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Nato in una modesta famiglia di impiegati, lavorò per anni come [[ragioniere]]; nel [[1931]] aderì al [[Partito Comunista d'Italia]], in un gruppo clandestino di [[Alessandria]], ma fu scoperto dall'[[OVRA]] che, nel [[1934]], lo confinò a [[Ponza]]<ref name=Dizionario>Dizionario Biografico degli Italiani, ''Audisio, Walter''; Commissione di Alessandria, ordinanza del 16.6.1934 contro Walter Audisio per "attività comunista". In: Adriano Dal Pont, Simonetta Carolini, ''L'Italia al confino 1926-1943. Le ordinanze di assegnazione al confino emesse dalle Commissioni provinciali dal novembre 1926 al luglio 1943'', Milano 1983 (ANPPIA/La Pietra), vol. I, p. 17</ref>.
 
Cinque anni dopo, nel [[1939]], Audisio chiese una licenza per tornare ada Alessandria e ricoverarsi in ospedale, essendosi ammalato di pleurite. Per ottenere il permesso, fu costretto a fare richiesta al duce di proscioglimento dal confino, previa abiura dei suoi "principi sovversivi"<ref name=Dizionario />.
 
Durante la Seconda guerra mondiale Audisio prese a militare con i partigiani, organizzando nel Monferrato le prime bande. Successivamente comandò le formazioni della brigata Garibaldi, operanti in [[provincia di Mantova]] e nel basso [[Po]]<ref name=Dizionario />; aveva il nome di battaglia di “colonnello Valerio” e la falsa identità di ''Giovanbattista Magnoli''.
=== I fatti di Dongo ===
{{Vedi anche|Morte di Benito Mussolini}}
All'inizio del 1945, fu affidata ada Audisio la responsabilità dei compiti di polizia militare presso il comando generale del [[Corpo volontari della libertà]]. Contestualmente alla proclamazione dell'insurrezione nazionale (25 aprile [[1945]]), il [[CLNAI]] - Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, riunitosi a [[Milano]] aveva approvato un documento organico ove, all'art. 5 si prevedeva che: “i membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d'aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all'attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l'ergastolo”. L'esecuzione era comunque subordinata ada una sentenza dei tribunali di guerra da costituirsi in base all'art. 15 del documento medesimo<ref>Gian Franco Venè, ''La condanna di Mussolini'', Fratelli Fabbri, Milano, 1973. Il documento fu approvato “a maggioranza” da un comitato esecutivo composto da [[Sandro Pertini]], [[Emilio Sereni]], [[Leo Valiani]], [[Achille Marazza]] e [[Giustino Arpesani]]</ref>.
 
Appena a conoscenza dell'arresto di [[Benito Mussolini]] – effettuato a [[Dongo (Italia)|Dongo]] dai partigiani della [[52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici"]] nel pomeriggio del 27 aprile - la direzione del CLNAI decise di agire senza indugio e di giustiziarlo immediatamente, evitando la consegna di [[Mussolini]] agli alleati. Walter Audisio fu quindi incaricato di eseguire la volontà del comitato mediante processo sommario e immediata fucilazione. A tal fine la sera del 27 aprile [[1945]], a Milano, insieme ad [[Aldo Lampredi]], nome di battaglia ''Guido'', ispettore del comando generale delle Brigate Garibaldi e uomo di fiducia di Luigi Longo, Audisio contattò immediatamente il generale [[Raffaele Cadorna Jr|Raffaele Cadorna]] con la richiesta di un salvacondotto, che, sia pur con molta riluttanza, gli fu accordato<ref>Peter Tompkins, ''Dalle carte segrete del Duce'',Tropea, Milano, 2001, pag. 328</ref>.
 
Alle 7 del mattino del 28 aprile, il ''colonnello Valerio'' partì dalla scuola di Viale Romagna, [[Milano]], con il supporto di una dozzina di partigiani provenienti dall'Oltrepo'Oltrepò Pavese, agli ordini di [[Alfredo Mordini]] "Riccardo". Giunto a [[Como]], Audisio esibì il lasciapassare di Cadorna al nuovo prefetto [[Virginio Bertinelli]] e al colonnello Sardagna, assicurando loro che avrebbe trasferito i prigionieri a Como e, in un secondo momento, a Milano<ref>Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni e Mario J. Cerighino, ''La fine. Gli ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani (1945-1946)'', Garzanti, Milano, 2009, pag. 61</ref>. Trattenuto a Como fino alle 12.15, Audisio raggiunse Dongo, ove nel frattempo era giunto Lampredi, intorno alle 14.10.
 
Incontratosi con il comandante della 52ª Brigata Garibaldi, [[Pier Luigi Bellini delle Stelle]], ''Valerio'' comunicò di aver avuto l'ordine di fucilare Mussolini e gli altri prigionieri; le sue credenziali furono ritenute attendibili dal suo interlocutore che acconsentì<ref>Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni e Mario J. Cerighino, ''cit.'', pagg. 69-70</ref>. Alle 15.15 Audisio e Lampredi si mossero verso [[Mezzegra]], distante 21&nbsp;km, più a sud, dove - in frazione [[Bonzanigo]] – Mussolini era prigioniero, accompagnati dal partigiano [[Michele Moretti]] “Gatti”, che era a conoscenza del luogo. Audisio era armato di un mitra Thompson, che non risulterà esser stato utilizzato al momento della sua riconsegna al commissario politico della divisione partigiana dell'Oltrepò, Alberto Maria Cavallotti<ref>Pierluigi Baima Bollone, ''Le ultime ore di Mussolini'', Mondadori, Milano, 2009, , pag. 154</ref>. Lampredi era armato di pistola Beretta modello 1934, calibro 9&nbsp;mm<ref>Pierluigi Baima Bollone, ''cit.'', pag. 145. L'arma fu donata da Lampredi al partigiano Alfredo Mordini “Riccardo”, ed è attualmente conservata al Museo storico di Voghera.</ref>; Moretti di mitra francese MAS, calibro 7,65 lungo<ref>Pierluigi Baima Bollone, ''cit.'', pag. 193. L'arma, consegnata da Audisio a un partigiano albanese, è attualmente conservata al [[Museo storico nazionale albanese|Museo storico nazionale]] di [[Tirana]].</ref>.
 
=== Piazzale Loreto ===
Verso le 18, caricati i cadaveri su un camion (compreso quello del fratello di Claretta), Audisio partì per [[Milano]] passando ada [[Azzano (Tremezzina)|Azzano]] a recuperare anche i corpi di Mussolini e della Petacci. Durante il viaggio di ritorno si imbatté in altri partigiani e in posti di blocco alleati che gli dettero qualche problema, sino all'intervento del comando generale che autorizzò il proseguimento della colonna. Alle 3.40 di domenica 29 aprile la colonna giunse in [[Piazzale Loreto]], ove Audisio decise di scaricare i cadaveri a terra, proprio dove le vittime della strage del 10 agosto [[1944]] erano state abbandonate in custodia a militi fascisti, che li avevano dileggiati e lasciati esposti al sole per l'intera giornata, impedendo ai familiari di raccogliere i loro resti.
 
Alle 11, dopo che una squadra di Vigili del Fuoco giunta con un'autobotte aveva lavato abbondantemente i cadaveri imbrattati di sangue, sputi e ortaggi, gli stessi pompieri ne appesero cinque per i piedi, alla pensilina del distributore di carburante ESSO all'angolo fra la piazza e [[corso Buenos Aires]]. Verso l'una del pomeriggio una squadra di partigiani, su ordine del comando, entrò in piazza e depose i cadaveri.
 
=== Impegno politico del dopoguerra ===
Nel dopoguerra, Audisio venne eletto deputato tra le file del [[Fronte Democratico Popolare]] nel [[1948]] per la circoscrizione Cuneo-Alessandria-Asti e sempre confermato con il PCI fino al [[1963]], anno in cui optò per il [[Senato della Repubblica]]. Nel [[1968]] non si ricandidò e preferì lavorare presso l'[[ENI]], ma morì cinque anni dopo all'età di 64 anni a causa di un [[infarto]] che lo colse improvvisamente mentre si trovava con la moglie Ernestina nella sua abitazione romana. È sepolto presso il [[Cimitero del Verano]] di [[Roma]].
 
Nel volume "In nome del popolo italiano", uscito postumo, Audisio sostenne che le decisioni prese nel primo pomeriggio del 28 aprile a Dongo, nell'incontro con il comandante della 52ª Brigata, Bellini delle Stelle, fossero equivalenti ada una sentenza emessa da un organismo regolarmente costituito ai sensi dell'art. 15 del documento del CLNAI sulla costituzione dei tribunali di guerra<ref>Walter Audisio, ''cit.'', pag. 371</ref>. Dell'intera questione si occupò anche la magistratura penale ordinaria, investita dal giudice civile, cui si erano rivolti i familiari dei Petacci per risarcimento danni. Nei confronti di Audisio, all'epoca parlamentare, l'apposita Giunta concesse l'autorizzazione a procedere. Il processo si chiuse definitivamente il 7 luglio [[1967]], quando il giudice istruttore assolse il ''colonnello Valerio'' dall'accusa di omicidio volontario pluriaggravato, appropriazione indebita e vilipendio di cadavere, perché i fatti erano avvenuti nel corso di un'azione di guerra contro i tedeschi ed i fascisti loro alleati, in periodo di occupazione straniera, e come tali non furono ritenuti punibili<ref>Pierluigi Baima Bollone, ''cit.'', pag. 123</ref>.
 
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