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Fece molto per mantenere il marito a fianco della patria cartaginese in difficoltà.
Fatta prigioniera da [[Gaio Lelio]] insieme con il marito dopo la sconfitta nella [[battaglia dei Campi Magni]] (203 a.C.), [[Massinissa]] se ne innamorò e la sposò dopo la sconfitta del marito. Poiché [[Publio Cornelio Scipione|Scipione]] voleva farla prigioniera, perché temeva che la donna potesse sobillare Massinissa contro Roma, Massinissa inviò a sua moglie una tazza di veleno per evitarle l'umiliazione d'andare in catene a Roma.
Sofonisba bevve il tragico dono di nozze, preferendo morire, piuttosto che vivere come schiava dei romani.
 
La fortuna letteraria
La sua figura è stata fonte d'ispirazione per diverse opere artistiche:
La triste vicenda di Sofonisba ispirò molti scrittori e tragediografi, a cominciare dal [[Petrarca]] che le donna dedicò alcune pagine dei [[Trionfi]] (Tr. Cup., II, 79 ss.) e del poema Africa, ambientato proprio durante la seconda guerra punica (libro V); in epoche successive Sofonisba fu al centro delle omonime tragedie di [[Gian Giorgio Trissino]], dello scrittore francese Jean De Mairet (1634) e di [[Vittorio Alfieri]] (1789), che segue solo in parte il modello del Trissino e descrive più drammaticamente la morte dell'eroina in presenza del marito Massinissa e di Scipione.
 
La diffusione iconografica
Di pari passo con il diffondersi delle opere letterarie su Sofonisba, la sua figura appare nei cicli d'affreschi delle ville e dei palazzi italiani ed europei come esempio di virtù muliebre (es. [[Villa Caldogno]] a Vicenza).
Illustri pittori raffigurano il momento della sua morte in diverse opere artistiche:
* ''[[Sofonisba (Mantegna)|Sofonisba]]'' (1495-1505) dipinto di [[Andrea Mantegna]]
* ''[[Sofonisba (Trissino)|Sofonisba]]'' di [[Gian Giorgio Trissino]] (1524)
Utente anonimo