Differenze tra le versioni di "Campagna dell'Africa Orientale Italiana"

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|Effettivi1=91.000 italiani e 200.000 ascari nel giugno 1940; 340.000 uomini nel gennaio 1941
|Effettivi2= Circa 20.000 uomini nel giugno 1940; oltre 250.000 soldati più i guerriglieri etiopi nel gennaio 1941
|Perdite1= '''Truppe italiane:'''<ref>Il volume ''Le operazioni in Africa orientale'' di Alberto Rovighi, AUSSME, Tomo I, p. 476, riferisce che al 16 aprile 1941 le perdite tra le truppe italiane erano di 426 ufficiali morti, 703 feriti e 315 catturati, 4785 sottufficiali e soldati morti, 6244 feriti e 15.871 catturati; le perdite tra le truppe coloniali, incomplete (poiché mancavano i dati riferiti al Giuba ed ai fronti orientali) erano di 11.755 morti, 18.151 feriti e 3076 catturati. Dopo la data del 16 aprile 1941, tuttavia, i combattimenti in Africa Orientale proseguirono ancora a lungo: vi furono tra le altre le battaglie dell'Amba Alagi, che causò 3.500 perdite, quella di Culqualber, che causò 1003 morti (513 italiani e 490 coloniali) e 804 feriti (404 italiani e 400 coloniali), e quella di Gondar, che causò 4.000 morti (300 italiani e 3.700 coloniali) e 8.400 tra feriti e malati.</ref><br />almeno 6.000 morti<br />almeno 7.500 feriti<br />'''Truppe coloniali:'''<br />almeno 16.000-20.000 morti<br />almeno 20.000-30.000 feriti<br />tra 100.000 e 230.000 prigionieri (italiani e coloniali)<ref>[[Arrigo Petacco]], ''La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità'', Mondadori, pag. 68</ref><ref name="ReferenceA">[[Giorgio Bocca]], ''Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943'', Mondadori, pag. 318</ref>
|Perdite2= Sconosciute, più di 5.000 morti
}}
 
== La situazione italiana ==
La forza italiana presente in Africa Orientale nel giugno 1940 era molto consistente dal punto di vista numerico. I militari nazionali erano circa 91.000, raggruppati nelle [[65ª Divisione fanteria "Granatieri di Savoia"|divisioni "Granatieri di Savoia"]] e [[Divisione fanteria "Cacciatori d'Africa"|"Cacciatori d'Africa"]] (quest'ultima fortemente incompleta), nel [[Milizia Coloniale|"Gruppo CC.NN. d'Africa"]] su 31 btg., in 3 compagnie carri armati, e nelle forze di [[Polizia dell'Africa italiana]], della [[Regia Marina]] e della [[Regia Aeronautica]]. I quasi 200.000 indigeni ([[ascari]], [[dubat]], [[zaptié]], irregolari) si raggruppavano in 13 divisioni coloniali su 29 brigate (solo alcune complete, altre incomplete o ancora in via di formazione), 17 battaglioni autonomi, 8 squadroni di cavalleria, 22 gruppi-bande regolari e irregolari (quest'ultime generalmente male armate e di scarso valore bellico).<ref>[[Giorgio Rochat]] ''Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta'', Einaudi, pag. 298</ref>. Sulla carta gli italiani avevano una soverchiante superiorità numerica ma questa situazione era parzialmente modificata da diversi seri handicap. Le forze britanniche aumentarono sensibilmente nelle varie fasi della campagna, mentre gli italiani non ricevettero alcun rinforzo.
 
{| border="0" align="center" style="border: 1px solid #999; background-color:#FFFFFF"
|199.973
|-bgcolor="#fff0ee"
|colspan=7| <small>Forze italiane presenti in [[Africa Orientale Italiana]] nel giugno 1940. (Fonte: [[Giorgio Rochat]] ''Le guerre italiane 1935-1943'', Einaudi)
 
'''∗''' Altri corpi: [[Carabinieri]] (9.000), [[Guardia di Finanza]] (1.800), [[Regia Marina]] (10.200), [[Regia Aeronautica]] (7.700) e [[Polizia dell'Africa Italiana]] (6.400).
Insieme alle forze italiane combatté anche un piccolo numero di volontari tedeschi organizzati nella [[Compagnia Autocarrata Tedesca]].
[[File:Artiglieria coloniale italiana su Cassala.jpg|thumb|Artiglieria italiana a [[Cassala]] nel 1940]]
L'armamento delle forze italiane era, teoricamente, piuttosto nutrito dal momento che, oltre alle armi individuali (comprendenti 670.000 fucili, 5.300 fucili mitragliatori, 3.300 mitragliatrici, 57 mortai da 45mm45&nbsp;mm e 70 mortai da 81mm81&nbsp;mm), esse contavano anche su 811 cannoni (tutti risalenti al primo conflitto mondiale, alcuni dichiarati obsoleti nel 1910), 24 carri [[M-11/39]], 126 autoblindo antiquate o autocarri blindati e 39 carri L.<ref>Andrea Molinari, ''La conquista dell'impero. 1935-1941 La guerra in Africa Orientale'', Hobby & work, pag. 106.</ref><ref>A. Rovighi, ''Relazione AOI'', I, pagina 38</ref><br />
Tuttavia, anche se dal punto di vista numerico e degli armamenti la situazione poteva apparire ottimale, la particolare situazione del terreno, le ben note carenze che affliggevano le armate italiane e la situazione politica e strategica locale rendevano la forza italiana in Africa orientale ben inferiore rispetto a quanto potesse apparire sulla carta.<ref>Andrea Molinari, ''La conquista dell'impero. 1935-1941 La guerra in Africa Orientale'', Hobby & work, pag. 107.</ref><br />
Le deficienze maggiori riguardavano la motorizzazione, infatti la disponibilità di mezzi di trasporto era fortemente limitata (all'atto dell'entrata in guerra vi erano in tutto 5.300 autocarri<ref>Andrea Molinari, ''La conquista dell'impero. 1935-1941 La guerra in Africa Orientale'', Hobby & work, pag. 107.</ref>), e inoltre la scarsità di parti di ricambio (critica era la disponibilità di gomme, corrispondenti appena al fabbisogno di un paio di mesi) e di carburanti (le scorte di carburante erano valutate sufficienti a 6/7 mesi di esercizio salvo naturalmente eventuali distruzioni da parte del nemico), unita alla carenza di strade idonee, rendevano ancora più limitata la possibilità di rapidi e veloci spostamenti di truppe motorizzate, come sarebbe stato invece necessario<ref>Andrea Molinari, ''La conquista dell'impero. 1935-1941 La guerra in Africa Orientale'', Hobby & work, pag. 107.</ref>.<br />
Intanto, riconquistata la Somalia dai britannici nel marzo [[1941]], le truppe italiane furono respinte verso il centro dell'[[Etiopia]] sino a giungere alla resa (per totale mancanza di munizioni) con l'[[onore delle armi]] di [[Amedeo di Savoia-Aosta (1898-1942)|Amedeo duca d'Aosta]] viceré d'Etiopia sulle alture dell'[[Amba Alagi]] ([[Seconda battaglia dell'Amba Alagi]]).
 
Il 6 aprile [[Haile Selassie]] entrò a Debra Marcos e venne informato che le avanguardie di [[Alan Gordon Cunningham]] erano giunte alle porte della capitale dell'impero. Lo stesso giorno, infatti, Renzo Mambrini Maggiore Generale della [[Polizia dell'Africa Italiana]], cui erano stati conferiti tutti i poteri civili politici e militari dal [[Governatore dell'Africa Orientale Italiana]],<ref>{{Cita libro|nome=Angelo Del|cognome=Boca|titolo=Gli italiani in Africa Orientale - 3. La caduta dell'Impero|url=https://books.google.com/books?id=T1vCBAAAQBAJ|accesso=2 aprile 2016|data=14 ottobre 2014|editore=MONDADORI|ISBN=978-88-520-5496-9}}</ref> aveva comunicato la resa di [[Addis Abeba]] al Generale H. E. de R. Wetherall, ,comandante della undicesima divisione africana <ref>{{Cita web|url=http://ibiblio.org/hyperwar/UN/SouthAfrica/EAfrica/index.html|titolo=HyperWar: East African and Abyssinian Campaigns|sito=ibiblio.org|accesso=2 aprile 2016}}</ref> .
 
A Combolcià, pochi chilometri a sud di Dessiè, si trovavano postazioni difensive italiane; il raggruppamento di brigata sudafricana del generale Dan Pienaar impegnò l'artiglieria italiana con i suoi cannoni, mentre la fanteria raggiungeva le alture sui 1.800 metri. I sudafricani impiegarono 3 giorni per raggiungere gli obiettivi e, dopo che un gruppo di ''arbegnuoc'' etiopici del famoso capo [[Abebe Aregai]] si era unito a loro, presero d'assalto le postazioni italiane (22 aprile). I sudafricani ebbero 9 morti e 30 feriti e fecero 8.000 prigionieri.<ref>[http://www.lasecondaguerramondiale.it/africa_orie_2.html/ II Guerra Mondiale - La perdita dell'Africa Orientale Italiana>]</ref>