Storia dell'editoria italiana

L'editoria italiana, dopo le prime esperienze dei librai, tipografi ed editori dell'età moderna, ha visto la sua prima fase di sviluppo nei primi decenni dell'Ottocento; periodo nel quale si sono delineate alcune caratteristiche presenti ancora oggi nell'editoria italiana.

Indice

Le originiModifica

Il primo editore/tipografo italiano fu Giovanni Filippo de Lignamine, attivo a Roma già intorno agli anni settanta del XV secolo. Le prime esperienze editoriali italiane, in un senso più vicino alla concezione moderna, si sono avute a Venezia, a cavallo tra il XV ed il XVI secolo, ad opera di Aldo Manuzio e Lucantonio Giunti. Oltre a lui, sono ben noti altri editori del Cinquecento, quali Nicolò d'Aristotele detto Zoppino, Giorgio Rusconi († 1522), Francesco Marcolini da Forlì († 1559), Gabriele Giolito de' Ferrari (1508-1578) e Francesco Sansovino (1521-1586), anch'essi attivi a Venezia. A partire da quella fase ancora embrionale della produzione libraria "a stampa", grazie all'invenzione della tipografia, è proprio la Repubblica di Venezia a distinguersi per la maggiore produzione libraria.

Il SettecentoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Rivista § Storia.

La produzione libraria italiana, dopo l'esperienza di Manuzio, rimase tuttavia racchiusa al livello di artigianato a conduzione familiare, con la figura del libraio-editore del Settecento. Il libraio-editore era colui che basava la sua attività prevalentemente nello scambio librario, sfruttando i contatti con gli altri librai per la diffusione di alcune stampe proprie, economicamente non rilevanti per la sua attività.

Nella seconda metà del XVIII secolo il panorama del libro in Italia godette di buona salute, con la riorganizzazione di varie biblioteche, il rinnovamento di accademie e la nascita dei primi gabinetti e caffè dedicati alla lettura. I libri di qualità, soprattutto antichi, abbondavano, anche se il pubblico dei lettori è ridotto a un'élite.

Dei molti editori e tipografi attivi a Venezia nel Settecento, si distinsero Giambattista Albrizzi (1698-1777), Giambattista Pasquali (1702-1784) e Antonio Zatta (1722-1804) che produssero e pubblicarono opere lussuosamente illustrate.

Nel versante non erudito, la pubblicazione, da parte di tipografi artigiani, si limita prevalentemente ad almanacchi e lunari ad uso popolare, nonché a numerosi libri di preghiera ed altre pubblicazioni su commissione degli enti ecclesiastici o dei governi.

L'OttocentoModifica

Per l'Italia, come per altri paesi europei ma con forti ritardi rispetto a Francia, Gran Bretagna e Germania, il XIX secolo ha portato la modernizzazione progressiva dell'editoria, fino al decollo definitivo.

Il periodo napoleonicoModifica

In Italia i primi grandi cambiamenti nel panorama librario e della stampa avvengono nel periodo napoleonico, con l'occupazione delle truppe napoleoniche di tutta la penisola, ad esclusione della Sicilia (1805 - 1814 circa). In questa fase il nuovo regime decretò la libertà di stampa, con l'abolizione della censura preventiva, sia governativa che ecclesiastica, e l'affidamento della censura repressiva agli organi di polizia. Inoltre l'abbattimento delle molte barriere doganali nella penisola diede la possibilità ai librai-tipografi di commerciare più ampiamente i loro libri. Infine, l'istruzione elementare obbligatoria pose le basi per un futuro allargamento del pubblico dei lettori (all'epoca ridottissimo) e per la nascita di un mercato di testi scolastici.

Va comunque ricordato che con decreto, dato a Monza il 27 novembre 1811, a firma di Eugenio Napoleone, furono elencati e classificati tutti i giornali che potevano trattare di politica; il lavoro di schedatura fu sottoposto all'attenzione del ministro dell'Interno.

Il regime napoleonico cambiò anche i rapporti interni al mercato librario. Tentò di accentrare la produzione libraria in città come Torino, Milano, Firenze e Napoli, a discapito di Genova, Bologna, Venezia (fino all'epoca centro editoriale fondamentale), gli Abruzzi e le Puglie. A Roma la breve parentesi napoleonica non solo non riuscì ad introdurre tali elementi di modernizzazione, ma provocò gravi depauperamenti alle tipografie pontificie.

Gli editori d'avanguardiaModifica

La restaurazione del 1815 riportò la penisola in una fase di chiusura, con il ripristino delle barriere doganali e l'irrigidimento della censura. Tuttavia, almeno in determinate aree (Torino, Milano e Firenze), non fu reintrodotta la censura preventiva, e comunque l'altra conquista, l'istruzione, se pur con difficoltà non fu messa in discussione.

In questa fase si distinguono le prime iniziative editoriali in senso moderno, e si distinguono alcuni tra gli editori che per lungimiranza e senso del mestiere si porranno all'avanguardia della futura editoria italiana.

Torino

A Torino si distingue Giuseppe Pomba, che con l'omonima casa editrice dà il via ad una collana di classici latini e greci, la "Collectio Latinorum Scriptorum cum notis", che esce dal 1818 al 1835 in 108 volumi; tale collana impone ammodernamenti tecnologici che consentano di rispettare le scadenze e l'aumento della tiratura, portando la casa editrice di Pomba tra le più moderne e tecnologiche dell'Italia pre unitaria. Ancora più forti furono le spinte all'ammodernamento imposte dall'altra collana della casa editrice, la "Biblioteca popolare" (dal 1828 al 1832), che si poneva l'obiettivo, tramite una veste editoriale scarna ed economica, di allargare il mercato.

Firenze

A Firenze Giovan Pietro Vieusseux è un mercante di libri che si fa promotore di una iniziativa, quella del Gabinetto di lettura Vieusseux (1820), che in breve anima la vita sociale e politica di Firenze; accanto a questa iniziativa vi sono iniziative editoriali minori, ed iniziative commerciali legate ai libri, che pongono Vieusseux come un attento osservatore e critico del suo tempo, in grado di cogliere i problemi legati all'espansione del libro in Italia, e scorgendone una possibile soluzione solo nell'Unità d'Italia.

Negli anni '30 apre a Firenze un altro libraio straniero, Felice Le Monnier; la casa editrice Le Monnier, che si svilupperà, sarà fino all'Unità d'Italia tra le più avanzate, insieme a quella di Giuseppe Pomba. Le Monnier rientra in quel primo gruppo di editori accomunati dallo spirito imprenditoriale e dal forte senso del ruolo dell'editore.

Dagli anni venti all'Unità d'ItaliaModifica

La componente più avanzata[Si può sapere chi sono?] dell'editoria italiana, fino all'Unità d'Italia, spinse[Un'azione di lobbying?] sempre i governanti a favore di una serie di riforme che favorissero il mercato librario.

Gli elementi che all'epoca erano visti come il maggiore ostacolo alla diffusione del libro erano:

  • dazi doganali molto elevati, che chiudevano i mercati, riducendoli e frammentandoli eccessivamente;
  • legislazione sul diritto d'autore recente ed insufficiente, che garantisce protezione solo all'interno del singolo Stato, favorendo la copia non autorizzata;
  • censura soprattutto verso le importazioni, nel tentativo, soprattutto a Firenze, a Roma e Napoli, di impedire l'afflusso di nuove idee (liberali e non solo) dall'esterno;
  • bassissima scolarizzazione, con una frequenza molto bassa nelle scuole, l'analfabetismo era elevatissimo; inoltre quanti frequentavano i tre anni di scuola dell'obbligo non avevano le minime competenze necessarie ad affrontare la lettura di un libro, restando completamente fuori mercato.

Questa situazione, esasperata soprattutto nel Regno delle Due Sicilie con il protezionismo, finiva col favorire il gran numero di piccoli stampatori-librai, artigiani con solo pochi torchi manuali e privi delle possibilità di lanciare vere e proprie iniziative editoriali. Questi erano infatti avvantaggiati tanto dalla chiusura del mercato, dato che evitava una concorrenza esterna per accaparrarsi le commesse statali o della Chiesa, quanto dalla mancanza di una legislazione omogenea sul diritto d'autore, che consentiva ai piccoli stampatori di copiare le iniziative editoriali più importanti rimandandole alle stampe per proprio conto. Ciò creò una contrapposizione tra gli stampatori-editori artigianali e di provincia, interessati a conservare la loro nicchia di mercato, ed i grandi editori, che facendo fronte comune con gli intellettuali spinsero spesso anche in senso liberale.

In quegli anni si delinea una delle caratteristiche proprie del panorama editoriale italiano: la frammentazione. Accanto a (poche) case editrici maggiori, che cominciavano a tentare vere iniziative imprenditoriali, stava una quantità di piccole stamperie, librai editori, tipografie etc, attive a livello locale per produzioni minori.

Con Venezia in completo declino, in questi anni emerge Milano (con una parentesi negli anni venti e trenta), caratterizzata però da una serie di iniziative editoriali piccole e dall'elevato tasso di mortalità. In questa città si distingue Antonio Fortunato Stella, vecchio editore trasferitosi da Venezia, che porta avanti una linea editoriale assai prudente.

Verso gli anni quaranta si assiste ad un progressivo sviluppo tecnologico dei principali esponenti dell'editoria, che iniziano a delineare meglio la figura dell'editore. Inoltre è di quegli anni l'accordo sul diritto d'autore tra i Savoia e l'Austria, che viene successivamente adottato anche dagli altri Stati della penisola.

Il biennio rivoluzionario del 1848-49 vedeva un preponderante aumento della produzione di periodici informativi, anche a scapito del libro, e la successiva restaurazione portava con sé una chiusura ferrea, con una censura anche più rigida di quella del XVIII secolo.

La produzione

Intorno agli anni trenta sono piuttosto diffuse le pubblicazioni di basso livello, prevalentemente almanacchi e lunari, che escono in gran numero, con tirature anche fino a dieci-quindicimila copie. Sono piuttosto diffuse anche le strenne, pubblicazioni costose ma di bassa qualità.

Un libro poteva uscire con tirature fino a mille copie, ma alcuni esemplari di successo raggiunsero le 5-6 000. In questo periodo si diffonde anche il periodico, iniziativa editoriale meno impegnativa e costosa, raggiungeva all'epoca una tiratura modesta, 300-600 copie, fino alle mille copie di un periodico di successo.

L'Unità d'ItaliaModifica

Con l'Unità d'Italia, da molti editori vista come l'unica possibile soluzione ai problemi dell'editoria italiana, il settore editoriale registrò una vera e propria esplosione. Nato nel 1861, il "Roma" è il più antico quotidiano italiano post-unitario, ancora oggi in edicola.

Vennero infatti meno alcuni dei problemi che avevano rallentato la crescita: le barriere doganali, con gli alti dazi, vengono meno; gli editori si ritrovano così ad operare in un unico, vasto mercato nazionale. Viene meno anche la dura censura ed i forti programmi di scolarizzazione che il governo intende perseguire, se non risolvono il problema dell'analfabetismo e dei pochi lettori, creano forti esigenze di una adeguata produzione scolastica (libri di testo, sussidiari, grammatiche, ma anche ausili didattici come carte geografiche etc.).

L'editoria, negli anni di maggiore crescita tra il 1861 ed il 1873, aumenta in maniera vertiginosa:

  • i titoli stampati nel 1836 furono 3.300, nel 1863 erano 4.200 e nel 1873 erano già saliti a 15.900;
  • i periodici pubblicati ebbero una crescita anche maggiore, dato che nel 1836 erano 185, nel 1864 già 450, 765 nel 1871 e ben 1.127 nel 1873; è bene tuttavia considerare che molte iniziative nel campo dei periodici avevano vita effimera.

L'espansione riguardò pure l'industria editoriale in tutto il suo complesso, con un forte aumento delle cartiere e delle tipografie, della produzione di inchiostro, di macchine per la stampa e di tipi.

Il NovecentoModifica

Il XX secolo si apre con una nuova fase di crescita per l'intero settore, ad un andamento comunque inferiore rispetto ai ritmi di crescita degli altri maggiori paesi europei. I problemi rimanevano circa gli stessi: una dimensione del mercato ancora ridotta; poche aziende di dimensioni nazionali; un numero limitato di iniziative e di novità editoriali; alti costi di gestione e soffocante pressione fiscale; povertà delle masse che non potevano permettersi acquisti di seconda necessità.
I risultati più incoraggianti arrivarono grazie all'istruzione sempre più diffusa (ma ancora lacunosa) che, di fatto, allargò il bacino dei potenziali lettori e anche grazie alla diffusione sempre più capillare dei periodici.

L'editoria nel terzo millennioModifica

All'inizio del XXI secolo i principali gruppi editoriali italiani sono: RCS, GeMS, Giunti, Mondadori, Mediaset, Repubblica-L’Espresso, Sole 24ore e Rai[1].

Nel 2008 è iniziato un periodo di crisi economica che causa una contrazione degli introiti pubblicitari; di conseguenza tutti i gruppi avviano piani di ristrutturazione e ridimensionamento. Non si è arrestato invece il processo di informatizzazione della società italiana: lo dimostra il rapido e costante incremento della vendita di eBook.

Nel 2016 la crisi del settore non è ancora stata superata: nel periodo 2007-2015 il fatturato dei quotidiani italiani si è dimezzato[2].

La legislazione sull'editoria italianaModifica

Nel 1948, due anni dopo la fine della monarchia, fu approvata la prima legge sulla stampa della Repubblica italiana. Il provvedimento (legge 8 febbraio 1948 n. 47) constava di 25 articoli. Stabiliva, tra l'altro, quali indicazioni obbligatorie devono apparire sugli stampati; definiva le prerogative del direttore responsabile e del proprietario (editore), fissava le regole per la registrazione delle pubblicazioni periodiche e conteneva norme afferenti il reato di diffamazione a mezzo stampa (responsabilità civile, riparazione pecuniaria).

Nel 2001 viene approvata la seconda legge sull'editoria italiana (legge n. 62/2001, “Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali”). Viene enunciata una nuova definizione di prodotto editoriale che ricomprende anche le testate giornalistiche online. La legge, infatti, stabilisce infatti che (art. 1): «Per "prodotto editoriale" si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici». Dal combinato disposto della legge e della delibera dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che ha reso applicabile e operativa la legge si evince che esistono solo due tipi di prodotto editoriale: a) con periodicità regolare; b) senza periodicità regolare[3].

Il 26 ottobre 2016 il Parlamento ha approvato una nuova disciplina delle sovvenzioni pubbliche all'editoria. È la terza legge sull'editoria italiana. Il provvedimento (legge 26 ottobre 2016, n. 198) prevede il sostegno pubblico anche per i settori dell’emittenza radiofonica e televisiva locale. Infine, la legge inserisce i quotidiani online tra le testate giornalistiche[4].

NoteModifica

  1. ^ Rcs e Mediaset, è tempo di tagli, su opinione.it. URL consultato il 4/4/2013.
  2. ^ Dimezzato in nove anni il fatturato dei quotidiani, su primaonline.it. URL consultato il 21 marzo 2016.
  3. ^ Legge n. 62/2001, su diritto.it. URL consultato il 13 febbraio 2017.
  4. ^ Oggi entra in vigore la nuova legge sull’editoria, su primaonline.it. URL consultato il 23 novembre 2016.

BibliografiaModifica

  • Gabriele Turi (a cura di), Storia dell'editoria nell'Italia contemporanea, Giunti, Firenze, 1997. ISBN 8809212363.
  • Giovanni Ragone, Un secolo di libri. Storia dell'editoria in Italia dall'unità al post-moderno, Torino, Einaudi, 1999. ISBN 88-06-15089-8.
  • Gian Carlo Ferretti, Storia dell'editoria letteraria in Italia, 1945-2003, Torino, Einaudi, 2004. ISBN 88-06-15736-1.
  • Giovanni Ragone (a cura di), L'editoria in Italia: storia e scenari per il XXI secolo, Napoli, Liguori, 2005, ISBN 88-207-3851-1.
  • Maria Panetta, Croce editore, Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, 2 voll., Napoli, Bibliopolis, 2006. ISBN 88-7088-509-7.
  • Gianfranco Tortorelli, L'inchiostro sbiadito. Studi di storia dell'editoria, Bologna, Pendragon, 2008. ISBN 978-88-8342-711-4.
  • Giovanni Ragone, Classici dietro le quinte. Storie di libri e di editori da Dante a Pasolini, Roma-Bari, Laterza, 2009. ISBN 978-88-420-8842-4.
  • Maria Panetta, Panorama storico-critico dell'editoria italiana nel Novecento, in «Bibliomanie. Ricerca umanistica e orientamento bibliografico», n. 24, gennaio/marzo 2011, ISSN 2280-8833.

Collegamenti esterniModifica

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