Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus

locuzione latina

La locuzione latina Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus ("la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi") è una variazione dal verso I, 952 del poema in esametri De contemptu mundi di Bernardo di Cluny, da non confondere con l'omonima opera in prosa del cardinal Lotario di Segni, futuro papa Innocenzo III. Essa deve la sua fortuna a Umberto Eco che ne ha fatto l'ultima frase del suo romanzo Il nome della rosa.

Il verso, che ha dato origine al titolo dell'opera, è stato spiegato dallo stesso Eco in Postille a "Il nome della rosa": «Bernardo varia sul tema dell'ubi sunt (da cui poi il mais où sont les neiges d'antan di François Villon) salvo che Bernardo aggiunge al topos corrente (i grandi di un tempo, le città famose, le belle principesse, tutto svanisce nel nulla) l'idea che di tutte queste cose scomparse ci rimangono puri nomi».[1]

È interessante notare come le edizioni moderne del poema di Bernardo riportino, sulla base di alcuni manoscritti, un testo significativamente diverso: stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus.[2] La traduzione del verso sarebbe allora: "Roma antica esiste solo nel nome...". Pertanto la traduzione del verso di Eco sarebbe analoga, ma nel tentativo di dargli maggior senso e significato ne sono state date diverse interpretazioni. Tradotto letteralmente, il verso di Eco intende sottolineare che al termine dell'esistenza della rosa particolare non resta che il nome dell'universale. Questa versione si contrappone alla teoria di Guglielmo di Champeaux, il quale sosteneva che gli universali continuano ad avere una realtà ontologica anche dopo i particolari. Il verso però si può interpretare anche in un altro modo, affermando che "la rosa primigenia, la rosa che viene prima di tutte le singole rose che possiamo vedere, l'universale della rosa, esiste solo di nome, non nella realtà". Anche in questo senso è contestato il realismo estremo di Guglielmo, il quale sosteneva anche che gli universali esistono ontologicamente già prima degli individuali; al contrario, il verso afferma che all'inizio, nel fondamento della realtà, si può trovare soltanto il nome dell'universale e non un ente realmente esistente come è invece il particolare.

In particolare le diverse interpretazioni hanno origine dal diverso intendere il termine pristina che letteralmente significa: precedente, antico, passato, anteriore, primigenio, primitivo, che è all'origine.

Nel contesto di tale discussione appare interessante che già William Shakespeare utilizzi la rosa come soggetto per una acuta osservazione sull'essenza delle cose (lo stesso Eco in un'intervista nega la paternità della sua rosa a Shakespeare[3] ma così, in qualche modo, ne legittima il confronto). In particolare il poeta inglese si interroga sul significato del nome; infatti in Romeo e Giulietta: "What's in a name? That which we call a rose, / By any other name would smell as sweet" ("Cosa vi è in un nome? Quella che chiamiamo rosa non cesserebbe d'avere il suo profumo dolce se la chiamassimo con altro nome") (Giulietta: atto II, scena II)[4], ma tale argomentazione sembra portare a conclusioni leggermente differenti, come osservato dallo stesso Eco.[3]

NoteModifica

  1. ^ Alfabeta n. 49, giugno 1983
  2. ^ De contemptu mundi, lib. 1, v. 952.
  3. ^ a b Umberto Eco: "Così ho dato il nome alla rosa", su repubblica.it, 21 febbraio 2016. URL consultato il 30 maggio 2019.
  4. ^ Romeo e Giulietta, su it.wikiquote.org.

Voci correlateModifica