Differenze tra le versioni di "Campagna dell'Africa Orientale Italiana"

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Il 6 aprile [[Haile Selassie]] entrò a Debra Marcos e venne informato che le avanguardie di [[Alan Gordon Cunningham]] erano giunte alle porte della capitale dell'impero. Lo stesso giorno, infatti, Renzo Mambrini Maggiore Generale della [[Polizia dell'Africa Italiana]], cui erano stati conferiti tutti i poteri civili politici e militari dal [[Governatore dell'Africa Orientale Italiana]],<ref>{{Cita libro|nome=Angelo Del|cognome=Boca|titolo=Gli italiani in Africa Orientale - 3. La caduta dell'Impero|url=https://books.google.com/books?id=T1vCBAAAQBAJ|accesso=2 aprile 2016|data=14 ottobre 2014|editore=MONDADORI|ISBN=978-88-520-5496-9}}</ref> aveva comunicato la resa di [[Addis Abeba]] al Generale H. E. de R. Wetherall, comandante della undicesima divisione africana<ref>{{Cita web|url=http://ibiblio.org/hyperwar/UN/SouthAfrica/EAfrica/index.html|titolo=HyperWar: East African and Abyssinian Campaigns|sito=ibiblio.org|accesso=2 aprile 2016}}</ref>.
 
A Combolcià, pochi chilometri a sud di Dessiè, si trovavano postazioni difensive italiane; il raggruppamento di brigata sudafricana del generale Dan Pienaar impegnò l'artiglieria italiana con i suoi cannoni, mentre la fanteria raggiungeva le alture sui 1.800 metri. I sudafricani impiegarono 3 giorni per raggiungere gli obiettivi e, dopo che un gruppo di ''arbegnuoc'' etiopici del famoso capo [[Abebe Aregai]] si era unito a loro, presero d'assalto le postazioni italiane (22 aprile). I sudafricani ebbero 9 morti e 30 feriti e fecero 8.000 prigionieri.<ref>[http://www.lasecondaguerramondiale.it/africa_orie_2.html/ II Guerra Mondiale - La perdita dell'Africa Orientale Italiana>] {{webarchive|url=https://web.archive.org/web/20090802101751/http://www.lasecondaguerramondiale.it/africa_orie_2.html |data=2 agosto 2009 }}</ref>
 
Ad [[Addis Abeba]], dove vivevano ben 40.000 civili italiani, i britannici affidarono l'amministrazione pubblica ai reparti della PAI ([[Polizia dell'Africa Italiana]]) che, spinti dal terrore e dalla rabbia, provocarono incidenti e agitazioni: spararono sui prigionieri etiopici non ancora liberati uccidendone 64, mentre un gruppo di ausiliari reclutati tra i civili uccise altri 7 etiopi durante una rissa.<ref name="ReferenceC">[[Giorgio Bocca]], ''Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943'', Mondadori, pag. 315</ref> A questo punto gli inglesi furono costretti a disarmare i soldati italiani e ad affidare l'ordine pubblico all'appena ricostituita polizia etiope. La vittoria finale dell'Etiopia e la sua liberazione dipesero molto anche dall'opposizione continua degli etiopi alla dominazione italiana, con una guerra (e guerriglia) che effettivamente non si fermò per cinque anni fino alla totale liberazione.<br />
== La resistenza di Gondar ==
{{vedi anche|battaglia di Gondar}}
Anche dopo la conquista alleata di [[Addis Abeba]] e l'episodio dell'Amba Alagi, resistette ancora per mesi interi la guarnigione italiana di [[Gondar]], forte di circa 40.000 uomini<ref>{{Cita web|url=http://www.probertencyclopaedia.com/F_BATTLE_OF_GONDAR.HTM| titolo= Battaglia di Gondar|urlmorto=sì|urlarchivio=https://web.archive.org/web/20110608161630/http://www.probertencyclopaedia.com/F_BATTLE_OF_GONDAR.HTM|dataarchivio=8 giugno 2011}}</ref> e comandata dal generale [[Guglielmo Nasi]]. Il generale amministrò egregiamente il suo avamposto: ridusse le razioni, organizzò un mercato indigeno, una sezione recuperi per sfruttare ogni materiale, una sezione pesca sul [[lago Tana]]. Così fino a ottobre la razione dei soldati italiani fu buona: 300 grammi di pane, 400 di carne, 200 di pesce al giorno e verdure in abbondanza.<ref name="ReferenceA"/> Ma ormai anche per Nasi si avvicinava la fine. Prima la caduta del presidio di Uolchefit e del [[Battaglia di Culqualber|presidio di passo Culqualber]], durante una serie di scontri durati da agosto agosto a novembre.
 
Poi il 27 novembre si scatenò la [[battaglia di Gondar]] e poco poterono i soldati italiani contro i carri armati britannici: le forze di Nasi, dopo essersi comportate egregiamente, si arresero e pagarono con 4.000 morti (3.700 ascari e 300 italiani) e 8.400 feriti la sconfitta finale.<ref>Pietro Maravigna, ''Come abbiamo perduto la guerra in Africa'', Tosi, 1949, pag. 191.</ref> Il Generale Nasi e le sue ultime truppe ottennero gli onori militari dagli inglesi.
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