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Ampie aree dell'Asia, come dell'Africa e di altre parti del mondo, furono soggette all'imperialismo di diverse nazioni europee, dell'Impero giapponese e della Cina.

Le ragioni di tale fenomeno sono molteplici: innanzitutto, la Rivoluzione Industriale non si era ancora diffusa in queste regioni, rendendo così le popolazioni locali militarmente impotenti di fronte all'avanzata degli europei; inoltre, l'organizzazione militare di molti stati asiatici era debole rispetto a quella delle potenze europee; i governi locali erano perlopiù dispotici e poco rappresentativi; la sopravvivenza di odi interetnici e intertribali e il diffuso analfabetismo rendevano impossibile creare società locali coese che fossero servite da un buon sistema amministrativo; infine, la presenza di molte materie prime e di manodopera a basso costo rendevano queste terre particolarmente appetibili.

Indice

Spartizione dell'Asia per opera degli europeiModifica

I Britannici in IndiaModifica

La caduta dei Moghul in India e lo sviluppo della Compagnia Britannica delle Indie OrientaliModifica

Con l'affermasi dell'Impero Moghul arrivarono i primi colonizzatori europei: portoghesi, francesi e olandesi si limitarono a costruire vasi commerciali lungo la costa, sostituendo i mercanti musulmani nei commerci di spezie. Gli inglesi si spinsero anche verso l'interno, mirando alle grandi ricchezze del Paese. Strumento della penetrazione britannica fu la Compagnia delle Indie Orientali, che nel XVII secolo ebbe il compito di controllare i piccoli regni e sultanati (molti dei quali preferivano il dominio britannico a quello locale) formalmente autonomi che erano nati dalla dissoluzione dell'Impero Moghul. Nel 1858 la Compagnia venne sciolta e l'India, che fino a quel momento era rimasta politicamente indipendente, divenne una colonia britannica affidata al controllo di un governatore inglese.

La nascita del nazionalismo indianoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Nazionalismo indiano.

Colonialismo in CinaModifica

All’inizio del XX secolo la Cina si trova in una situazione di semi-colonia[1]. Conserva una formale autonomia, senza divenire esplicitamente colonia, perché le potenze dominanti sono più di una, le quali da una parte sono rivali fra loro, ma d’altro canto hanno interessi comuni nel mantenere aperto il mercato interno.

Ogni paese deteneva zone di maggiore influenza:

Il colonialismo in Cina inizia con la guerra dell’oppio (1839-1842): grazie al facile successo militare, la Gran Bretagna costringe l’impero cinese a aprire i suoi mercati all’oppio e alle merci occidentali. Il sistema era basato sui “treaty ports” (inizialmente cinque, poi saliti a varie decine) porti aperti al traffico internazionale sulla base di “trattati ineguali”, e sui territori concessi in affitto a potenze straniere.

L’imperatrice Cixi e la nobiltà erano contrari alla modernizzazione e occidentalizzazione del paese, ma non erano in grado di opporsi. La situazione generò la rivolta “xenofoba” dei boxer (1899-1901); sconfitta da una coalizione internazionale, la Cina si trovò ancora più sottomessa. La vera e propria occupazione militare si ebbe solo nel periodo tra le due guerre, ad opera dell'imperialismo giapponese.

Asia centrale e occidentale: il grande giocoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Grande gioco.

Impero coloniale tedescoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Impero coloniale tedesco.

Impero portogheseModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Impero portoghese.

I Portoghesi ebbero un ruolo marginale in Asia, in particolare a Macao e nel Timor portoghese

GiapponeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Impero giapponese.

Il Giappone, che anche dopo la seconda rivoluzione industriale non perse il suo spirito patriottico e tradizionale, avviò una politica di espansione territoriale che lo portò a conquistare l'isola di Taiwan e a lottare per il controllo della Corea e in seguito per parte della Cina.

NoteModifica

  1. ^ Così la definisce Wolfgang Reinhard in “Storia del colonialismo” p. 220
Colonialismo e imperi coloniali
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