Differenze tra le versioni di "Repubblica di San Marco"

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|dipendente da = [[File:{{simbolo|Flag of the Kingdom of Sardinia (1848-1851).svg|20px]]}} [[Regno di Sardegna]] (dal 5 luglio [[1848]])
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|stato precedente = [[File:{{simbolo|Flag of Kingdom of Lombardy-Venetia.gif|20px]]}} [[Regno Lombardo-Veneto]] ([[Impero d'Austria|Austria]])
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Durante i primi giorni della neonata Repubblica Manin si trovò a dover fronteggiare il gravoso problema del rapporto tra le varie classi sociali veneziane. La rivoluzione era stata di fatto appoggiata soprattutto dai militari e dalla classe lavoratrice, mentre il grosso della borghesia e della nobiltà cittadina fu, con tutta probabilità, ostile al progetto insurrezionale.<ref name=GNS129>{{cita|Ginsborg|p. 129}}</ref>
 
Manin intendeva in primo luogo rassicurare la borghesia cittadina sulla natura moderata del governo e sul mantenimento dell'ordine sociale. Proprio questa esigenza aveva dettato la scelta dei membri dell'esecutivo composto da soli membri della borghesia moderata<ref name=GNS130>{{cita|Ginsborg|p. 130}}</ref><ref group=N>Tra i ministri vi era addirittura un nobile, Carolo Trolli, che aveva alle spalle lunghi anni di servizio sotto sotto il governo austriaco. Questa scelta fu dettata probablimete dalla volontà di Manin di rassicurare l'aristocrazia sulle intenzioni del suo governo. Ma la scelta di Trolli di confermare a capo della polizia repubblicana Luigi Brasil, già prefetto della polizia asburgica, suscitò numerose proteste e i due furono costretti a dimettersi già il 26 marzo. Il ministero dell'interno passò allora a Pietro Paleocapa. Cfr. {{cita|Ginsborg|p. 124}}</ref> e da cui erano state escluse le componenti che avevano avuto un ruolo attivo nella insurrezione.<ref group=N>Tra i ministri soltanto Antonio Paolucci e Angelo Toffoli avevano partecipato attivamente all'insurrezione del 22 marzo. Cfr. {{cita|Ginsborg|p. 124}}</ref> Anche i primi provvedimenti del governo ne sottolinearono la natura sostanzialmente borghese.<ref name=GNS130/> Vennero proclamate la libertà di stampa, l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, e l'indipendenza dell'amministrazione della giustizia. Con un decreto del 27 marzo furono inoltre escluse dalla guardia civica le componenti più popolari.<ref name=GNS130/>
 
Da un punto di vista economico vennero elargiti aiuti ai piccoli mercanti che si trovarono penalizzati dalla rivoluzione.<ref name=GNS130/> Fu inoltre decretato che i presidenti delle [[Camera di commercio|camere di commercio]] del Veneto venissero eletti dai membri delle stesse e non fossero più funzionari governativi.<ref name=GNS130/> Furono aboliti i dazi sul cotone e sui manufatti in cotone come primo passo in vista di una liberalizzazione dei rapporti commerciali.<ref name=GNS130/>
 
Sull'altro fronte d'innanzi alle forti agitazioni sociali il governo fu costretto a fare numerose concessioni alle classi lavoratrici. Agli arsenalotti che avevano contribuito in maniera decisiva all'azione insurrezionale, venne elargito un compenso economico. Venne inoltre concesso che formassero una loro guardia all'interno dell'Arsenale.<ref name=GNS128>{{cita|Ginsborg|p. 128}}</ref>
 
Vennero fatti sgravi fiscali su attività come la pesca ed aumenti salariali per i netturbini.<ref name=GNS128/> Il prezzo del sale venne diminuito di un terzo.<ref name=GNS128/> Furono inoltre restituiti oltre centomila oggetti depositati nel [[Monte di pietà]].<ref name=GNS128/>
Anche la solidarietà degli altri Stati italiani non tardò ad arrivare. Il [[Granducato di Toscana]], guidato da un governo moderatamente liberale presieduto da [[Cosimo Ridolfi]],<ref name=VLR99>{{cita|Villari. Volume quarto|p. 99}}</ref> inviò verso la Lombardia un contingente di circa 7000 uomini, tra cui molti volontari.<ref name=VLR99/> Anche lo [[Stato pontificio]] acconsentì all'arruolamento dei volontari ed inviò un cospicuo contingente al comando del [[generale]] [[Giovanni Durando]] e una seconda divisione al comando del generale [[Andrea Ferrari (generale)|Andrea Ferrari]].<ref name=VLR100>{{cita|Villari. Volume quarto|p. 100}}</ref> Ma l'aiuto più consistente sarebbe stato dato dal re di [[Regno delle due Sicilie|Napoli]] [[Ferdinando II di Borbone]] che invio circa 16.000 uomini verso il Veneto al comando del generale [[Guglielmo Pepe]] oltre ad una squadra navale in difesa di Venezia.<ref name=VLR100/>
 
Ma l'illusione di una guerra di liberazione nazionale durò poco. I vari sovrani iniziarono presto a temere che un'eventuale sconfitta degli austriaci avrebbe al fine avvantaggiato solo il Piemonte che avrebbe potuto assumere una posizione egemone sulla penisola.<ref>{{cita|Villari. Volume quarto|p. 105-106}}</ref> Particolarmente imbarazzante era poi la posizione di [[Pio IX]] che si ritrovava in conflitto contro una grande potenza cattolica. Il 29 aprile il papa fece un'improvvisa retromarcia e con una [[Non semel|allocuzione]] annunciò il ritiro delle sue truppe.<ref name=VLR118>{{cita|Villari. Volume quarto|p. 118}}</ref> Pochi giorni dopo anche il granduca [[Leopoldo II di Toscana]] ritirò il suo appoggio. A metà maggio fu la volta di Ferdinando di Borbone.<ref name=VLR134>{{cita|Villari. Volume quarto|p. 134}}</ref>
 
Agli ordini di ritiro delle truppe da parte dei propri Stati seguirono però molte diserzioni. Tra queste quelle dei generali pontifici Durando e Ferrari,<ref name=VLR118/> e quella del generale napoletano Guglielmo Pepe.<ref name=VLR134/> Le truppe pontificie disobbedirono al Papa e si ritrovarono, quasi intatte, a difendere il Veneto dalla controffensiva austriaca. Quelle napoletane, invece, obbedirono al loro Re e tornarono quasi tutte indietro. Solo alcuni reparti rimasero in Italia settentrionale e si batterono al fianco dei piemontesi e dei veneti.
===La battaglia Montebello e di Sorio===
[[File:Friedrich Liechtenstein Litho.jpg|thumb|right|upright=0.7|Il generale Friedrich von Liechtenstein.]]
Il primo scontro armato tra veneziani e austriaci dopo la rivoluzione ebbe luogo l'8 aprile in una regione a ovest di Vicenza.<ref name=GNS193>{{cita|Ginsborg|p. 193}}</ref> All'ex ufficiale napoleonico Marco Sanfermo fu affidato il compito di riunire vari gruppi di volontari formatesi in Veneto durante la rivoluzione e di dirigersi con questi verso il Friuli. Questi però, ritenendo improbabile una controffensiva austriaca dal Friuli, decise di dirigersi verso Verona dove erano assediate le truppe del [[feldmaresciallo]] [[Josef Radetzky|Radetsky]].<ref name=GNS193/>
 
Sanfermo giunse a Vicenza al comando di poco più di 2000 uomini mal equipaggiati.<ref name=GNS194>{{cita|Ginsborg|p. 194}}</ref> Qui si lasciò persuadere dall'entusiasmo dei suoi uomini ad avanzare verso Verona per garantirsi il controllo della zona tra i [[Lessinia|monti Lessini]] e i [[monti Berici]]. Il 7 aprile, in una regione tra i comuni di [[Sorio (Gambellara)|Sorio]] e [[Montebello Vicentino]], incrociarono un contingente di circa 3000 soldati austriaci al comando del generale Friedrich von Liechtenstein<ref name=PR371>{{cita|Pieri|p. 371}}</ref> usciti in ricognizione dalla fortezza di Verona.<ref name=GNS195>{{cita|Ginsborg|p. 195}}</ref> Il primo scontro avvenne la sera stessa e i gruppi di volontari ressero bene all'attacco degli austriaci.<ref name=GNS195/> Ma il giorno seguente i veneti furono aggirati e, presi dal panico, si dettero ad una disordinata ritirata.<ref name=GNS195/>
 
Benché la [[Battaglia di Sorio|battaglia di Sorio e Montebello]] fu cosa di poco conto (tra i volontari vi furono una ventina di morti),<ref name=PR371/> essa ebbe tuttavia un forte impatto psicologico poiché rappresentò il primo successo degli austriaci dopo una lunga serie di sconfitte.<ref name=GNS195/>
 
[[File:Rijeka050.jpg|thumb|left|upright=0.7|Il generale [[Laval Nugent von Westmeath]].]]
 
===Gli errori del governo veneziano===
Alla fine di marzo, con le numerose rivolte scoppiate in all'interno dell'impero e con la discesa in campo dell'esercito piemontese, la situazione dell'esercito austriaco appariva particolarmente grave.<ref name=GNS201>{{cita|Ginsborg|p. 201}}</ref> Questo fatto aveva indotto il governo veneziano a sottovalutare molto il rischio di una tempestiva controffensiva austriaca. La scarsa preparazione militare di Manin e dei suoi consiglieri,<ref name=GNS226/> unitamente all'atteggiamento attendista da questi assunto per non pregiudicarsi l'aiuto di Carlo Alberto, avevano fatto si che il governo veneziano non si preoccupò in un primo momento di organizzare una seria difesa del Veneto.
 
Fin dall'inizio vennero poi compiuti una serie di gravi errori che si riveleranno decisivi per le future sorti del conflitto. Già la decisione di consentire ai soldati austriaci di abbandonare pacificamente le città insorte, per di più muniti del loro equipaggiamento,<ref name=GNS173>{{cita|Ginsborg|p. 173}}</ref> consentì a Nugent di disporre immediatamente di un cospicuo gruppo di uomini. Inoltre si acconsentì ai soldati italiani in forza all'esercito austriaco che avevano disertato durante la rivoluzione di tornare alle loro case. Questi avrebbero potuto costituire fin da subito il nucleo di un nascente esercito veneto.<ref group=N>Come ha osservato Piero Pietri: "Fu indubbiamente un grave errore non aver subito utilizzato i 3000 ex militari austriaci come nucleo di un costituendo esercito, da opporre all'eventuale ritorno degli austriaci: essi furono lasciati tornare alle loro case. E intanto non solo 3000 uomini da Venezia, in base alla capitolazione si recavano indisturbati a Trieste, ma altri 3000 potevano pure, alle stesse condizioni, ritirarsi a Treviso, da Belluno, da Udine, da Palmanova così che in Gorizia si formava un primo nucleo di 6000 uomini, per la formazione di un nuovo corpo d'armata , guidato dal generale Nugent. [...] Tale corpo avrebbe passato l'Isonzo il 17 aprile iniziando assai per tempo la sottomissione del Veneto e portando aiuto prezioso ai 2 corpi d'armata del Radetzsky, già tanto sminuiti dalla rivoluzione" (Pieri, cit., pag. 186-187)</ref> Soltanto in secondo momento, quando ormai gli austriaci avevano iniziato la loro riconquista dal Veneto, vennero frettolosamente richiamati.<ref name=PR370>{{cita|Pieri|p. 370}}</ref>
 
Il governo veneziano non si preoccupò neppure di recuperare tempestivamente le numerose armi custodite all'Arsenale che furono distribuite alla popolazione il giorno della rivolta.<ref name=GNS193>{{cita|Ginsborg|p. 193}}</ref> E, nonostante le numerose richieste, si rifiutò inoltre di fornire ingenti aiuti in termini di uomini ed armamenti alle altre città insorte. Il ministro della guerra Paolucci riteneva infatti che la maggiorparte delle forze difensive dovessero rimanere a Venezia.<ref name=GNS191-192>{{cita|Ginsborg|p. 191-192}}</ref>
 
Inoltre la scarsa energia nell'organizzare i corpi volontari, unita ad una certa diffidenza nei confronti delle componenti più popolari che li costituivano, ebbe l'effetto di fiaccare ben presto l'entusiasmo dei tanti uomini pronti a mettersi al servizio della Repubblica e che rappresentavano la più cospicua risorsa per la difesa del Veneto.<ref name=GNS226>{{cita|Ginsborg|p. 226}}</ref>
===L'invio di La Marmora e dell'esercito pontificio===
[[File:Alberto La Marmora.jpg|thumb|Il generale piemontese [[Alberto La Marmora]].]]
Il problema della difesa del Veneto venne affrontato concretamente soltanto a partire dal 16 aprile, ad oltre un mese di distanza dalla rivoluzione e quando la minaccia austriaca in Friuli si dimostrò concreta. Ciò nonostante le misure prese dal governo veneziano furono comunque blande e Manin continuava a confidare nell'aiuto da parte del Piemonte come principale mezzo di difesa del Veneto.<ref name=GNS213>{{cita|Ginsborg|p. 213}}</ref>
 
Alla metà di aprile, in risposta ad una richiesta di aiuto del governo, Carlo Alberto inviò a Vicenza il generale [[Alberto La Marmora]] affidandogli l'organizzazione della difesa del Veneto.<ref name=GNS216>{{cita|Ginsborg|p. 216}}</ref> La Marmora tuttavia non si rivelo l'uomo adatto ad organizzare le forze popolari della Repubblica, verso cui nutriva una forte diffidenza.<ref name=GNS215-216>{{cita|Ginsborg|p. 215-216}}</ref> Egli finì così per scoraggiare ulteriormente la possibilità di costituire un esercito Veneto. Come scrisse al comitato di difesa il 17 aprile:
{{citazione|Vi prego Signori non pensate di avere qui un armata veneta, che non è, e non può ordinarsi cogli elementi attuali.<ref name=GNS216/>}}
Nonostante l'invio di La Marmora e le speranze di Manin il Re non aveva alcuna intenzione di inviare le proprie truppe in soccorso del Veneto.<ref name=GNS207>{{cita|Ginsborg|p. 207}}</ref> Solo le persistenti richieste di aiuto del governo veneziano e la necessità strategica di ostacolare l'avanzata di Nugent lo persuasero, il 24 aprile, ad inviare l'esercito pontificio al comando del generale [[Giovanni Durando]].<ref name=GNS216/>
 
Nel frattempo Nugent, il 25 aprile, aveva raggiunto con le sue truppe il fiume [[Tagliamento]] dove ad attenderlo trovò La Marmora al comando di circa 1300 volontari.<ref name=PR374>{{cita|Pieri|p. 374}}</ref>
===Le conseguenze della sconfitta===
[[File:Anonimo - ritratto di Giovanni Durando - litografia - ca. 1850.jpg|thumb|upright=0.7|Il generale pontificio [[Giovanni Durando]].]]
Le perdite della [[battaglia di Cornuda]] furono modeste. Tra i volontari italiani italiani vi furono un centinaio tra morti e feriti, mentre i caduti austriaci furono poche unità.<ref name=PR380>{{cita|Pieri|p. 380}}</ref> Ciò non di meno la sconfitta ebbe un impatto psicologico devastante e portò gravi conseguenze sul piano militare.<ref name=GNS219>{{cita|Ginsborg|p. 219}}</ref>
 
La più immediata fu, come già visto, quella di far prevalere il partito fusionista all'interno del governo veneziano. Il governo perse inoltre gran parte della fiducia riposta negli uomini a cui aveva delegato la difesa del Veneto, e temeva lo stato di confusione e indisciplina in cui erano precipitate le forze volontarie.
 
Da parte loro i volontari persero ogni fiducia in chi avrebbe dovuto organizzarli e guidarli.<ref name=PR381>{{cita|Pieri|p. 381}}</ref> Si diffuse inoltre, tra le truppe assediate a Treviso, la falsa convinzione che il monarchico Durando avesse tradito la causa della difesa del Veneto per far cadere la Repubblica.<ref group=N>Il 10 maggio furono vittime di questo clima teso tre forestieri emiliani che si trovarono casualmente in città all'arrivo dei pontifici. Catturati e denunciati ingiustamente come spie i tre furono percossi a morte dai militari. Questo fu uno dei pochi episodi di eccesso compiuto dai rivoluzionari italiani durante il 1848. Cfr. {{cita|Ginsborg|p. 244}}</ref> In verità proprio nei giorni della battaglia le truppe pontificie decisero di disertare all'ordine di papa Pio IX di abbandonare la guerra contro l'Austria.
===La difesa di Treviso===
[[File:Padre Ugo Bassi.JPG|thumb|upright=0.7|Il frate [[barnabiti|barnabita]] [[Ugo Bassi]] rimase ferito al braccio durante la difesa di Treviso.]]
Dopo la vittoria Nugent, malgrado le sollecitazioni di Radetzky a raggiungere al più presto Verona,<ref name=PR383>{{cita|Pieri|p. 383}}</ref> decise di dirigersi verso Treviso considerata una tappa fondamentale per la completa riconquista del Veneto.<ref name=GNS218/> L'11 maggio venne inviata un'intimidazione di resa che fu però respinta dal comitato della città.<ref name=PR383/>
 
Ferrari decise di compiere una ricognizione verso nord ma fu subito intercettato dai cannoni austriaci con gravi perdite.<ref name=PR381>{{cita|Pieri|p. 381}}</ref> Decise così di abbandonare la città e di dirigersi verso [[Mestre]]. Lasciò a difesa di Treviso, in attesa dell'arrivo di Durando, circa 3.600 uomini al comando del generale Guidotti e portò con se il resto.<ref name=PR382>{{cita|Pieri|p. 382}}</ref> Guidotti, credendo necessaria un'azione decisa per ridare morale agli uomini, al comando di una quarantina di volontari, tra cui il frate patriota [[Ugo Bassi]], organizzò un'audace sortita contro gli austriaci.<ref name=PR382/> L'azione non ebbe successo e lo stesso generale rimase ucciso, ma questo eroico gesto ebbe l'effetto di ridare coraggio alle truppe in difesa della città.<ref name=GNS245>{{cita|Ginsborg|p. 245}}</ref>
 
Il 18 maggio il generale austriaco Wilhelm Thurn, a cui Nugent aveva nel frattempo lasciato il comando per problemi di salute, ricevette un nuovo sollecito da parte di Radetzky a dirigersi immediatamente verso Verona. La sera stessa Thurn obbedì agli ordini e prese la strada verso Verona proprio mentre stavano sopraggiungendo le truppe pontificie di Durando.<ref name=PR383/> Il giorno seguente gli austriaci attraversarono indisturbati il Brenta a Piazzola, dove avrebbe voluto attenderli Durando.<ref name=PR383/>
Mentre nel resto del Veneto la situazione militare stava rapidamente precipitando a resistere tenacemente alle truppe austriache furono gli abitanti del [[Cadore]], una regione montuosa delle [[Dolomiti]] orientali nella provincia di Belluno. Il Cadore era un territorio legato a Venezia da una lunga tradizione di lealtà verso l'antica Repubblica, e in cui l'ostilità per il governo austriaco era particolarmente acuta.<ref name=GNS241-242>{{cita|Ginsborg|p. 241-242}}</ref>
 
Nugent aveva inviato in questa regione due battaglioni del suo esercito con lo scopo di aprire la via d'Alemagna, un'importate via di comunicazione considerata strategica per la riconquista del Veneto.<ref name=PR390>{{cita|Pieri|p. 390}}</ref> Così ai primi di aprile circa 2.000 uomini al comando del maggiore Hablitschek entrarono nel Cadore da nord.<ref name=GNS242>{{cita|Ginsborg|p. 242}}</ref>
 
Ad organizzare la difesa della regione il governo veneziano inviò [[Pietro Fortunato Calvi]], un giovane ufficiale di grandi qualità. Vennero inoltre inviati 5 cannoni e 260 fucili. Con questi pochi armamenti a disposizione Calvi organizzò cinque corpi franchi da 80 uomini ciascuno.<ref name=PR391>{{cita|Pieri|p. 391}}</ref> Organizzò inoltre le guardie civiche della regione, armate solo di forconi e vecchi fucili da caccia e reclutò nuovi volontari. Presto poté così disporre di circa 4.000 uomini, su una popolazione complessiva di 36.000 abitanti, anche se male o per nulla armati.<ref name=PR392>{{cita|Pieri|p. 392}}</ref> Sfruttando le accidentalità del terreno montuoso Calvi basò la resistenza della regione su tattiche di guerriglia, attaccando gli austriaci anche con l'ausilio di grossi massi che aveva fatto disporre lungo le pendici che costeggiavano le strade.<ref name=GNS242>{{cita|Ginsborg|p. 242}}</ref>
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