yllon<ref>Ludovico de la Ville Sur-Yllon, ''Il corpo di Napoli e la "capa" di Napoli'', in [[Napoli Nobilissima]], volume III, fascicolo II, 1894.</ref>.
 
Successivamente, con molta probabilità, la statua visse nuovamente momenti di abbandanoabbandono finché non se ne persero di nuovo le tracce, definitivamente. Venneper poi essere ancora una volta riscoperta solo nel XV secolo.
 
[[Bartolommeo Capasso]] ipotizzò che fu ritrovata durante i lavori di demolizione che interessarono parte dell'antico edificio del seggio di Nilo (i cui resti secondo [[Roberto Pane]] sono riscontrabili nei tre portici inglobati nei muri del [[palazzo Pignatelli di Toritto]]) attorno e non prima del 1476, quando le famiglie del seggio, notata la fatiscenza dell'edificio, acquistarono per la nuova sede una parte del [[chiesa di Santa Maria Donnaromita|monastero di Santa Maria Donnaromita]]<ref name="Capasso">Bartolommeo Capasso, ''Napoli graeco-romana...'', Tipografia Luigi Pierro & Figlio, Napoli, 1905.</ref>.
[[File:Chiesa di Santa Maria Assunta dei Pignatelli (Napoli).jpg|thumb|Panoramica di Largo Corpo di Napoli, piazzetta dove è collocata la statua.|left]]
 
A causa dell'assenza della testa, che non permise un'identificazione certa del soggetto, fu interpretata erroneamente come la statua di un personaggio femminile, per via della presenza di alcuni bambini (i putti) che sembrano allattarsi in seno alla madre. L'opera, secondo le cronache antiche, a partire dalla trecentesca [[Cronaca di Partenope]] e dalla ''Descrittione dei luoghi antichi di Napoli'' del 1549 di [[Benedetto De Falco]], stava a simboleggiare la città madre che allatta i propri figli; da qui nacque il nome ''cuorpo 'e Napule'' (corpo di Napoli), dato anche al largo dove è tuttora ubicata. Questa versione è principalmente riferita anche da [[Angelo Di Costanzo]], il quale scrisse nel 1581 sotto lo pseudonimo di Marco Antonio Terminio l'''Apologia di tre illustri Seggi di Napoli'', dove sostiene la maggiore nobiltà dei tre seggi (o sedili) di Porto, Portanova e Montagna a scapito dei due seggi di Nilo (definito con la corruzione "Nido") e Capuana, che dalla loro avanzavano altrettante pretese di primazia. La versione di Di Costanzo-Terminio è riportata e condivisa anche da [[Camillo Tutini]], [[Giovanni Antonio Summonte]] e, in epoca assai più recente, da Ludovico de la Ville Sur-Yllon<ref>Ludovico de la Ville Sur-Yllon, ''Il corpo di Napoli e la "capa" di Napoli'', in [[Napoli Nobilissima]], volume III, fascicolo II, 1894.</ref>.
 
Tuttavia [[Angelo Di Costanzo]], che scrisse nel 1581 sotto lo pseudonimo di Marco Antonio Terminio l'''Apologia di tre illustri Seggi di Napoli'', dove sostiene la maggiore nobiltà dei tre seggi (o sedili) di Porto, Portanova e Montagna a scapito dei due seggi di Nilo (definito con la corruzione "Nido") e Capuana, che dalla loro avanzavano altrettante pretese di primazia, riconosce e indica testualmente la statua come ''imagine del fiume Nilo''. D'altronde il seggio ebbe il nome "Nilo" (poi corrotto in "Nido") proprio per via del ritrovamento, segno che fu in origine identificato il vero significato della statua, ma col tempo questo fu perlopiù dimenticato.
 
Solo nel 1657, quando fu totalmente demolito il vecchio edificio del sedile, la scultura fu adagiata su un basamento e restaurata per iniziativa delle famiglie del seggio dallo scultore [[Bartolomeo Mori]], il quale integrò la statua con la testa di un uomo barbuto, le sostituì il braccio destro e vi apportò la cornucopia, la testa del coccodrillo presso i piedi del dio, la testa della sfinge posta sotto il braccio sinistro e i vari putti. Infine sul basamento fu posta un'epigrafe a ricordo, il cui testo, anche se in maniera imprecisa<ref name="Capasso" />, fu riportato da [[Tommaso De Rosa]] nella sua opera del 1702 intitolata ''Ragguagli storici della origine di Napoli'', realizzata con l'ausilo dello zio [[Ignazio De Rosa|Ignazio]].