Differenze tra le versioni di "Postulato"

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Il '''postulato''' dal latino ''postulatum'' «ciò che è richiesto», è una proposizione che, senza essere stata preventivamente dimostrata come vera, viene assunta come se lo fosse al fine di giungere logicamente alla verità di una qualche asserzione.<ref>''Enciclopedia Garzanti di filosofia'' (1981) alla voce corrispondente</ref> Ad esempio nella ''[[Critica della ragion pratica]]'' Kant sostiene che chi aspira a conseguire come fine della sua azione morale il "sommo bene", inteso come "il bene più completo" deve accettare il postulato dell'immortalità dell'[[anima]]: poiché solamente la condizione di santità reca l'uomo al sommo bene, e poiché essa è possibile solo nell'aldilà si deve affermare che il soggetto morale ha a sua disposizione un tempo illimitato ed infinito.
#REDIRECT[[Assioma]]
Il postulato si distingue dall'[[assioma]] che è un'asserzione tanto evidente di non avere bisogno di alcuna dimostrazione <ref>''Dizionario di filosofia Treccani'' (2009) alla voce "postulato"</ref>
Nella terminologia logica attuale il termine postulato viene considerato come sinonimo di [[assioma]] a partire dalla fine del XIX secolo, specialmente per opera di G. Frege, G. Peano, B. Russell e D. Hilbert. <ref>''Enciclopedia Treccani'' alla voce "postulato"</ref>
 
Nella filosofia antica si distingueva tra "definizioni", "assiomi", "ipotesi" e "postulati".
 
Ogni sistema deduttivo prende le mosse da un sistema di enunciati, che si possono genericamente definire ''premesse'' (greco singolare ''protasis'', latino ''praemissa'').
 
Tali premesse venivano distinte dai filosofi greci (Aristotele in particolare, ma si trovano diverse anticipazioni anche nel suo maestro Platone) in diversi tipi:
*necessarie
**''definizioni'' (gr. sing. ''horismos'', lat. ''definitio'')
**''assiomi'' (gr. sing. ''axiōma'')
*non necessarie
**''ipotesi'' (gr. sing. ''hypothesis'')
**''postulati'' (gr. sing. ''aitēma'', lat. ''postulatum'')
 
Le definizioni erano considerate necessarie poiché si riteneva impossibile parlare di qualcosa senza aver detto "che cosa fosse" la cosa di cui si stava parlando.
 
Gli assiomi erano invece considerati necessari in quanto enunciavano delle verità evidenti a chiunque, non dimostrabili ma nondimeno indubitabili. In quanto verità note a tutti, essi venivano anche considerati delle ''nozioni comuni'' (gr. plur. ''koinai ennoiai''), ed è così che gli assiomi vengono chiamati da [[Euclide]] nei suoi ''[[Elementi di Euclide|Elementi]]''.
 
Invece le [[ipotesi]] ed i [[postulato|postulati]] non erano considerati necessari, ma premesse che potevano essere assunte o meno a seconda dei fini e delle circostanze del discorso.
 
In particolare chi svolgeva un certo ragionamento chiedeva all'interlocutore di assumere per veri certi postulati; non era necessario che egli li ritenesse veri, ma gli si chiedeva solo di seguire il ragionamento che si dipanava da essi quando si fossero assunti come veri.
 
Quanto alle ipotesi, erano simili ai postulati, con la differenza che colui che li assumeva come premesse lo faceva solitamente con qualche riserva, o perché ritenuti veri dall'interlocutore ma non da colui che svolgeva il ragionamento, o perché si voleva vedere a quali conclusioni avrebbero condotto quelle ipotesi, per stabilire poi - in base a quelle conclusioni - se le ipotesi erano da rigettare. Un esempio tipico di assunzione di ipotesi si verifica quando l'interlocutore afferma qualcosa che non si crede vera, e ci si rende disponibili momentaneamente a ricavare delle implicazioni da quelle ipotesi per mostrare che si tratta di implicazioni inaccettabili (solitamente perché contraddittorie, nel qual caso si ottiene la cosiddetta "[[dimostrazione per assurdo]]" della negazione delle ipotesi).
 
==Note==
<references/>
 
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